In assenza di pregiudizio per l’attività di controllo fiscale no alla sanzione

 


Non sono punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 08 giugno 2018, n. 14933)

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, l’Agenzia delle Entrate ha emesso, nei confronti della società contribuente atto di contestazione con il quale ha irrogato la sanzione amministrativa pecuniaria per omessa registrazione di operazioni imponibili, nonché la sanzione pecuniaria per omessa tenuta della contabilità, in quanto al momento dell’accesso della Guardia di Finanza non erano stati esibiti in forma cartacea i registri IVA; avverso il suddetto atto impositivo aveva proposto ricorso la società contribuente che aveva contestato che al momento della emissione del processo verbale di constatazione non erano ancora scaduti i termini di presentazione delle dichiarazioni annuali e che, comunque, per il periodo di imposta in questione era richiesto al contribuente che i supporti magnetici fossero aggiornati e che, su richiesta dei verificatori, il contribuente provvedesse a stampare i dati, come in effetti la società aveva fatto; la Commissione tributaria provinciale di Firenze aveva accolto il ricorso, ritenendo che, nonostante il comportamento omissivo della società contribuente, le violazioni contestate non potevano essere sanzionate, in quanto non era stato impedito il controllo da parte dei verificatori e non si era verificato alcun danno per l’Erario; l’Agenzia delle Entrate aveva proposto appello avverso la suddetta pronuncia, ritenendo che le violazioni contestate non potevano essere considerate meramente formali e perché la tardiva esibizione delle scritture (avvenuta trenta giorni dopo la richiesta) aveva costretto la Guardia di Finanza ad operare sulla base di documenti contabili la cui autenticità e certezza era pur sempre discutibile; si era costituita la società contribuente chiedendo la conferma della decisione impugnata;
la Ctr della Toscana ha rigettato l’appello, confermando la sentenza impugnata, in quanto l’inosservanza della disciplina della tenuta dei registri contabili con sistemi meccanografici e la mancata contestualità della stampa rispetto alla richiesta dei verificatori costitutiva una violazione meramente formale ove, come nel caso di specie, era risultato che le obbligazioni tributarie erano state correttamente assolte e che era avvenuta, sebbene tardivamente, l’esibizione delle scritture contabili prescritte; l’Agenzia delle entrate ricorre con unico motivo per la cassazione della sentenza della Ctr Toscana. il ricorso è infondato.
 In tema di violazioni tributarie si definisce “mera violazione formale” non punibile allorché la violazione sia priva di incidenza sulla determinazione della base imponibile dell’imposta e sul versamento del tributo e sia inidonea ad arrecare pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo. Tali requisiti, peraltro, devono ricorrere congiuntamente ai fini della non sanzionabilità delle violazioni meramente formali.
Nel caso di specie è risultato sia che le obbligazioni tributarie erano state regolarmente adempiute sia che era avvenuta l’esibizione delle scritture contabili prescritte, ciò consentendo ai verificatori ogni più ampio controllo; si tratta di una valutazione su di una questione di merito (la sussistenza di un pregiudizio arrecato all’esercizio delle azoni di controllo dell’Amministrazione finanziaria) fatta oggetto di considerazione specifica da parte del giudice di secondo grado, non sindacabile in questa sede, se non sotto il profilo, non prospettato da parte ricorrente, dell’eventuale difetto di motivazione;
Sebbene, quindi, in astratto, l’omessa istituzione del registro delle fatture e l’omessa registrazione delle fatture costituisca condotta idonea a frapporre un ostacolo all’attività di controllo da parte della Amministrazione finanziaria, nella fattispecie concreta il giudice di appello ha escluso che il suddetto pregiudizio si sia verificato, come del resto desumibile dalla circostanza, desumibile dalla pronuncia di primo grado e non contestata dalla parte ricorrente, che gli accertatori hanno potuto effettuare un puntuale riscontro pervenendo alla determinazione analitica del volume di affari, del valore della produzione e del reddito d’impresa; pertanto, il ricorso non può trovare accoglimento.


 

Revoca benefici prima casa, con esclusione delle sanzioni

 

Con la recente Sentenza n. 14964/2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio per cui, in caso di revoca dei benefici fiscali “prima casa”, dovuta alle caratteristiche di lusso dell’immobile, accertate secondo i criteri dimensionali previsti dal decreto ministeriale in base alla disciplina ante 2014, è legittima la disapplicazione delle sanzioni in forza del principio del favor rei.

Nell’ambito di una controversia riguardante l’indebita fruizione delle agevolazioni fiscali previste per l’acquisto della “prima casa”, la Corte di Cassazione ha confermato la revoca dei benefici in considerazione delle caratteristiche di lusso dell’immobile acquistato, avente una superficie complessiva superiore 240 mq ed un’area scoperta di pertinenza superiore di oltre sei volte la superficie coperta, tuttavia ha riconosciuto l’esonero dalle sanzioni poiché il presupposto oggettivo della dichiarazione “mendace”, secondo l’attuale disciplina agevolativa non è più sanzionabile.
A decorrere dai trasferimenti di immobili realizzati successivamente al 1° gennaio 2014, la disciplina agevolativa applicabile per l’acquisto della “prima casa” è stata modificata con il superamento del criterio di individuazione dell’immobile di lusso – non ammesso, in quanto tale, ai benefici “prima casa” – incentrato sui parametri di cui al D.M. 2 agosto 1969, il cui elevato tecnicismo ha dato causa ad un elevato contenzioso, configurando la sussistenza di obbiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni.
In forza della disciplina sopravvenuta, infatti, l’esclusione dalla agevolazione non dipende più dalla concreta tipologia del bene e dalle sue intrinseche caratteristiche qualitative e di superficie (individuate sulla base del suddetto D.M.), bensì dalla circostanza che la casa di abitazione oggetto di trasferimento sia iscritta in categoria catastale A1, A8 ovvero A9 (rispettivamente: abitazioni di tipo signorie; abitazioni in ville; castelli e palazzi con pregi artistici o storici).
Come accennato, però, il nuovo regime trova applicazione ai trasferimenti realizzati successivamente al 1° gennaio 2014, per cui gli atti antecedenti a detto discrimine temporale, continuano ad essere disciplinati in base alla previgente disciplina, sicché resta fermo il pregresso regime impositivo sostanziale, secondo i parametri del D.M. 2 agosto 1969, e la correlata potestà di revoca dell’agevolazione, con conseguente recupero delle imposte dovute dal contribuente in misura ordinaria.
Per quanto concerne le sanzioni, secondo i giudici della Suprema Corte, deve ritenersi applicabile il principio del “favor rei”, secondo il quale, in materia di sanzioni amministrative per violazioni tributarie, “salvo diversa previsione di legge, nessuno può essere assoggettato a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce violazione punibile. Se la sanzione è già stata irrogata con provvedimento definitivo il debito residuo si estingue, ma non è ammessa ripetizione di quanto pagato”.
Con riferimento alle agevolazioni “prima casa”, per effetto della modifica normativa, la condotta che prima integrava una violazione fiscale, e cioè il mendacio del contribuente ricadente sulle caratteristiche non di lusso dell’abitazione acquistata, non è più configurabile, in quanto fondata su un parametro (quello catastale) del tutto differente da quello precedente (caratteristiche dell’immobile), fatto oggetto di mendacio.
D’altra parte, precisa la Corte di Cassazione, la modifica normativa non ha abolito né l’imposizione (recupero a piena tassazione dell’agevolazione indebitamente fruita), né le previsioni sanzionatorie derivanti dalla falsa dichiarazione, atteso che secondo l’attuale formulazione, in caso di dichiarazione mendace, sono dovute le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché una sovrattassa pari al 30% delle stesse imposte, e gli interessi di mora, con ciò ponendo la questione della permanenza della legittimità della sua irrogazione dopo la modifica del sistema agevolativo.
Tuttavia, è stato modificato (cancellato) l’oggetto della dichiarazione costituente il presupposto sanzionatorio, tanto che, in base al regime sopravvenuto, l’agevolazione ben potrebbe sussistere (in assenza di iscrizione nelle categorie catastali ostative) anche in capo ad immobili abitativi connotati dalle caratteristiche la cui mancata o falsa dichiarazione in precedenza avrebbe costituito il motivo della sanzione.
Ne consegue, secondo i giudici, il legittimo ricorso al principio del favor rei e, dunque, l’annullamento delle sanzioni irrogate, tenuto conto che è venuto meno il titolo per applicarle (non certo la falsità della dichiarazione del contribuente), in quanto riferite a parametri normativi non più vigenti, poiché riguardo alla condotta si è spezzato il collegamento tra la norma sanzionatoria e la norma impositiva.

 

No all’IRAP per il lavoratore che si avvale di una struttura organizzata da altri

 


Non è sufficiente, ai fini dell’applicazione dell’imposta Irap, che il lavoratore si avvalga di una struttura organizzata, ma è anche necessario che questa struttura sia autonoma, cioè faccia capo al lavoratore stesso, non solo ai fini operativi, bensì anche sotto i profili organizzativi (Corte di Cassazione – Ordinanza 07 giugno 2018, n. 14788).

La Cassazione accoglie il ricorso proposto dal professionista avverso la sentenza della CTR, relativa al diniego di rimborso IRAP serbato dall’Agenzia delle Entrate.
Per il ricorrente, la motivazione dei giudici d’appello era soltanto apparente, poiché non indicava, neppure sommariamente, gli elementi posti a base del convincimento del collegio giudicante, ed, inoltre, i giudici d’appello non avrebbero considerato che gli studi esterni, presso cui il professionista svolgeva la propria attività professionale non erano a lui riferibili, in termini di organizzazione e responsabilità, né agli stessi il contribuente era associato; infine, neppure i beni strumentali erano riconducibili a un quid pluris rispetto al minimo indispensabile.
Secondo l’insegnamento della Suprema Corte: “Per la soggezione ad IRAP dei proventi di un lavoratore autonomo è necessario che la struttura organizzata di cui questi si avvalga faccia capo allo stesso non solo ai fini operativi, ma anche sotto il profilo organizzativo.”.
Nel caso di specie, i giudici d’appello hanno ritenuto sussistere un’idonea struttura organizzativa imputabile al contribuente, benché la stessa facesse capo a strutture terze, e ciò, sulla base degli elevati costi di gestione, senza verificare se fossero sintomatici del ruolo organizzativo assunto da professionista nell’ambito di tali strutture, e per il valore dei beni strumentali, senza verificarne l’effettiva rilevanza.


 

Servizi accessori di trasporto in Italia non soggetti a IVA

 


Le prestazioni di importazione accessorie di trasporto di mero transito in Italia non scontano l’iva sul corrispettivo (Corte di cassazione – sentenza n. 13119/2018).

Ai servizi di trasporto in entrata di valore trascurabile, costituenti prestazioni accessorie, non si applica l’Iva sul corrispettivo delle spese di trasporto relative alle merci.


Infatti, il sistema comune d’imposta sul valore aggiunto prescrive per l’applicazione dell’esenzione dall’imposta sul valore aggiunto alle prestazioni accessorie, fra cui i servizi di trasporto, non soltanto che il loro valore sia compreso nella base imponibile, ma anche che tali prestazioni siano state effettivamente assoggettate all’imposta sul valore aggiunto in dogana, all’atto dell’importazione.


Il Decreto IVA nazionale di fatto prevede che non sono imponibili “i servizi accessori relativi alle piccole spedizioni di carattere non commerciale e alle spedizioni di valore trascurabile di cui alle direttive 2006/79 e 2009/132, sempreché i corrispettivi dei servizi accessori abbiano concorso alla formazione della base imponibile e ancorché la medesima non sia stata assoggettata all’imposta”.

 

Via libera alla tutela europea per i “segreti commerciali”

 

Adottate con legge dello Stato le misure di attuazione della direttiva europea cd. “Trade Secret”, in materia di protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate (segreti commerciali) contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti (Decreto Legislativo 11 maggio 2018, n. 63).

Con il Decreto Legislativo 11 maggio 2018, n. 63, sono recepite nel “Codice della proprietà industriale” le norme europee in materia di tutela dei “segreti commerciali”, mentre nel codice penale sono disciplinate le pene inflitte contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti degli stessi.

SEGRETI COMMERCIALI


Per “segreti commerciali” si intendono le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore, ove tali informazioni:
a) siano segrete, nel senso che non siano nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore;
b) abbiano valore economico in quanto segrete;
c) siano sottoposte, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggette, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete.

COMPORTAMENTO ILLECITO


Si configura il comportamento illecito quando l’acquisizione, la rivelazione a terzi o l’utilizzo dei segreti commerciali sia effettuata in modo abusivo, senza il consenso del legittimo detentore. È tale altresì quando il soggetto, al momento dell’acquisizione, dell’utilizzazione o della rivelazione, sia a conoscenza o, secondo le circostanze, avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che i segreti commerciali siano stati ottenuti direttamente o indirettamente da un terzo che li utilizza o rivela illecitamente.
Inoltre, costituiscono illecito utilizzo dei segreti commerciali, la produzione, l’offerta, la commercializzazione, oppure l’importazione, l’esportazione o lo stoccaggio di merci costituenti violazione, quando il soggetto che svolge tali condotte sia a conoscenza o, secondo le circostanze, avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che i segreti commerciali siano stati utilizzati illecitamente. Per merci costituenti violazione si intendono le merci delle quali la progettazione, le caratteristiche, la funzione, la produzione o la commercializzazione beneficiano in maniera significativa dei segreti commerciali acquisiti, utilizzati o rivelati illecitamente.

MISURE DI TUTELA DEI SEGRETI COMMERCIALI


Come per la proprietà industriale, anche per la tutela di “segreti commerciali” è prevista l’applicazione di misure correttive e sanzioni civili. In particolare, il giudice può disporre, tenuto conto di principi di proporzionalità e di specifiche circostanze del caso concreto:
– l’inibitoria della fabbricazione, del commercio e dell’uso delle cose costituenti violazione del diritto, accompagna eventualmente dalla previsione di una somma dovuta per ogni violazione o inosservanza successivamente constatata e per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento;
– l’ordine di ritiro definitivo dal commercio delle medesime cose nei confronti di chi ne sia proprietario o ne abbia comunque la disponibilità.
In alternativa il giudice può disporre il pagamento di un indennizzo qualora ricorrano congiuntamente le seguenti condizioni:
a) la parte istante, al momento dell’utilizzazione o della rivelazione, non conosceva né, secondo le circostanze, avrebbe dovuto conoscere, del fatto che i segreti commerciali erano stati ottenuti da un terzo che li stava utilizzando o rivelando illecitamente;
b) l’esecuzione di tali misure può essere eccessivamente onerosa per la parte istante;
c) l’indennizzo risulti adeguato in relazione al pregiudizio subito dalla parte che ha chiesto l’applicazione delle misure.
I diritti e le azioni derivanti dall’acquisizione, dall’utilizzo e dalla divulgazione illeciti dei segreti commerciali si prescrivono in cinque anni.
Nell’ambito dei procedimenti giudiziari, ai fini della tutela dei segreti commerciali, il giudice può vietare, su istanza di parte, ai soggetti da lui nominati o delegati, alle parti e ai loro rappresentanti e consulenti, ai difensori, al personale amministrativo, ai testimoni, e agli altri soggetti che a qualunque titolo hanno accesso ai provvedimenti, agli atti e ai documenti presenti nel fascicolo d’ufficio, l’utilizzo o la rivelazione dei segreti commerciali oggetto del procedimento che ritenga riservati.
Il divieto mantiene efficacia anche successivamente alla conclusione del procedimento, ma perde efficacia se:
a) con sentenza, passata in giudicato, è accertato che le informazioni non costituiscono segreti commerciali;
b) i segreti commerciali diventano generalmente noti o facilmente accessibili agli esperti e agli operatori del settore.
Sempre su istanza di parte, inoltre, il giudice può:
– limitare ad un numero ristretto di soggetti l’accesso alle udienze e agli atti e ai documenti presenti nel fascicolo d’ufficio;
– disporre, nei provvedimenti che definiscono i procedimenti, resi disponibili anche a soggetti diversi dalle parti, l’oscuramento o l’omissione delle parti contenenti i segreti commerciali.

SANZIONI PENALI


Sotto il profilo penale, chi eluda l’esecuzione di un provvedimento del giudice che prescriva misure inibitorie o correttive a tutela dei segreti commerciali è punito con la reclusione fino a 3 anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032.
Inoltre, su querela della persona offesa, è punito con la reclusione fino a 2 anni, chiunque, venuto a conoscenza per ragioni del suo stato o ufficio, o della sua professione o arte, di segreti commerciali o di notizie destinate a rimanere segrete, su scoperte o invenzioni scientifiche, li rivela o li impiega a proprio o altrui profitto. La stessa pena si applica a chiunque, avendo acquisito in modo abusivo segreti commerciali, li rivela o li impiega a proprio o altrui profitto.
La pena è aumentata se il fatto relativo ai segreti commerciali è commesso tramite qualsiasi strumento informatico.