Gestione Separata Inpgi, il versamento contributi minimi per l’anno 2018

 



L’importo e le modalità di versamento dei contributi minimi per i giornalisti iscritti alla Gestione separata per l’anno 2018.


In scadenza al 30 settembre il termine previsto per il pagamento dei contributi minimi per l’anno 2018 da tutti i giornalisti iscritti alla Gestione separata che nel corso dell’anno abbiano svolto attività giornalistica in forma autonoma. Per i giornalisti con un’anzianità di iscrizione all’Ordine professionale fino a cinque anni, il contributo minimo è ridotto al 50%; a tal fine, l’anzianità deve essere valutata alla data del 30 settembre 2018, prendendo a riferimento la data di iscrizione all’Albo professionale: elenco professionisti, registro praticanti e/o elenco pubblicisti.Analogamente, per gli iscritti che risultino già titolari di un trattamento pensionistico diretto alla data del 30 settembre 2018, il contributo soggettivo minimo è pari al 50% di quello ordinario; l’eventuale titolarità di trattamenti pensionistici a favore dei superstiti (pensioni di reversibilità e/o indiretta) o di assegni previsti a favore dei ciechi e degli invalidi civili è invece irrilevante.


























Tipo contributo Minimo ordinario Minimo ridotto per i giornalisti con meno di 5 anni di anzianità professionale Minimo ridotto per i giornalisti titolari di trattamento pensionistico diretto
Soggettivo 210,98 105,49 105,49
Integrativo 42,20 21,10 42,20
Maternità 5,00 5,00 5,00
Totale 258,18 131,59 152,69


Il pagamento dei predetti contributi va eseguito con il modello F24/Accise, compilato indicando, quale contribuente, i dati anagrafici ed il codice fiscale del giornalista interessato (non è ammesso il versamento da parte di soggetti diversi) ed utilizzando i seguenti codici:
– Ente: “P”;
– Provincia: (lasciare vuoto);
– Codice tributo: “G001”;
– Codice identificativo: “22222”;
– Mese: “01”;
– Anno di riferimento: “2018”.
In alternativa alla predetta forma di pagamento, è possibile effettuare il versamento mediate bonifico bancario, sul conto intestato all’Inpgi, acceso presso l’Agenzia 11 di Roma della Banca Popolare di Sondrio (IBAN: IT 24 W 05696 03200 000020000X28), indicando la causale del versamento “AC 2018” seguito dal numero di posizione “A-12345” (lettera A seguita da 5 cifre) ovvero dal proprio codice fiscale.

 

Incompatibilità e previdenza: il legittimo esercizio dell’attività

 


In materia di incompatibilità professionali, la CNPADC ha pieno potere di accertamento in merito al legittimo esercizio dell’attività della professione (Corte di Cassazione – Sentenza 24 luglio 2018, n. 19638).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dalla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti, avverso la sentenza della Corte d’Appello che aveva confermato la sentenza del Tribunale della stessa sede, con la quale si era ritenuto che alla Cassa non spettasse un potere autonomo, qualora fosse mancata una conforme decisione del relativo Ordine professionale, di verificare i requisiti di legittimità dell’esercizio della professione, ai fini del riconoscimento dei corrispondenti anni di iscrizione, requisiti che nel caso di specie, secondo la predetta Cassa, non sarebbero sussistiti a causa dell’esercizio da parte della ricorrente del ruolo di amministratore unico e socio al 75 % di una s.r.l.
La sentenza, in ragione di quanto sopra, aveva altresì accolto la domanda della professionista di percezione della pensione di vecchiaia, attraverso la fruizione anche di quegli anni di iscrizione.
Per la Cassa le è stata negata la possibilità di verificare le situazioni di incompatibilità nell’esercizio della professione ostative al perdurare, nei corrispondenti periodi, dell’iscrizione in ambito previdenziale, poteri in realtà impliciti nell’attribuzione della competenza ad accertare l’effettivo, da intendersi anche come legittimo, esercizio dell’attività propria del dottore commercialista.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che «la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti è titolare del potere di accertare, sia all’atto dell’iscrizione ad essa, sia periodicamente, e comunque prima dell’erogazione di qualsiasi trattamento previdenziale, ed a tale limitato fine, che l’esercizio della corrispondente professione non sia stato svolto nelle situazioni di incompatibilità, ancorché quest’ultima non sia stata accertata dal Consiglio dell’Ordine competente. In particolare, detto autonomo potere di accertamento sussiste nel momento della verifica dei presupposti per l’erogazione del trattamento previdenziale, al quale si associa naturalmente la cessazione dell’iscrizione all’Ordine, non potendosi ravvisare ostacolo alcuno nella carenza di una procedura specifica per l’esercizio di esso, risultando le garanzie procedimentali suscettibili di essere in ogni caso assicurate dall’osservanza delle norme generali».
La Corte territoriale non si è attenuta a tali principi e ciò comporta la cassazione della pronuncia impugnata.

 

Obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti, la dichiarazione dei redditi non ha valore confessorio

 


Ai fini dell’iscrizione alla Gestione commercianti, le dichiarazioni dei redditi, stante il loro carattere non negoziale o dispositivo, non hanno efficacia di confessione stragiudiziale e non comportano alcuna inversione dell’onere della prova circa la partecipazione personale del socio al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza, che continua invece ad incombere sull’Inps.


Il Tribunale di primo grado aveva accolto l’opposizione proposta da un socio di SAS avverso l’avviso di addebito con il quale l’Inps gli aveva intimato il pagamento dei contributi dovuti alla Gestione previdenziale degli esercenti attività commerciali. L’opposizione era fondata sulla contestazione della iscrizione d’ufficio operata dall’Istituto in ragione di un errore materiale compiuto nella compilazione del modello UNICO SP per l’anno 2006, che si era poi ripetuto anche nelle dichiarazioni successive, da parte della SAS di cui il ricorrente era solo socio accomandatario e per cui non svolgeva attività lavorativa alcuna; per le dichiarazioni fiscali, tuttavia, era stata chiesta la rettifica con istanza in autotutela presentata prima all’Agenzia delle Entrate e poi all’Inps.
Successivamente, la decisione veniva riformata dalla Corte di appello territoriale, che riteneva non emendabili le dichiarazioni dei redditi in quanto la rettifica era stata richiesta oltre il termine di decadenza. Secondo la Corte, sebbene gravasse sull’Inps l’onere di provare la ricorrenza dei presupposti per l’iscrizione nella Gestione commercianti, nel caso in esame, in virtù della predetta dichiarazione dei redditi presentata dalla SAS, toccava al lavoratore fornire la prova contraria circa la sua partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.
Quest’ultimo ricorre così in Cassazione per aver la Corte territoriale erroneamente dato rilevanza alla possibilità di emendare la dichiarazione dei redditi solo entro il termine di decadenza, termine rilevante solo nella fase amministrativa. Altresì, la Corte di appello aveva errato nel porre a carico del socio la prova contraria della ricorrenza dei presupposti per la iscrizione alla Gestione commercianti proprio alla luce delle menzionate dichiarazioni dei redditi non rettificate nel termine.
Per la Cassazione i motivi sono entrambi fondati. Gli errori commessi nelle dichiarazioni dei redditi della SAS di cui era socio accomandatario il ricorrente, non attribuiscono alle medesime efficacia vincolante tale da comportare l’inversione dell’onere della prova. Il contribuente, indipendentemente dalle modalità e termini di cui alla dichiarazione integrativa, in sede contenziosa, può sempre opporsi alla maggiore pretesa tributaria dell’amministrazione finanziaria, allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione. In sostanza, non avendo detta dichiarazione carattere negoziale o dispositivo, la Corte non avrebbe potuto attribuire alle medesime alcun valore probatorio neppure di presunzione semplice cui ricondurre una inversione dell’onere della prova gravante sull’Inps.

 

I permessi per lavoratori disabili competono anche in caso di lavoro a turni o festivo

 


L’Inps, con messaggio n. 3114 del 7 agosto 2018, fornisce ulteriori chiarimenti in merito alla modalità di fruizione dei permessi per disabili e del congedo straordinario, relativamente ai casi di particolari modalità organizzative dell’orario di lavoro.


Corrispondenza dei permessi con turni di lavoro articolati a cavallo di due giorni solari e/o con giornate festive
Come noto, il lavoro a turni è una particolare modalità organizzativa dell’orario normale di lavoro scelto dall’azienda per un’efficiente organizzazione dell’attività lavorativa, diversa dal normale “lavoro giornaliero”, in cui l’orario operativo dell’azienda può andare a coprire l’intero arco delle 24 ore e la totalità dei giorni settimanali. In particolare, il lavoro a turni si definisce come qualsiasi metodo di organizzazione del lavoro, anche a squadre, in base al quale dei lavoratori siano successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo, compreso quello rotativo, che può essere di tipo continuo (impianti operativi che procedono per tutta la giornata e 7 giorni su 7) o discontinuo (impianti che non procedono 24 ore su 24), e il quale comporti la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro a ore differenti su un periodo determinato di giorni o di settimane (art. 1, D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66). Orbene, poiché tale modalità organizzativa può comprendere anche il lavoro notturno e il lavoro prestato durante le giornate festive, compresa la domenica, la fruizione dei permessi mensili retribuiti “a giornata” (art. 33, co. 3, L. n. 104/1992) può avvenire anche in corrispondenza di un turno di lavoro da effettuare nella giornata di domenica o del lavoro notturno; dunque, indipendentemente dall’articolazione della prestazione lavorativa nell’arco delle 24 ore o della settimana e dal numero di ore che il dipendente avrebbe dovuto concretamente effettuare nel giorno di interesse. Peraltro, sebbene il lavoro notturno si svolga a cavallo di due giorni solari, la prestazione resta riferita ad un unico turno di lavoro in cui si articola l’organizzazione e così il permesso fruito in corrispondenza dell’intero turno di lavoro va comunque considerato pari ad un solo giorno di permesso. Infine, in caso di fruizione ad ore del beneficio in argomento, ai fini della determinazione delle ore mensili fruibili, deve essere applicato il seguente l’algoritmo di calcolo (Inps, messaggio n. 16866/2007):
– orario di lavoro medio settimanale/numero medio dei giorni (o turni) lavorativi settimanali x 3 = ore mensili fruibili.
Riproporzionamento dei permessi in caso di rapporto di lavoro part-time
Considerato il principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori a tempo parziale e la possibilità di pattuire, nell’ambito dei contratti di lavoro part-time, specifiche clausole elastiche, rendendo più flessibile la collocazione temporale e la durata della prestazione lavorativa, si fornisce la formula di calcolo da applicare ai fini del riproporzionamento dei 3 giorni di permesso mensile ai casi di part-time verticale e misto con attività lavorativa limitata ad alcuni giorni del mese:
– (orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time/orario medio settimanale teoricamente eseguibile a tempo pieno) x 3 giorni di permesso teorici.
Il risultato numerico va quindi arrotondato all’unità inferiore o a quella superiore a seconda che la frazione sia fino allo 0,50 o superiore.
Il riproporzionamento dei tre giorni non va effettuato per i mesi in cui, nell’ambito del rapporto di lavoro part time, è previsto lo svolgimento di attività lavorativa a tempo pieno. Altresì, i tre giorni di permesso non vanno mai riproporzionati in caso di part-time orizzontale. Relativamente a tali fattispecie, infatti, la commisurazione dei giorni di permesso alla ridotta durata dell’attività lavorativa è insita nella dinamica del rapporto medesimo.
Frazionabilità in ore dei permessi giornalieri in caso di rapporto di lavoro part-time
Il riproporzionamento orario dei giorni di permesso deve essere effettuato solo nel caso in cui il beneficio venga utilizzato, anche solo parzialmente, in ore. In caso di rapporto di lavoro a tempo pieno, rimane confermata la formula già in uso (Inps, messaggio n. 16866/2007):
– (orario normale di lavoro settimanale/numero dei giorni lavorativi settimanali) x 3 = ore mensili fruibili.
In
caso di part-time orizzontale, verticale o misto, invece, ai fini della quantificazione del massimale orario mensile dei permessi, la formula è la seguente:
– (orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time/numero medio dei giorni o turni lavorativi settimanali previsti per il tempo pieno) x 3 giorni di permesso teorici.
Cumulo tra il congedo straordinario e i permessi
Come già evidenziato in passato, è possibile cumulare nello stesso mese, purché in giornate diverse, i periodi di congedo straordinario (art. 42, co. 5, D.Lgs. n. 151/2001) con i permessi tre giorni di permesso mensili, il prolungamento del congedo parentale e le ore di riposo alternative al prolungamento del congedo parentale (art. 33, L. n. 104/1992; art. 33, co. 1, D.Lgs. n. 151/2001). Al riguardo, tuttavia, si precisa che i periodi di congedo straordinario possono essere cumulati con i permessi (art. 33, L. n. 104/1992) senza necessità di ripresa dell’attività lavorativa tra la fruizione delle due tipologie di benefici, anche a capienza di mesi interi e indipendentemente dalla durata del congedo straordinario.
La fruizione dei benefici dei tre giorni di permesso mensili, del prolungamento del congedo parentale e delle ore di riposo alternative al prolungamento del congedo parentale stesso, invece, deve intendersi alternativa e non cumulativa nell’arco del mese (Inps, circolare n. 155/2010).


 

Disoccupazione agricola: chiarimenti sulla trasformazione in domanda di disoccupazione NASpI

 


Si forniscono precisazioni in merito alla trasformazione, a seguito di reiezione per prevalenza di attività lavorativa dipendente nel settore non agricolo o agricolo, della domanda di disoccupazione agricola in domanda di disoccupazione NASpI e, viceversa.


La domanda di disoccupazione agricola, respinta per prevalenza di attività nel settore non agricolo, può essere trasformata in domanda di disoccupazione NASpI, solo su richiesta dell’interessato, laddove sia stata presentata nei termini previsti dalla legge per tale ultima prestazione (entro 68 giorni dalla cessazione involontaria dell’attività lavorativa). In tal caso, lo stesso interessato deve integrare la domanda di disoccupazione agricola, di cui si chiede la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione della domanda di disoccupazione NASpI.
Sempre su specifica richiesta, è possibile trasformare la domanda di disoccupazione NASpI, respinta per prevalenza di attività nel settore agricolo, in domanda di disoccupazione agricola, laddove la domanda sia stata presentata nei termini legislativamente previsti per tale ultima prestazione (dal 1° gennaio al 31 marzo dell’anno successivo a quello di competenza della prestazione). Anche in questo caso, l’interessato deve integrare la domanda di disoccupazione NASpI, di cui si chiede la trasformazione, con l’eventuale documentazione necessaria alla definizione della domanda di disoccupazione agricola.
Le istanze di riesame o i ricorsi amministrativi riferiti a domande per le quali non sia, nel frattempo, intervenuta la decadenza dal diritto, potranno essere definiti in autotutela secondo le indicazioni sopra fornite.