Fondazioni lirico-sinfoniche e trattamento di malattia dei lavoratori subordinati

 

Per i lavoratori subordinati a tempo indeterminato, dipendenti dalle Fondazioni lirico-sinfoniche, vige un peculiare regime del trattamento di malattia, anche ulteriore rispetto a quello previsto per gli altri lavoratori iscritti al Fondo previdenziale dei lavoratori dello spettacolo (FPLS).

Per i lavoratori subordinati a tempo indeterminato delle Fondazioni lirico-sinfoniche, pur essendo i medesimi dipendenti da enti di diritto privato, si applicano le disposizioni vigenti per il pubblico impiego con riferimento alla “certificazione, le conseguenti verifiche e le relative riduzioni del trattamento economico delle assenze per malattia o per infortunio non sul lavoro”. Ciò implica per le Fondazioni citate l’esonero dal versamento della contribuzione di malattia; a tali lavoratori, pertanto, in caso di malattia viene corrisposta dal datore di lavoro la retribuzione ordinariamente spettante, sulla base delle regole che disciplinano l’istituto per i dipendenti pubblici. Per le tipologie di rapporto di lavoro diverse dal lavoro subordinato, comunque instaurate con i lavoratori rientranti nelle categorie elencate dall’art. 3 del D.Lgs.C.P.S. n. 708/1947, valgono invece le disposizioni valide per la generalità dei lavoratori dello spettacolo, con conseguente obbligo contributivo a carico del datore di lavoro/committente.

 

Lavoratori dello spettacolo e obbligo dell’assicurazione economica di malattia

 

Una ricognizione dei principi fondanti l’assicurazione della prestazione economica di malattia per i soggetti iscritti al Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo (FPLS) e della disciplina della correlata obbligazione contributiva.


 


Nell’ambito dello spettacolo, il diritto all’assicurazione obbligatoria di malattia è disciplinato da normativa speciale, in forza del quale detta assicurazione, allo stato da riferirsi al solo trattamento economico, opera in regime sostitutivo dell’assicurazione generale di malattia. Tale diritto sussiste in favore di tutti i lavoratori dello spettacolo identificati dall’obbligo assicurativo IVS presso il Fondo pensioni lavoratori dello spettacolo, senza che abbia rilievo la sussistenza o meno del vincolo di subordinazione. Fa eccezione, tuttavia, a tale regola l’appartenenza dell’assicurato alla figura professionale del “lavoratore autonomo esercente attività musicali”, per il quale l’obbligo contributivo è limitato ai soli fini IVS. Peraltro, il riferimento agli “iscritti” implica che l’obbligazione contributiva prescinda dai tratti distintivi del datore di lavoro e, piuttosto, si configuri anche con riguardo a categorie di lavoratori che, in base al settore di attività dell’impresa, sarebbero normalmente escluse. Per gli altri profili strutturali della obbligazione contributiva del datore di lavoro/committente, anche nello spettacolo, come per la generalità dei lavoratori dipendenti, le aliquote relative all’assicurazione economica di malattia devono essere applicate sull’intera retribuzione imponibile; devono, altresì, essere osservate tutte quelle disposizioni che prevedono retribuzioni medie e convenzionali, nonché il rispetto di minimali di retribuzione contrattuale e di retribuzione giornaliera di legge. Inoltre, per i lavoratori dello spettacolo con contratto di lavoro a tempo determinato, i contributi, così come le prestazioni per le indennità economiche di malattia, sono calcolati su un importo massimo della retribuzione giornaliera, pari ad euro 67,14. Peraltro, tenuto conto dell’evoluzione nell’utilizzo dei contratti a termine come tipologie flessibili di impiego, la previsione va applicata a tutte le fattispecie di rapporti di lavoro a “durata limitata”, incluso alle ipotesi di lavoro autonomo “a prestazione”. Allo stato, la misura del contributo per i “lavoratori dello “spettacolo” è pari al 2,22% della retribuzione ovvero del compenso imponibile.

 

ANF, il computo dei giorni per i lavoratori part time

 

Per i lavoratori a tempo parziale, l’assegno spetta per l’intera misura settimanale di 6 assegni giornalieri, in presenza di una prestazione lavorativa settimanale di durata non inferiore al minimo di 24 ore per gli operai e 30 ore per gli impiegati.

Il datore di lavoro deve verificare settimana per settimana, a prescindere che l’orario di lavoro sia ripartito su 6 giornate o su 5 (c.d. “settimana corta”), la durata della prestazione lavorativa per adeguare ad essa la misura dell’assegno da corrispondere, anche se viene adottato il periodo di paga mensile. In pratica, ancorchè sia adottato il periodo di paga mensile, l’assegno non spetta nella misura intera (26 assegni giornalieri) in tutti quei i casi in cui, pur essendo stato raggiunto nel mese il numero minimo di ore lavorative richiesto per i lavoratori a tempo pieno (104 per gli operai e 130 se impiegati), in una o più settimane non viene raggiunto il limite delle 24 ore o delle 30 ore.
Nei casi di periodi di paga quindicinali o mensili che inizino e/o terminino nel corso della settimana, per determinare il numero degli assegni da corrispondere per la frazione finale o iniziale della settimana rientranti, rispettivamente, nella parte iniziale o finale del periodo di paga preso in esame, deve essere valutato il numero delle ore di lavoro prestate in ciascuna di tali settimane da considerare per intero. Per la frazione iniziale della settimana cadente nella parte finale del periodo di paga, vanno corrisposti tanti assegni giornalieri per quanti sono i giorni compresi nella frazione, anche se non lavorati, qualora nella frazione stessa sia stato raggiunto il minimo delle 24 ore; diversamente, tanti assegni giornalieri per quante sono le giornate di lavoro effettivamente prestate. Qualora poi il predetto limite di 24 ore venga raggiunto nella frazione finale della stessa settimana, cadente nella parte iniziale del successivo periodo di paga, in tale periodo vanno corrisposti anche gli assegni per le eventuali giornate della settimana non lavorate, in modo da poter così corrispondere l’assegno nella intera misura settimanale.


 

Indennità di disoccupazione in favore degli operai agricoli a tempo indeterminato

 


Si forniscono precisazioni sull’indennità di disoccupazione in favore degli operai agricoli a tempo indeterminato.


Come noto, è considerato lavoratore agricolo colui che presta la propria opera presso un imprenditore agricolo inteso come colui che esercita la coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. Dal punto di vista della tutela previdenziale, i lavoratori agricoli dipendenti sono assoggettati all’obbligo dell’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti nonchè all’obbligo dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria. Nei loro confronti, però, vige una disciplina speciale sia con riferimento all’accertamento del rapporto di lavoro, la riscossione e la misura della contribuzione, sia in relazione alle modalità di individuazione dei soggetti protetti e la certificazione della loro identità di assicurati.
Anzitutto, l’Inps precisa che è esteso l’obbligo dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria anche ai lavoratori agricoli. Nell’ipotesi in cui il lavoratore subordinato svolga attività lavorativa agricola e non agricola, l’indennità di disoccupazione è concessa in conformità alle particolari disposizioni per i lavoratori agricoli contenute nella L. 29 aprile n. 264/1949, oppure alle norme comuni dell’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria secondo che sia prevalente l’attività agricola o quella non agricola. La prevalenza è determinata dal numero dei contributi versati o dovuti nel biennio per ciascuna delle due attività.
Quanto alla cessazione dell’obbligo di compilazione degli elenchi nominativi per gli operai agricoli a tempo indeterminato, a decorrere dal 1° gennaio 1994 cessa, per gli operai agricoli a tempo indeterminato, la compilazione degli elenchi nominativi. In proposito, l’Inps chiarisce che si è concretizzato un contenzioso amministrativo in cui i ricorrenti hanno sostenuto che, con la previsione sulla cessazione dell’obbligo di compilazione degli elenchi nominativi per gli operai agricoli a tempo indeterminato, il legislatore avrebbe inteso escludere detti lavoratori dalla normativa in materia di disoccupazione prevista per il settore agricolo equiparandoli alla generalità dei lavoratori dipendenti.
In realtà, la suddetta previsione è una disposizione normativa contenuta nel D.Lgs. n. 375/1993 il quale attua “la razionalizzazione dei sistemi di accertamento dei lavoratori dell’agricoltura e dei relativi contributi”. La cessazione della compilazione degli elenchi nominativi per gli operai agricoli a tempo indeterminato va, perciò, inquadrata nell’ambito della modifica dei sistemi di accertamento.
Per concludere, al lavoratore agricolo OTD o OTI non può essere riconosciuta l’indennità di disoccupazione ordinaria non agricola se nel biennio antecedente al licenziamento, può fare valere contributi contro la disoccupazione involontaria versati esclusivamente o prevalentemente nel settore agricolo. Allo stesso modo, non si può applicare la normativa sulla disoccupazione in ambito ASpI e NASpI, nei confronti di un lavoratore che abbia svolto prevalentemente attività agricola nel biennio (in caso di ASpI) o nel quadriennio o negli ultimi dodici mesi (in caso di NASpI), precedenti la cessazione del rapporto di lavoro. Ancora, nel caso di un lavoratore agricolo con qualifica di operaio a tempo indeterminato che sia stato licenziato il 31 dicembre dell’anno di competenza della prestazione ed abbia svolto attività lavorativa per l’intero anno, non può essere erogata alcuna indennità di disoccupazione agricola in quanto non residuano giornate indennizzabili. Il lavoratore in questione potrebbe accedere all’indennità di disoccupazione NASpI qualora nel quadriennio o negli ultimi dodici mesi precedenti la cessazione del rapporto di lavoro possa fare valere contribuzione prevalente nel settore non agricolo.


 

Ape sociale e contribuzione estera, precisazioni

 


Il requisito dell’anzianità contributiva minima richiesta per l’accesso all’Ape sociale non può essere perfezionato totalizzando i periodi assicurativi italiani con quelli esteri.

L’Ape sociale è, come noto, limitato ai residenti in Italia. Ai fini del perfezionamento dell’anzianità contributiva minima dei 30/36 anni, deve tenersi conto di tutta la contribuzione versata o accreditata, a qualsiasi titolo, nella o nelle gestioni rientranti nell’ambito di applicazione della norma. I periodi contributivi coincidenti sono valutati, a tal fine, una sola volta. Tale requisito contributivo non può essere perfezionato totalizzando i periodi assicurativi italiani con quelli esteri, maturati in Paesi UE, Svizzera, SEE o extracomunitari convenzionati con l’Italia. Come precedentemente chiarito dal Ministero del lavoro, l’Ape sociale è una prestazione nuova non catalogabile tra le prestazioni classiche di sicurezza sociale e, pertanto, da considerare fuori dal campo di applicazione materiale sia dei regolamenti UE, sia dalle convenzioni bilaterali, che comunque hanno un campo di applicazione più limitato che non si estende alle prestazioni assistenziali.
Quanto ai lavoratori c.d. “precoci” non è prevista la stessa esclusione dal campo di applicazione dei regolamenti UE e delle convenzioni bilaterali, pertanto anche la totalizzazione internazionale deve ritenersi utilizzabile.
I requisiti per il pensionamento anticipato stabiliti con esclusivo riferimento all’anzianità contributiva e adeguati sulla base dei rilevamenti periodici della speranza di vita (per il 2017 pari a 42 anni e dieci mesi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne), sono ridotti a 41 anni in favore dei lavoratori precoci i quali abbiano almeno dodici mesi di contribuzione per periodi di lavoro effettivo precedenti il raggiungimento del diciannovesimo anno di età. In base a detto requisito contributivo, sono utili i periodi di lavoro all’estero riscattati, con riferimento al lavoro svolto in Paesi non convenzionati, e i periodi di lavoro effettivo svolto in Paesi UE, Svizzera, SEE o extracomunitari convenzionati con l’Italia.