Contributi artigiani e commercianti, rilevano i redditi da partecipazione in società di persone

 

In tema di contributi Inps artigiani e commercianti, la base contributiva previdenziale può comprendere anche redditi provenienti da altra fonte e, in particolare, dalla partecipazione in una società in accomandita semplice in qualità di accomandante, da qualsiasi fonte provengano e quale che sia l’oggetto sociale

La vicenda giudiziaria riguarda l’opposizione di un lavoratore autonomo alla cartella esattoriale in cui gli veniva ingiunto il pagamento di contributi Inps presso la Gestione artigiani, cui era iscritto per l’attività di fotografo, per effetto del reddito da partecipazione ritratto in una società in accomandita semplice, di cui era socio accomandante, avente ad oggetto la diversa attività di macelleria. La Corte territoriale, riformando la sentenza di primo grado, aveva respinto il gravame, sostenendo che dal 1993 l’ammontare del contributo annuo dovuto per i soggetti iscritti alle speciali gestioni autonome degli artigiani e commercianti è rapportato alla totalità dei redditi di impresa denunciati ai fini Irpef per l’anno al quale i contributi stessi si riferiscono.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, lamentando la violazione o falsa applicazione di legge, per avere la Corte territoriale attribuito rilevanza a fini del calcolo contributivo, al reddito proveniente dalla sua partecipazione alla società in accomandita semplice, nella quale non svolgeva alcuna attività di lavoro.
Per la Cassazione il ricorso non è fondato. La base contributiva previdenziale dell’attività artigianale può comprendere anche redditi provenienti da altra fonte e, in particolare, dalla partecipazione in una società in accomandita semplice in qualità di accomandante. Tra i redditi di impresa vanno inclusi, infatti, i redditi del società in accomandita semplice, da qualsiasi fonte provengano e quale che sia l’oggetto sociale, e sono determinati unitariamente secondo le norme relative a tali redditi; a nulla rileva che è sottoposto a contribuzione previdenziale un reddito non di lavoro, ma prodotto dal capitale investito in una società in accomandita.
 

 

Procedure di liquidazione dell’APE SOCIALE

 


Disponibili le procedure di liquidazione dell’indennità per soggetti in particolari condizioni (c.d. APE SOCIALE) di cui all’articolo, comma 179, della legge 11 dicembre 2016, n. 232.


La prima decorrenza della prestazione è il 1° maggio 2017. L’APE sociale è corrisposta a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda di accesso. Non sono pertanto ammesse decorrenze inframese. Solo in fase di prima applicazione, e quindi per le domande presentate fino al 30 novembre 2017, l’APE sociale è corrisposta con decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello di maturazione dei requisiti. L’ultima decorrenza ammessa è 1° gennaio 2019.
Poiché si tratta di una prestazione di accompagnamento a pensione, è obbligatoriamente prevista l’acquisizione della scadenza, correlata al conseguimento dell’età anagrafica prevista per l’accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia di cui all’articolo 24, comma 6, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.
Si rammenta che l’importo lordo della prestazione non può comunque superare il limite di euro 1.500 lordi mensili. La prestazione spetta per 12 mensilità.
La prestazione è fiscalmente imponibile secondo il regime di tassazione ordinario. Sulla prestazione possono essere attribuite le detrazioni per familiari a carico di cui all’art. 12 del TUIR, ove richieste. Sono, inoltre, riconosciute nella misura spettante ai lavoratori dipendenti le altre detrazioni di cui all’art. 13 del TUIR.
In presenza di altre prestazioni fiscalmente imponibili, la tassazione viene effettuata in modalità cumulata con le regole ordinarie. A fine anno viene effettuato il conguaglio fiscale ai sensi dell’art. 23 del DPR n. 600/73 e rilasciata la relativa CU ai sensi del DPR n. 322/1998. Sulla prestazione possono essere effettuati i conguagli da 730.
Le ritenute fiscali da versare sono comunicate nel flusso dei versamenti mensili trasmesso in Piattaforma Fiscale.


L’APE sociale è compatibile con lo svolgimento di attività:
– di lavoro dipendente o da collaborazione coordinata e continuativa che danno titolo ad un reddito annuo non superiore a 8.000 euro
– di lavoro autonomo che da’ titolo ad un reddito annuo non superiore a 4.800 euro.
I redditi devono essere dichiarati al lordo dei contributi. In caso di superamento di tali limiti annui, l’APE sociale percepita nel corso dello stesso anno diviene indebita e l’INPS procede al recupero del relativo importo.
Con riferimento alle prestazioni liquidate fino al 19 dicembre 2017, per consentire agli aventi diritto di ricevere il pagamento della prestazione in maniera il più possibile tempestiva è stato previsto, in via eccezionale, che le prestazioni saranno liquidate entro le ore 12.00 del 19 dicembre 2017, limitatamente ai ratei spettanti dal mese di decorrenza al mese di dicembre 2017, il pagamento sarà effettuato mediante l’invio di un lotto centralizzato su Banca d’Italia il 19 dicembre con data regolamento anticipata al 22 dicembre p.v. Su tali emolumenti sarà applicata la tassazione corrente.
Il pagamento relativo alla mensilità di gennaio 2018 sarà effettuato il 20 gennaio 2018.
In tutti i casi in cui sia disponibile un recapito, i beneficiari saranno avvisati della disponibilità del pagamento a mezzo email, ovvero tramite il servizio INPSINFORMA, ovvero con chiamata da parte del contact center.
Con riferimento alle prestazioni liquidate dal 19 dicembre 2017: per le prestazioni che saranno liquidate dal 19 dicembre 2017 al 9 gennaio 2018, il pagamento degli arretrati unitamente alla mensilità di gennaio 2018, sarà effettuato il 20 gennaio 2018, a condizione che gli arretrati medesimi siano resi disponibili per il pagamento.


Agli emolumenti maturati dalla data di decorrenza della prestazione al 31 dicembre 2017 sarà applicato il regime della tassazione separata.

 

Indennità NASpI per i soggetti che si recano all’estero: spettanza e regole di condizionalità

 

I chiarimenti dell’Inps in materia di indennità di NASpI nel caso di beneficiari che espatriano o soggiornano all’estero per la ricerca di un lavoro o per motivi diversi

In materia di indennizzabilità dei disoccupati che espatriano o soggiornano all’estero per la ricerca di un lavoro o per motivi diversi, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha innovato l’orientamento fino ad ora seguito dall’Inps, superando la diversità di conseguenze legate alle specifiche motivazioni che inducono il soggetto percettore di NASpI a recarsi al di fuori del territorio Italiano.
Nella sostanza, dunque, nei confronti dei beneficiari di prestazione NASpI che si rechino in altro paese dell’Unione Europea alla ricerca di un’occupazione, trova applicazione lo speciale regime di sicurezza sociale che permette, una volta espletati specifici adempimenti, l’esportabilità dell’indennità di disoccupazione con il conseguente diritto a continuare a percepire all’estero e a carico dell’Italia, per un massimo di tre mesi, la prestazione ottenuta in Italia. Per il suddetto periodo, tuttavia, essendo prevalente la necessità di assicurare il beneficio in capo al percettore rispetto agli obblighi di condizionalità, il medesimo lavoratore è esonerato dal rispetto delle regole di condizionalità previste per la generalità dei lavoratori. Dal primo giorno del quarto mese, invece, anche i beneficiari di prestazione NASpI, che si sono recati in altro paese dell’Unione Europea alla ricerca di un’occupazione e che vi si trattengano, conservano solo il diritto a percepire la prestazione, ma tornano ad essere obbligati al rispetto dei meccanismi di condizionalità previsti dalla legislazione italiana la cui violazione comporta l’applicazione delle conseguenti misure sanzionatorie.


 

Doppia attività: l’indennità di maternità può essere erogata da un solo ente

 


L’avvocata, che è anche insegnante scolastico di ruolo part-time, non ha diritto a beneficiare della prestazione di maternità erogata dalla Cassa Forense, se tale indennità è già stata erogata da altro ente previdenziale.


Un’avvocata, iscritta all’Albo degli avvocati ed anche insegnante scolastico di ruolo part-time, lamentava avanti il Giudice del lavoro, il rigetto della domanda di corresponsione da parte della Cassa forense dell’indennità di maternità a seguito del parto, motivato dalla circostanza che tale indennità era già stata erogata dall’INPDAP in virtù del rapporto di lavoro con il M.I.U.R.
Il Tribunale accoglieva integralmente la domanda e la Corte d’appello di Firenze accoglieva l’appello proposto dalla Cassa limitatamente alla condanna al pagamento degli accessori sul credito mediante il cumulo di interessi e rivalutazione. La Corte territoriale rilevava che il D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 71 nel richiedere all’iscritta alla Cassa di dichiarare l’inesistenza di altro trattamento per maternità non intendeva di certo escludere la possibilità di un cumulo delle prestazioni o che la prestazione non dovesse essere concessa alla lavoratrice che avesse percepito il trattamento da parte di altro Ente in virtù di altro rapporto di lavoro autonomo o dipendente.
Per la cassazione di tale decisione la Cassa propone ricorso con unico motivo: gli articoli 70 e 71 del citato decreto, ad avviso della Cassa ricorrente, implicano necessariamente il divieto di cumulo tra prestazioni, come dimostrano sia l’obbligo di autocertificare il non godimento di altro trattamento per lo stesso titolo, che la peculiare modalità di calcolo dell’indennità prevista per le libere professioniste con la previsione di una soglia minima e massima non compatibile con la contemporanea erogazione di ulteriori prestazioni di maternità e l’insussistenza di una garanzia costituzionale spinta sino al mantenimento dell’intero reddito durante il periodo di astensione obbligatoria. Pertanto, l’interpretazione offerta dalla Corte territoriale non sarebbe coerente con le indicazioni della Corte di Cassazione e della Corte delle leggi.
La formulazione della norma appare – secondo la Cassazione – del tutto chiara ed univoca e non consente una interpretazione diversa dall’impossibilità di godere del trattamento previsto dall’art. 70 nel caso in cui la richiedente goda già di una prestazione di altro ente in quanto, diversamente opinando, la disposizione non avrebbe alcuna utilità.
Inoltre, non possono condividersi i dubbi di legittimità costituzionale della norma in discorso, una volta interpretata alla luce del suo univoco significato letterale e sistematico, posto che la giurisprudenza costituzionale ha precisato che l’indennità di maternità “serve ad assicurare alla madre lavoratrice la possibilità di vivere questa fase della sua esistenza senza una radicale riduzione del tenore di vita che il suo lavoro le ha consentito di raggiungere e ad evitare che alla maternità si ricolleghi una stato di bisogno economico”, ma che l’orientamento della Corte delle leggi così come ricostruito nello stesso provvedimento impugnato parla di una “radicale” riduzione del tenore dello vita, nonché di uno stato di bisogno, situazioni che quindi certamente non coincidono automaticamente con una determinazione dell’indennità in una misura ridotta rispetto alla precedente retribuzione goduta prima dello stato di gravidanza. Lo stesso concetto di “tenore di vita” non è sovrapponibile a quello di livello retributivo goduto in senso stretto, essendo valutabile nel suo complesso e tenuto conto di plurimi elementi di giudizio.
La Corte di Cassazione, in relazione proprio all’indennità di maternità dovuta alle libere professioniste, ha già in passato osservato che la determinazione del sistema indennitario “rientra nella discrezionalità del legislatore che è libero di modulare diversamente nel tempo e a seconda delle categorie di lavoratrici madri, il livello di tutela della maternità con misure di sostegno legate a fattori di variabilità incidenti ora sulla salvaguardia del livello di reddito delle fruitrici dell’indennità ora ad esigenze di bilancio, tenuto conto dell’incidenza quantitativa delle erogazioni che, per quanto riguarda la professione legale, è mutata rispetto ai primi anni di applicazione della legge”.
Infine, la considerazione per cui la lavoratrice in concreto abbia subito una riduzione molto sensibile del tenore di vita precedentemente goduto in quanto ha ottenuto la sola prestazione a carico dell’INPDAP in relazione ad un rapporto part-time, non appare risolutiva per decidere la controversia in quanto ciò è avvenuto per scelta della stessa ricorrente che non ha optato per il trattamento offerto dalla Cassa, ma per quello dell’ente di previdenza pubblico, senza quindi usufruire degli ingenti (secondo la difesa della lavoratrice) contributi professionali versati. Ma questa conseguenza è stato il frutto di una decisione della stessa lavoratrice che – secondo la decisione impugnata – ha presentato domanda alla Cassa dopo aver già ottenuto il trattamento INPDAP e quindi senza una preventiva informazione sulla normativa del settore che avrebbe, con ogni probabilità, evitato questa penalizzante soluzione.
E’ stato quindi accolto il ricorso, cassata la s
entenza impugnata e, decidendo nel merito, rigettata la domanda.


(Cassazione, sentenza n. 27224/2017).


 

Fondi di solidarietà: dal 2018, conguaglio delle prestazioni e versamento del contributo addizionale

 

Le indicazioni Inps per il conguaglio delle prestazioni di integrazione salariale e per il pagamento della contribuzione addizionale, nel caso di iscrizione al FIS o ai Fondi di solidarietà contrattuali.

Come noto, nella fase di avvio dei Fondi di solidarietà è stata prevista quale modalità esclusiva di pagamento delle prestazioni, l’erogazione diretta a carico dell’Inps. Orbene, a partire dalle denunce con competenza gennaio 2018, in relazione alle domande presentate dal 1° gennaio 2018, esclusivamente per eventi decorrenti dalla medesima data, il datore di lavoro pagherà, per conto del Fondo, l’assegno ordinario o di solidarietà ai lavoratori aventi diritto e, dopo la necessaria autorizzazione, porrà a conguaglio il suo credito all’atto dell’assolvimento degli obblighi di contribuzione. Di qui, vengono fornite le indicazioni per la compilazione dell’UniEmens, sia per le prestazioni di integrazione salariale (assegno ordinario e di solidarietà) relativamente al FIS, ai Fondi di solidarietà del Credito cooperativo, del Trasporto pubblico, di Solimare, del Gruppo Poste Italiane e delle Imprese assicuratrici e società di assistenza, nonché ai Fondi intersettoriali del Trentino e della provincia di Bolzano. In particolare, si utilizzeranno i seguenti codici causale:
– “L001”, per il conguaglio dell’assegno ordinario;
– “L002”, per conguaglio dell’assegno di solidarietà o dell’assegno ordinario per contratto di solidarietà.
In caso di cessazione di attività, l’azienda potrà richiedere il rimborso tramite il flusso UniEmens di regolarizzazione riferito all’ultimo mese di attività e comunque entro i termini di decadenza delle autorizzazioni. In particolare, a livello di denuncia aziendale, in <ConguagliCIG>, <CIGAutorizzata>, <NumAutorizzazione>, andrà esposto il numero di autorizzazione rilasciata dalla struttura Inps competente; mentre negli elementi <CongFSolCausaleACredito> e <CongFSolImportoACredito> di <CongFSolACredito> di <FondoSol>, andranno indicati, rispettivamente, la causale dell’importo posto a conguaglio ed il relativo importo.
Quanto al contributo addizionale, nell’ambito del flusso UniEmens del mese di paga successivo alla data di autorizzazione, l’azienda sarà tenuta ad esporre il contributo addizionale del mese in corso e quello riferito a periodi di autorizzazione che insistono sui periodi di paga intercorrenti fra la data d’inizio della sospensione/riduzione dell’attività lavorativa e quello in cui ricade il provvedimento di concessione della prestazione, nonchè ad assolvere i conseguenti obblighi contributivi. Per l’esposizione del contributo addizionale a livello di denuncia aziendale, negli elementi <CongFSolCausaleADebito> e <CongFSolImportoADebito> di <CongFSolADebito> di <FondoSol> andranno indicati, rispettivamente, la causale del versamento del contributo addizionale e il relativo importo. A tal fine, sono istituiti i nuovi codici causale:
– “A101”, per il contributo addizionale su assegno ordinario;
– “A102”, per il contributo addizionale su assegno di solidarietà o assegno ordinario per contratto di solidarietà.