Emittenti radiofoniche/televisive locali: come richiedere i contributi

 


Definite le modalità e i termini di presentazione delle domande per i contributi alle emittenti radiofoniche e televisive locali (Ministero Sviluppo Economico – decreto 20 ottobre 2017).

I contributi sono assegnati per la realizzazione di obiettivi di pubblico interesse, quali la promozione del pluralismo dell’informazione, il sostegno dell’occupazione nel settore, il miglioramento dei livelli qualitativi dei contenuti forniti e l’incentivazione dell’uso di tecnologie innovative e le relative domande devono essere presentate tra il 1° e il 28 febbraio di ogni anno. Solo per il 2016 e 2017, i termini di presentazione delle domande sono fissate rispettivamente nei periodi compresi dal 22 novembre al 21 dicembre 2017 e dal 2 gennaio al 31 gennaio 2018.
Le emittenti televisive possono presentare singole domande per ogni regione nella quale operano e per ogni marchio/palinsesto di cui sono titolari, mentre, le emittenti radiofoniche possono presentare domanda per la regione nella quale il soggetto è titolare della concessione radiofonica.
In ogni caso, le domande devono essere presentate, esclusivamente tramite procedura informatizzata, alla Divisione V della Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica, di radiodiffusione e postali del Ministero dello Sviluppo Economico, seguendo la procedura di compilazione specificata sul sito www.sicem.mise.gov.it. Avendo cura di indicare le informazioni richieste.

 

IRAP: professionista con segretaria part time

 


In tema di IRAP, non è soggetto all’imposta il professionista che esercita un’attività differente dalla libera professione e si avvale di una segretaria part time (Corte di Cassazione – Ordinanza del 10 novembre 2017, n. 26654).

La Suprema Corte rigetta il ricorso dell’Agenzia delle Entrate avverso la decisione della CTR, che in conformità alla decisione della CTP, aveva ritenuto che l’attività del contribuente, iscritto all’ordine dei dottori commercialisti, doveva considerarsi priva del requisito dell’autonoma organizzazione, avuto riguardo al fatto che, nel periodo di riferimento, lo stesso aveva esercitato esclusivamente attività di docenza quale titolare di cattedra universitaria ed aveva ricoperto le funzioni di componente di consigli di amministrazione e collegi sindacali di varie società, nonché consulente tecnico in giudizi arbitrali, senza svolgere le attività tipiche della professione di dottore commercialista e che, in tale contesto, il contribuente si era avvalso delle prestazioni di lavoro di una dipendente, assunta part time, svolgente mansioni di segretaria.
Le Sezioni Unite hanno rimarcato che, «se fra “gli elementi suscettibili di combinarsi con il lavoro dell’interessato, potenziandone le possibilità necessarie”, accanto ai beni strumentali vi sono i mezzi “personali” di cui egli può avvalersi per lo svolgimento dell’attività, perché questi davvero rechino ad essa un apporto significativo occorre che le mansioni svolte dal collaboratore non occasionale concorrano o si combinino con quel che è il proprium della specifica professionalità espressa nella “attività diretta alla scambio di beni a di servizi”, di cui fa discorso l’art. 2 del d.lgs. n. 446 del 1997, e ciò vale tanto per il professionista che per l’esercente l’arte, come, più in generale, per il lavoratore autonomo ovvero per le figure “di confine” individuate nel corso degli anni dalla giurisprudenza di questa Corte. E’, infatti, in tali casi che può parlarsi, (…), di “quel qualcosa in più”. Diversa incidenza assume perciò l’avvalersi in modo non occasionale di lavoro altrui quando questo si concreti nell’espletamento di mansioni di segreteria o generiche o meramente esecutive, che rechino all’attività svolta dal contribuente un apporto del tutto mediato o, appunto, generico. Lo stesso limite segnato in relazione ai beni strumentali – “eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dì organizzazione” – non può che valere, armonicamente, per il fattore lavoro, la cui soglia minimale si arresta all’impiego di un collaboratore».
Nella specie, il thema decidendum riguarda soltanto l’utilizzo di un lavoratore dipendente non occasionale e segnatamente di una segretaria part time, il che esclude che i parametri enunciati dalle Sezioni Unite siano stati superati, dall’attività del contribuente.
Pertanto, il ricorso dell’Agenzia delle entrate deve essere rigettato.


 

Iva detraibile, veicoli a motore adibiti al trasporto di persone e di cose

 


L’Azienda Trasporti che per lo svolgimento delle proprie attività di supporto attribuisce al personale tecnico veicoli a motore adibiti al trasporto di persone e di cose, può detrarre integralmente l’iva assolta per l’acquisto nonché per la custodia, manutenzione riparazione ed impiego dei veicoli a motore utilizzati dal personale tecnico addetto alla manutenzione della rete di trasporti. (Agenzia delle entrate – interpello 954-114/2017).

Con riguardo alla detraibilità dell’IVA assolta per l’acquisto, noleggio, utilizzo e manutenzione dei veicoli a motore aventi determinate caratteristiche, è prevista la detrazione nella misura del 40 per cento in relazione ai veicoli utilizzati sia per finalità imprenditoriali sia per finalità di carattere privato.
Per quanto concerne i veicoli per i quali è ammessa l’integrale detrazione dell’imposta addebitata è stato chiarito che è necessario che gli stessi siano beni che formano l’oggetto proprio dell’attività svolta riferendosi, in particolare, ai veicoli utilizzati come taxi, veicoli utilizzati dalle autoscuole, veicoli delle società di leasing e noleggio, veicoli commercializzati da concessionarie, veicoli utilizzati dai dipendenti dietro pagamento di corrispettivo e veicoli utilizzati dagli agenti e dai rappresentanti di commercio.
Al di fuori delle predette ipotesi, la detrazione dell’IVA addebitata per l’acquisto, noleggio, utilizzo e manutenzione dei veicoli a motore in argomento, spetta nella misura del 40 per cento. Tale limite rileva indipendentemente dalla misura effettiva dell’utilizzo nell’esercizio dell’attività e, quindi, l’importo da assumere a riferimento per calcolare l’ammontare detraibile è in ogni caso il 40 per cento del costo sostenuto. Tuttavia, per i veicoli a motore “utilizzati esclusivamente nell’esercizio dell’impresa, dell’arte o della professione” tale regime di detrazione limitata non opera, e tale utilizzo esclusivo si verifica, ai fini IVA, anche quando i veicoli stradali a motore acquisiti dal datore di lavoro, pure in base a contratti di noleggio o locazione, anche finanziaria, siano successivamente messi a disposizione del personale dipendente a fronte di uno specifico corrispettivo. Al di là di tale evenienza, l’imposta relativa all’acquisto degli autoveicoli in argomento è integralmente detraibile, sempreché non sussistano limitazioni all’esercizio del diritto di detrazione derivanti dall’effettuazione di operazioni esenti da IVA o non soggette all’imposta, qualora i detti veicoli siano utilizzati esclusivamente nell’esercizio dell’impresa, arte o professione, mentre non rileva a tal fine il fatto che i veicoli acquistati formino o meno oggetto dell’attività propria dell’impresa. In tali casi, è onere del soggetto passivo dare prova dell’utilizzo esclusivo del veicolo nell’esercizio della propria attività.
Sulla base delle considerazioni sopra esposte, nel caso in cui una società Azienda Trasporti per consentire lo svolgimento delle proprie attività di supporto attribuisce al personale tecnico veicoli a motore adibiti al trasporto di persone e di cose, l’iva assolta per l’acquisto nonché per la custodia, manutenzione riparazione ed impiego dei veicoli a motore utilizzati dal personale tecnico addetto alla manutenzione della rete di trasporti può essere detratta integralmente.


 

In caso di doppia residenza, le relazioni più strette determinano quella fiscale

 

Con la recente sentenza n. 26638 del 10 novembre 2017, la Corte di Cassazione ha affermato l’importante principio secondo il quale la persona che dispone di un’abitazione permanente in due Stati Contraenti, si considera fiscalmente residente nello Stato Contraente nel quale le sue relazioni personali ed economiche sono più strette. A tal fine rientra nella definizione di abitazione permanente, quella in cui è stabilita la residenza, anche se è intestata alla convivente.

In tema di tassazione nei confronti di una persona fisica che abbia la doppia residenza in Italia ed in uno Stato Estero con cui sia in vigore una convenzione contro la doppia imposizione, secondo il modello OCSE, il contribuente deve essere considerato residente nello Stato in cui ha a disposizione una abitazione permanente.
A tal proposito, la Corte di Cassazione ha affermato, con riferimento alla natura permanente dell’abitazione, che la disposizione convenzionale va interpretata come una situazione di fatto e non di diritto poiché deve considerarsi permanente l’abitazione in cui un soggetto sia di fatto in grado di risiedere stabilmente, a prescindere dall’esistenza e dalla qualità del titolo giuridico da cui tale situazione è determinata.
In particolare, secondo i giudici della Suprema Corte, deve ritenersi che rientri nella definizione di abitazione permanente quella in cui il contribuente ha stabilito la propria residenza in Italia, ancorché sia intestata alla propria convivente.
A tal fine, precisa la Corte, all’espressione “abitazione permanente” rilevabile nella convenzione OCSE contro le doppia imposizione non può essere attribuito altro significato se non quello di un alloggio di cui il contribuente può disporre stabilmente a qualsivoglia titolo, non potendo la caratteristica della permanenza identificarsi nella proprietà di essa ma nel fatto che il soggetto ne può disporre a suo piacimento per periodi temporali indeterminati.
Da ciò deriva l’applicazione di un’ulteriore criterio, secondo cui quando la persona dispone di un’abitazione permanente in entrambi gli Stati Contraenti, è considerata residente nello Stato Contraente nel quale le sue relazioni personali ed economiche sono più strette.


 

Maggiore capacità contributiva accertata dall’ufficio: prova contraria a carico del contribuente

 


L’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, tuttavia l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione. (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 31 ottobre 2017, n. 25996).

Il contribuente ricorre in Cassazione impugnando la sentenza della CTR del Lazio, in tema di accertamento redditometrico, per una maggiore capacità contributiva accertata dall’ufficio dell’Agenzia delle entrate per il 2006 e il 2007 in ragione del possesso di una serie di beni indice. La CTR nel rigettare l’appello della parte contribuente, non avrebbe attribuito la giusta valenza probatoria alla documentazione prodotta che giustificava le spese e i beni posseduti e che sono stati, invece, contestati dall’ufficio come indice di maggior capacità reddituale e, quindi, contributiva. Secondo l’assunto del ricorrente, egli non è tenuto a dimostrare il vero e proprio “nesso causale” tra le disponibilità economiche e la loro compatibilità con il tenore di vita, secondo un’oggettiva destinazione, ma è sufficiente che dimostri un’astratta capacità reddituale.
Per la Cassazione il motivo di ricorso va rigettato. Secondo il costante orientamento di questa Corte l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, tuttavia l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione.
Nel caso di specie, la CTR con motivazione congrua ha esaminato tutta la documentazione esibita dal contribuente nei gradi di merito (vendita di un immobile nel 1999, liquidazione di una polizza assicurativa nel 2007 – al di fuori, quindi, del periodo in contestazione -, esigui proventi da locazione, vendita-permuta di veicoli già di proprietà del ricorrente), e attraverso una disamina logica e coerente è pervenuta al convincimento che le presunzioni semplici di maggior capacità reddituale, non fossero state superate, di talché l’accertamento di fatto operato risulta insindacabile nella presente sede, con conseguente conferma della legittimità dell’accertamento dell’ufficio. In particolare, il ricorrente non ha documentato nei gradi di merito di aver “conservato” il denaro proveniente dalla vendita dell’immobile del 1999 fino agli anni oggetto di controversia (2005-2006) per l’acquisto dei beni indice contestati dall’ufficio.