Cartelle esattoriali notificate a mezzo PEC

 


Dal primo giugno 2016 tutte le notifiche di Equitalia vanno eseguite tramite PEC nei confronti di quei soggetti, quali imprenditori individuali, società e professionisti che devono esserne forniti per legge, mentre, per i privati continuerà ad essere una scelta discrezionale dell’Ente. (CTP DI LA SPEZIA – Sentenza 09 ottobre 2017, n. 420).

Nella fattispecie posta all’esame della CTP, la Società contribuente propone ricorso avverso la cartella esattoriale notificatale come allegato alla comunicazione di posta elettronica proveniente da Equitalia Nord S.p.a..
La ricorrente lamenta la mancanza di autenticità ed originalità della cartella impugnata, in quanto da considerarsi copia priva dei requisiti di legge essenziali (valida dichiarazione di conformità) e si duole del fatto che il file allegato alla comunicazione pervenuta via PEC possa considerarsi documento informatico in quanto non sottoscritto con la firma digitale richiesta, oltre che della validità del ruolo in quanto sottoscritto da soggetto privo dei poteri e non legittimato, nonché recante una pretesa tributaria non determinata né determinabile.
L’ufficio contesta il ricorso e la CTP ritiene il ricorso fondato.
Le cartelle esattoriali possono essere notificate a mezzo della posta elettronica certificata, con esclusione della disciplina prevista dell’art. 149 bis c.p.c., il che rendeva consentita unicamente la notificazione del documento informatico e non della copia informatica del documento emesso. E’ incontestato che nel caso di specie quello che è stato notificato è un file in formato PDF e che si tratta di notificazione di una copia informatica di un documento analogico, vale a dire di un documento cartaceo sottoposto a scansione.
Per quanto riguarda la possibilità di notifica a mezzo PEC delle cartelle esattoriali è previsto che a partire dal primo giugno 2016 tutte le notifiche di Equitalia dovranno essere eseguite tramite questo strumento nei confronti di quei soggetti, quali imprenditori individuali, società e professionisti che devono esserne forniti per legge, mentre, per i privati continuerà ad essere una scelta discrezionale dell’Ente.
La Commissione ritiene che, ai fini di una verifica in merito alla validità della notificazione, vada posta l’attenzione su quello che è stato effettivamente inviato alla parte ricorrente e cioè se sì tratti di una copia informatica o se si tratti della copia informatica di un documento analogico.
Trattandosi indubbiamente di una copia informatica di un documento analogico, fra l’altro priva di attestazione di conformità all’originale digitalmente sottoscritta da un funzionario a ciò abilitato, la cartella notificata non soddisfa i requisiti di autenticità e conformità prescritti dalla disciplina di settore in materia di documento informatico.
Ciò vale a maggior ragione laddove, come nel caso di specie, vi sia contestazione da parte del contribuente.
La Commissione, quindi, accertato che la cartella esattoriale allegata alla PEC e notificata sotto forma di documento informatico risultava essere un semplice file “.pdf”, privo dell’estensione “.p7m” (che attesta che il contenuto del file è costituito da un documento firmato digitalmente), aderisce a quell’orientamento espresso da ormai numerose C.T.P. in base al quale deve ritenersi che la forma di notificazione/comunicazione in concreto realizzata non può qualificarsi idonea a garantire, con assoluta certezza, da una parte l’identificabilità del suo autore e la paternità dell’atto e, dall’altra, la sua l’integrità e immodificabilità, così come richiesto dal codice dell’amministrazione digitale.
Inoltre, quale ulteriore profilo di illegittimità, va confermato come dall’esame degli atti come notificati sia mancata una legittima attestazione della conformità della cartella notificata all’originale, con la conseguenza che sussiste un ulteriore profilo di invalidità della notificazione per posta elettronica certificata.
Alla nullità della notificazione consegue, quindi, l’illegittimità derivata della stessa cartella che, per tale motivo, va annullata.
Anche che, in materia sostanzialmente analoga (validità della produzione in giudizio di cartelle esattoriali originali e/o di copie delle stesse), la Giurisprudenza della Cassazione, ha statuito come sia onere dell’ente esattore di depositare, in sede di ricorso proposto dal contribuente, gli originali degli atti contestati.

 

Accise: scadenza versamento prodotti immessi in consumo a dicembre

 

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fissato le modalità e i termini di pagamento dell’accisa su alcuni prodotti, relativamente alle immissioni in consumo effettuate dal 1° al 15 del mese di dicembre 2017 (Decreto Ministeriale 31 ottobre 2017).

L’accisa costituisce l’imposizione indiretta sulla produzione o sul consumo dei prodotti energetici, dell’alcole etilico e delle bevande alcoliche, dell’energia elettrica e dei tabacchi lavorati.


Sono obbligati al pagamento dell’accisa:


– il titolare del deposito fiscale dal quale avviene l’immissione in consumo;
– il soggetto che si sia reso garante del pagamento dell’accisa, in solido con il titolare del deposito fiscale;
– il soggetto nei cui confronti si verificano i presupposti per l’esigibilità dell’imposta;
– per i prodotti di importazione il soggetto passivo dell’obbligazione tributaria è individuato in base alla normativa doganale.


L’obbligazione tributaria relativa all’accisa sorge al momento della fabbricazione o dell’importazione del prodotto, ma la stessa diviene esigibile all’atto della immissione in consumo del prodotto nel territorio dello Stato. Quindi, la liquidazione dell’imposta deve essere effettuata applicando alla quantità di prodotto immessa in consumo l’aliquota, specificamente prevista sulla base della classificazione del prodotto secondo la nomenclatura combinata delle merci, vigente alla data di immissione in consumo.


Fatte salve le disposizioni specifiche per i singoli prodotti, l’accisa deve essere versata entro il giorno 16 del mese successivo a quello di immissione in consumo del prodotto. Il versamento può essere effettuato direttamente in tesoreria o tramite conto corrente postale oppure utilizzando il modello di pagamento unificato “F24 Accise”, con la possibilità di compensare l’importo delle accise da versare con eventuali crediti tributari.
In deroga a tali modalità di versamento:
– per i prodotti immessi in consumo nel mese di Luglio, il pagamento dell’accisa deve essere effettuato entro il giorno 20 del mese di agosto;
– per i prodotti immessi in consumo dal 1° al 15 del mese di Dicembre, il pagamento dell’accisa deve essere effettuato entro il giorno 27 dicembre. In questo caso, però, non è possibile utilizzare il modello di pagamento F24 Accise, e quindi l’ammontare dovuto deve essere versato direttamente in tesoreria o tramite conto corrente postale.
Per i prodotti immessi in consumo dal 16 al 31 dicembre il versamento deve essere eseguito con le modalità ordinarie.


Col Decreto del 31 ottobre 2017, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha stabilito le modalità di pagamento dell’accisa dovuta sull’alcole etilico, sulle bevande alcoliche e sui prodotti energetici diversi dal gas naturale, dal carbone, dalla lignite e dal coke, relativamente alle immissioni in consumo effettuate nel periodo dal 1° al 15 dicembre 2017. In particolare, per tale periodo e con riferimento ai prodotti indicati, i soggetti obbligati possono decidere di effettuare il versamento, alternativamente:
– entro il 18 dicembre 2017, utilizzando il Modello F24 Accise, ma senza possibilità di compensazione di eventuali crediti, ovvero
– entro il 27 dicembre 2017, direttamente in tesoreria o tramite conto corrente postale.


In sede di compilazione del Modello F24 Accise occorre indicare:
– nella colonna “codice identificativo”, il “codice ditta” composto da nove caratteri alfanumerici privo dei caratteri “IT00” (se indicati);
– nella colonna “prov.”, la sigla della provincia in cui avviene l’immissione in consumo;
– nella colonna “ente”, la lettera “D”.
Il mese e l’anno di riferimento non devono essere indicati.

 

No all’agevolazione “prima casa” per l’abitazione di lusso

 


Per definire un immobile di lusso bisogna far riferimento al criterio di utilizzabilità degli ambienti, a prescindere dal requisito dell’abitabilità urbanistica (Corte di Cassazione – Ordinanza 13 novembre 2017, n. 26801).

La Suprema Corte rigetta il primo motivo di ricorso del contribuente contro la sentenza della CTR che, per l’acquisto della prima casa, aveva revocato le agevolazioni fiscali, in quanto l’unità immobiliare dichiarata in successione non avrebbe presentato il requisito indicato dalla legge per la qualificazione di abitazione “non di lusso”.
Per il ricorrente, i giudici d’appello, erroneamente, ai fini del superamento della superficie complessiva di mq. 240, avrebbero fatto riferimento al concetto di utilizzabilità, anche potenziale, di una superficie, a prescindere dalla sua abitabilità, per esprimere il carattere “lussuoso” o meno di un appartamento, senza una verifica in concreto dei locali cantina e soffitta.
Secondo l’orientamento della Corte “In tema d’imposta di registro, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, di cui all’art. 1, comma 3, Tariffa allegata al d.P.R. n. 131 del 1986, nella formulazione “ratione temporis” vigente, ci si deve riferire alla nozione di superficie utile complessiva di cui all’art. 6 del d.m. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, pari a quella che residua una volta detratta, dall’estensione globale riportata nell’atto di acquisto, la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina, a prescindere dal requisito dell’abitabilità, elemento non richiamato nel decreto, mentre costituisce parametro idoneo l’utilizzabilità” degli ambienti, sicché i vani, pur qualificati come cantina e soffitta ma con accesso dall’interno dell’abitazione e ad essa indissolubilmente legati, sono computabili nella superficie utile complessiva.”.
Nel caso di specie, la parte ricorrente non dice che si tratta di locali inaccessibili dall’interno dell’abitazione e quindi non rientranti nella superficie concretamente utilizzabile a prescindere dall’abitabilità urbanistica.

 

A breve il pagamento della rata di novembre del piano di Rottamazione delle cartelle

 


Apertura straordinaria di alcuni sportelli dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione per facilitare il pagamento della rata in scadenza e di quelle già scadute (Agenzia Entrate-Riscossione – comunicato 13 novembre 2017).

La scadenza del 30 novembre non è rivolta solo ai contribuenti in regola con i pagamenti relativi al piano di rateazione ma anche a coloro che non hanno provveduto al pagamento delle precedenti rate di luglio e settembre o dell’unica rata di luglio, se hanno optato per il pagamento in un’unica soluzione.


In tal senso, con l’estensione del termine del 30 novembre anche ai contribuenti che non hanno provveduto al pagamento delle precedenti rate, per sostenere l’aumento dell’afflusso dei pagamenti, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha previsto le aperture straordinarie dei seguenti sportelli:
– Chiusi (SI), sito in Via Mameli 12, abitualmente aperto lunedì e venerdì, sarà aperto anche mercoledì 29 e giovedì 30 novembre, dalle 8.15 alle 13.15;
– Este (PD), sito presso l’Agenzia delle entrate, in Via G.B. Brunelli, 12, abitualmente aperto lunedì e martedì, sarà aperto anche giovedì 30 novembre, dalle 8.30 alle 13;
– Montebelluna (TV), sito presso i locali dell’Agenzia delle entrate, in via Dino Buzzati n. 18, abitualmente aperto mercoledì e venerdì, sarà aperto anche giovedì 30 novembre, dalle 8.30 alle 13;
– Tolmezzo (UD), sito presso la Comunità montana, in via Carnia Libera 1944, n. 15, abitualmente aperto lunedì, sarà aperto anche giovedì 30 novembre, dalle 8.30 alle 12.30.

 

Processo tributario: procura nulla sanabile con la sottoscrizione del contribuente

 

Con l’Ordinanza n. 25394 del 25 ottobre 2017, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo  cui la mancata sottoscrizione del ricorso da parte del contribuente, non consente di sanare l’inammissibilità dello stesso, derivante dal difetto di assistenza tecnica per aver dato l’incarico a soggetto non abilitato, anche quando il valore della controversia consenta la difesa personale da parte del contribuente.

FATTO


La controversia ha origine dall’accertamento in materia di tassa sui rifiuti (TARSU), emesso dall’ente comunale nei confronti del contribuente.
Il ricorso del contribuente è stato accolto dai giudici tributari che hanno rilevato, nel merito, l’illegittimità della pretesa tributaria.
L’ente comunale ha eccepito l’inesistenza del ricorso introduttivo presentato dal contribuente, in quanto sottoscritto nella qualità di difensori tecnici da praticanti avvocati, come tali non abilitati a stare in giudizio dinanzi al giudice tributario. Da ciò la conseguente impossibilità di sanatoria della costituzione in giudizio e l’invalidità dell’intero procedimento.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Accogliendo il ricorso dell’ente comunale, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari dichiarando l’inesistenza del ricorso introduttivo, in quanto sottoscritto da praticanti avvocati, come tali non abilitati a stare in giudizio dinanzi al giudice tributario come difensori del contribuente.
I giudici della Suprema Corte hanno osservato che tra i requisiti del ricorso, prescritti a pena di inammissibilità, soggetti alla verifica d’ufficio da parte del giudice, vi è quello relativo alla necessità che il ricorso sia sottoscritto da difensore abilitato con l’indicazione della relativa categoria e conferimento dell’incarico.
D’altra parte, in relazione al valore della controversia, è riconosciuta al contribuente la possibilità di stare in giudizio senza assistenza tecnica (attualmente per controversie di valore fino a 30 mila euro).
Nel caso in esame, proprio quest’ultima previsione aveva indotto i giudici tributari a dichiarare la validità del ricorso introduttivo, tenendo conto del fatto che il valore della controversia consentisse la difesa personale da parte del contribuente, con la conseguente irrilevanza del difetto di assistenza tecnica derivante dalla difesa col ministero di praticanti avvocati.
A tal proposito, la Corte di Cassazione ha chiarito che di per sé l’assistenza di difensore tecnico non è condizione di ammissibilità degli atti processuali, essendo fonte di un dovere per il giudice adito invitare la parte a munirsi di idonea assistenza, quando il valore della controversia non consenta la difesa personale della parte, derivando l’inammissibilità solo dall’inottemperanza a detto ordine. Ciò presuppone, tuttavia, che il ricorso sia sottoscritto dalla parte, che ne assume la paternità, formulando la propria domanda al giudice tributario adito.
Nella fattispecie, il ricorso risultava sottoscritto esclusivamente dai difensori, mentre il contribuente si era limitato a sottoscrivere unicamente la procura a margine del ricorso di primo grado.
La mancata sottoscrizione del ricorso da parte del contribuente non consente, precisano i giudici della Corte Suprema, di attribuire ad esso il contenuto del ricorso e, quindi, sanare il vizio sanzionato a pena d’inammissibilità del difetto di assistenza tecnica, ancorché il valore della controversia ammetta la difesa personale del contribuente.