Affittacamere: i servizi accessori svelano l’attività

 


La fornitura di servizi accessori possono svelare l’omessa contabilizzazione di ricavi conseguiti in relazione allo svolgimento di fatto e in prevalenza di una attività di affittacamere (Corte di cassazione – ordinanza n. 21841/2018).

A stabilirlo è stata la Corte di cassazione in relazione all’esercizio di una attività di mediazione mobiliare che in realtà nascondeva l’esercizio abusivo di una attività di affittacamere e di gestione di case e di appartamenti per vacanza, con fornitura degli annessi servizi accessori.
In merito i giudici hanno affermato che la disponibilità di svariati immobili per vacanza pubblicizzati su sito internet per l’affitto estivo ivi compresa la fornitura di annessi servizi accessori, tra cui pulizie iniziali e finali e fornitura di biancheria e gli accrediti in denaro contabilizzati sui conti correnti intestati alla società possono rappresentare prove idonee a dimostrare l’esercizio abituale dell’attività di affittacamere e la conseguente qualificazione dei proventi derivanti dalla locazione degli immobili come reddito d’impresa.


L’elemento discriminante che consente di distinguere l’attività di mera locazione, rientrante tra i redditi fondiari, dall’attività imprenditoriale di affittacamere è rappresentato proprio dall’erogazione o meno di servizi accessori, quali ad esempio la pulizia ed il riassetto degli ambienti, il cambio della biancheria, il lavaggio e stiratura di indumenti.


Pertanto, la presenza nei locali della società di biancheria a noleggio, costituisce prova sufficiente a dimostrare l’esercizio abituale di affittacamere.

 

Compensi corrisposti a terzi non sempre costituiscono presupposto IRAP

 


11 SETT 2018 L’entità dei compensi, sia in termini assoluti sia in rapporto all’entità dei ricavi dell’attività professionale non è rappresentativa di per sé del requisito dell’autonoma organizzazione come presupposto dell’imposizione ai fini IRAP (CORTE DI CASSAZIONE – sez. VI – Ordinanza 07 settembre 2018, n. 21762).

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, la CTR del Friuli Venezia Giulia con sentenza accolse l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un geometra avverso la sentenza della CTP di Udine, che aveva invece accolto il ricorso del contribuente avverso avvisi di accertamento per IRAP relativi agli anni 2007, 2008 e 2009.
Avverso la sentenza della CTR il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo.
Con l’unico motivo il ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2 e 3 del d. lgs. n. 446/1997 e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. nella parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto la sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione, quale presupposto impositivo dell’IRAP, desumendolo in sostanza da un’unica circostanza, l’entità dei compensi corrisposti a terzi per importi compresi nel triennio di riferimento tra i ventimila ed i trentamila euro annui, anche in rapporto all’entità dei ricavi di poco eccedenti i centomila euro annui nell’arco temporale di riferimento.
Per la Suprema Corte il motivo è manifestamente fondato in relazione alla denuncia di violazione o falsa applicazione degli artt. 2 e 3 del d. lgs. n. 446/1997, mentre deve ritenersi infondato nella parte relativa alla denuncia della violazione dell’art. 2697 c.c..
La sentenza impugnata, ineffetti, ha dedotto la sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione sulla base di un solo elemento, cioè l’entità dei compensi corrisposti a terzi in ciascuno degli anni oggetto di accertamento, riferiti a prestazioni estranee alle competenze professionali del geometra, ritenendo l’entità dei compensi, sia in termini assoluti (tra i ventimila ed i trentamila euro annui) sia in rapporto all’entità dei ricavi dell’attività professionale (di poco superiore ai centomila euro per ciascun anno), rappresentativa di per sé del requisito dell’autonoma organizzazione come presupposto dell’imposizione ai fini IRAP.
In tal modo la sentenza impugnata si è posta in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte in materia, secondo cui l’entità anche elevata di compenso corrisposto dal contribuente ad altro professionista non fa scattare automaticamente l’imposizione IRAP; né è di per sé indice della sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione il valore dei costi, anche nel rapporto percentuale degli stessi con i ricavi.
L’essere poi i compensi oggettivamente riferiti ad attività che vanno oltre le competenze professionali proprie del geometra induce la Corte a ritenere che non necessitino ulteriori accertamenti di fatto ai fini della decisione e che la causa possa essere pertanto decisa nel merito con l’accoglimento dell’originario ricorso del contribuente.


 

Approvate le correzioni al Codice del Terzo settore

 

All’esito delle consultazioni con gli enti e le associazioni no profit, il Governo ha definito le misure correttive ed integrative al Codice di disciplina del Terzo Settore, approvate con il Decreto Legislativo n. 105 del 2018. Modificate, tra l’altro, le disposizioni dedicate al regime fiscale del degli enti del Terzo Settore.

Vediamo in dettaglio le principali modifiche alle disposizioni contabili e fiscali disciplinate dal Codice del Terzo settore, in vigore dall’11 settembre 2018.


REGIME FISCALE DEL SOCIAL LENDING
Per quanto concerne il “regime fiscale del social lending”, la norma è stata aggiornata con la previsione per cui “i soggetti gestori delle piattaforme di prestiti per finanziatori non professionali (piattaforme di Peer to Peer Lending) gestite da società iscritte all’albo degli intermediari finanziari sono tenuti ad operare la ritenuta alla fonte a titolo d’imposta sui proventi corrisposti ai finanziatori per i prestiti destinati a enti e associazioni del Terzo settore per le attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.


SOCIAL BONUS
In tema di benefici fiscali per le erogazioni liberali in denaro, viene precisato che il credito d’imposta riconosciuto per le erogazioni effettuate in favore degli enti del Terzo settore che hanno presentato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali un progetto per sostenere il recupero degli immobili pubblici inutilizzati e dei beni mobili e immobili confiscati alla criminalità organizzata assegnati ai suddetti enti del Terzo settore e da questi utilizzati esclusivamente per lo svolgimento di attività no profit con modalità non commerciali (cd. “social bonus”), può essere fruito da parte dei soggetti titolari di reddito di impresa mediante compensazione con il modello F24. Il credito d’imposta, inoltre, non è rilevante ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP.


IMPOSTE INDIRETTE
In materia di imposte indirette, viene prevista l’esenzione dall’imposta di registro per gli atti costitutivi e quelli connessi allo svolgimento delle attività delle organizzazioni di volontariato, mentre resta confermata l’applicazione in misura fissa delle imposte di registro, ipotecaria e catastale sugli atti costitutivi e le modifiche statutarie (comprese le operazioni di fusione, scissione o trasformazione) poste in essere dagli altri enti del Terzo settore comprese le cooperative sociali ed escluse le imprese sociali costituite in forma di società. Sono in ogni caso esenti dall’imposta di registro le modifiche statutarie adottate allo scopo di adeguare gli atti a modifiche o integrazioni normative.


REGIME FISCALE DEGLI ENTI FILANTROPICI
Viene esteso agli enti filantropici il regime fiscale di favore già previsto per le organizzazioni di volontariato in relazione alle attività non commerciali poste in essere dalle stesse. In particolare, per tali soggetti, non si considerano commerciali, oltre alle attività di interesse generale esercitate senza scopo di lucro, le seguenti attività svolte senza l’impiego di mezzi organizzati professionalmente per fini di concorrenzialità sul mercato: a) attività di vendita di beni acquisiti da terzi a titolo gratuito a fini di sovvenzione, a condizione che la vendita sia curata direttamente dall’organizzazione senza alcun intermediario; b) cessione di beni prodotti dagli assistiti e dai volontari semprechè la vendita dei prodotti sia curata direttamente dall’organizzazione di volontariato senza alcun intermediario; c) attività di somministrazione di alimenti e bevande in occasione di raduni, manifestazioni, celebrazioni e simili a carattere occasionale. Inoltre, i redditi degli immobili destinati in via esclusiva allo svolgimento di attività non commerciali sono esenti da IRES.


TENUTA E CONSERVAZIONE SCRITTURE CONTABILI
Con riferimento alle disposizioni riguardanti la “tenuta e conservazione delle scritture contabili” viene stabilito che la situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’enti del Terzo settore deve essere rappresentata distintamente (per attività di interesse generale e per attività diverse) nel bilancio d’esercizio, sostituendo la precedente disposizione che prevedeva l’elaborazione di un “apposito documento”. Inoltre, per gli enti del Terzo settore non commerciali che non applicano il regime forfetario, è stata elevata da 50 mila a 220 mila euro la soglia di proventi dell’anno precedente, che consente di tenere il rendiconto di cassa in luogo delle scritture contabili.

 

Licenze per i servizi postali di notifica degli atti giudiziari: al Mise le domande per il rilascio

 

Dopo la liberalizzazione dei servizi postali, via libera anche a quella del servizio di notifica a mezzo posta degli atti giudiziari e comunicazioni connesse e di violazioni del codice della strada. Il Ministero dello Sviluppo Economico, infatti, ha approvato il disciplinare delle procedure per il rilascio delle licenze individuali speciali per lo svolgimento di tali attività. (Decreto Ministeriale 19 luglio 2018).

Continua il processo di liberalizzazione del mercato interno dei servizi postali comunitari, con l’approvazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) del disciplinare delle procedure per il rilascio delle licenze individuali speciali per l’offerta al pubblico dei servizi di notificazione a mezzo posta di atti giudiziari e comunicazioni connesse e di violazioni del codice della strada.
Sebbene l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) abbia approvato il regolamento che disciplina lo svolgimento di tali servizi, compete al Mise il rilascio dei titoli abilitativi in materia di servizi postali e, quindi, anche delle suddette licenze individuali speciali.
Le licenze sono suddivise in 4 categorie:
– A1 per la notificazione a mezzo posta degli atti giudiziari e delle violazioni del codice della strada, in ambito nazionale;
– A2 per la notificazione a mezzo posta degli atti giudiziari e delle violazioni del codice della strada, in ambito regionale;
– B1 per la notificazione a mezzo posta di violazioni del codice della strada, in ambito nazionale;
– B2 per la notificazione a mezzo posta di violazioni del codice della strada, in ambito regionale.


Le domande per il rilascio delle suddette licenze, pertanto, devono essere presentate al Ministero dello Sviluppo Economico – Divisione VI-servizi postali – Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica di radiodiffusione e postali, utilizzando gli appositi modelli disponibili sul sito internet ministeriale.
La presentazione della domanda può essere effettuate sia tramite raccomandata A.R., sia tramite PEC all’indirizzo div.06.pec@mise.gov.it.
Il Ministero decide per il rilascio della licenza individuale speciale o per il rifiuto della stessa entro 45 giorni dal giorno di ricevimento della domanda. Tuttavia, in caso di domanda incompleta, il predetto termine resta sospeso fino al ricevimento di quanto richiesto dal Ministero. Il mancato riscontro entro 30 giorni dal ricevimento della richiesta comporta la rinuncia alla domanda.
In ogni caso la presentazione della domanda non abilita all’esercizio dell’attività, per il quale è necessario attendere l’effettivo rilascio della licenza individuale speciale.
La licenza speciale, sia in ambito nazionale che regionale, ha una validità non superiore a 6 anni, ed è rinnovabile previa richiesta da presentare almeno novanta giorni prima della scadenza. L’eventuale cessione della licenza speciale è soggetta al preventivo consenso del Ministero, fermo restando il possesso dei requisiti e la presentazione della documentazione da parte del soggetto interessato al subentro.


Il rilascio della licenza individuale speciale è soggetto al pagamento:
– di un contributo a titolo di rimborso delle spese sostenute dal Ministero per l’istruttoria;
– di un contributo, da versare entro trenta giorni dal ricevimento del provvedimento, dovuto per verifiche e controlli sulla permanenza dei requisiti richiesti per la licenza relativo al primo anno di decorrenza. Successivamente, il contributo deve essere versato annualmente per l’attività di controllo e verifiche sulla permanenza dei requisiti.


Ai fini del rilascio della licenza speciale è richiesto, tra l’altro, il possesso di specifici requisiti di affidabilità (fatturato minimo e fidejussione bancaria o assicurativa autonoma e irrevocabile), professionalità e onorabilità, oltre alla trasmissione dei segni distintivi (marchio e logo) che saranno utilizzati per fornire il servizio.


La vigilanza sul rispetto dei requisiti necessari per lo svolgimento dell’attività è di competenza dell’AGCOM, che segnala al Ministero le eventuali violazioni; in base alla natura e alla tipologia delle violazioni, quest’ultimo dispone i provvedimenti di diffida, sospensione o revoca della licenza.

 

Regime di tassazione applicabile alle “stock option”

 


10 SETT 2018 La disposizione relativa ai criteri di tassazione delle cd. “stock options”, in tema di Irpef, si applica a decorrere dal 1° gennaio 2000 e, quindi, alle assegnazioni dei titoli avvenute dopo tale data, indipendentemente dal momento in cui sia stata offerta l’opzione. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 20 luglio 2018, n. 19393).


 


Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, una società finlandese nell’anno 1997 deliberava un piano di stock options attraverso il quale attribuiva ad alcuni dipendenti della società Italiana un certo numero di diritti di opzione su proprie azioni, non cedibili a terzi fino al 1° novembre 2001. I beneficiari della attribuzione, nel corso dell’anno 2001 cedevano 1.000 diritti di opzione ciascuno; con separate istanze, nel febbraio 2004 chiedevano il rimborso delle ritenute Irpef operate dalla società italiana sui valori loro attribuiti a seguito della cessione dei diritti di opzione, ritenendo non applicabile il regime fiscale introdotto dall’art. 13, comma 2, del d.lgs. n. 505/1999, avente decorrenza dal 1/1/2000, bensì il regime più favorevole di cui all’art. 48, comma 3, del t.u.i.r., ratione temporis vigente.
Al riguardo la Cassazione ha ribadito che con l’espressione “stock options” si intende far riferimento all’offerta generalizzata ai dipendenti di una società quotata in borsa di diritti di opzione ad acquistare o a sottoscrivere in una certa data futura e ad un prezzo predeterminato le azioni della società, e ciò al fine di incentivare i dipendenti ad aumentare la produttività.
Come statuito da questa Corte “in tema di Irpef, la disposizione contenuta nella lettera g-bis) del comma 2 dell’art. 48 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, aggiunta dall’art. 13, comma 1, lett. b) del d.lgs. 23 dicembre 1999, n. 505, relativa ai criteri di tassazione delle cd. “stock options”, si applica, secondo il comma 2 dell’art. 13 citato, a decorrere dal 1° gennaio 2000 e, quindi, alle assegnazioni dei titoli avvenute dopo tale data, indipendentemente dal momento in cui sia stata offerta l’opzione”.
Va, al riguardo, rilevato che l’art. 48, nel testo originario, disciplinava la determinazione del reddito da lavoro dipendente, ricomprendendovi tutte le somme ed i valori in genere percepiti anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro, prevedendo specifiche esclusioni che non facevano alcun riferimento ai piani di incentivazione azionaria.
Con il d.lgs. 314/1997, si è invece inserito tra i casi di esclusione dal computo del reddito da lavoro dipendente il valore delle azioni offerte alla generalità dei dipendenti, in caso di sottoscrizione di azioni ai sensi degli artt. 2349 e 2441, ultimo comma, cod. civ.
Con il successivo d.lgs. 505/1999 è stato disciplinato anche il diritto di opzione, con riferimento al momento della sua attribuzione ed a quello successivo del suo esercizio, e, introducendo nel citato art. 48 la lettera g-bis), è stata prevista l’esclusione dal reddito da lavoro dipendente della differenza di valore delle azioni attribuite al dipendente, avuto riguardo ai due diversi momenti di attribuzione e di esercizio dell’opzione, a condizione che questi abbia pagato le azioni al valore corrente alla data dell’offerta.
Attraverso la nuova disposizione, il legislatore ha, dunque, voluto affermare in via di principio la tassabilità secondo il regime ordinario previsto per i redditi da lavoro dipendente del valore conseguito dal lavoratore con l’esercizio del diritto di opzione attribuitogli dalla società presso la quale egli lavora, salvo, in via di deroga, l’esclusione dal reddito imponibile qualora si realizzi la condizione prevista dal citato art. 13, comma 1, la cui finalità è quella di escludere che il piano di azionariato venga utilizzato per corrispondere al dipendente compensi non soggetti a tassazione attraverso l’offerta di titoli ad un prezzo inferiore al loro valore di mercato. Con la conseguenza che il maggior valore dell’azione attribuita al dipendente con il meccanismo della “stock option”, se ricollegabile esclusivamente al miglior andamento economico della società, viene ritenuto esente ai fini della determinazione del reddito da lavoro dipendente, mentre se è frutto di ulteriori vantaggi economici attribuiti dalla società al lavoratore al momento dell’operazione di azionariato, viene ritenuto tassabile come reddito da lavoro dipendente.
La Corte ha precisato che “le assegnazioni di titoli” considerate dal legislatore sono quelle indicate nella lettera g-bis), sicchè il momento temporale va identificato in quello in cui la società datrice di lavoro, onorando l’offerta di acquisto fatta in precedenza, assegna, trasferendo la titolarità degli stessi, i titoli azionari offerti al dipendente, realizzando in tal modo il presupposto impositivo.
Nel caso di specie il presupposto impositivo si è realizzato nel 2001, e quindi sotto il regime del d.lgs. n. 505/99, e non ricorre alcuna delle due ipotesi di esclusione dell’applicazione della nuova disciplina (che, configurando eccezioni, non possono che essere di stretta interpretazione), atteso che i diritti di opzione sono stati ceduti dai contribuenti nel 2001 a seguito di attribuzione intervenuta nel 1997; ne consegue la piena legittimità della tassazione operata sul valore dei diritti di opzione assegnati ed oggetto di cessione e la infondatezza delle istanze di rimborso proposte dai contribuenti.