La notifica è a rischio se un’unica spedizione contiene più atti

 

La Corte di Cassazione ha affermato che la notifica di più atti attraverso il servizio postale con un’unica spedizione, espone la notifica stessa a rischio di invalidità, imponendo all’ente che abbia optato tale scelta l’onere di provare la presenza degli atti nel plico (Ordinanza 12 giugno 2018, n. 15261).

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione il contribuente ha impugnato l’avviso di iscrizione ipotecaria contestando la notifica dell’atto presupposto (cartella di pagamento), asseritamente contenuto in un plico unico con altri atti, notificato tramite il servizio postale con raccomandata A.R..
La Corte di Cassazione ha affermato che nell’ipotesi di notifica mediante il servizio postale, ove l’involucro della raccomandata contenga plurime comunicazioni, e il destinatario ne riconosca solo una, è necessario, perché operi la presunzione di conoscenza, che l’autore della comunicazione, il quale abbia scelto detta modalità di spedizione per inviare due comunicazioni, fornisca la prova che l’involucro le conteneva, atteso che, normalmente, ad ogni atto da comunicare corrisponde una singola spedizione.
Ai fini dell’onere della prova, precisano i giudici della Suprema Corte, non può essere riconosciuta fede privilegiata all’indicazione dei numeri delle cartelle sull’avviso di ricevimento, in quanto essa non è riconducibile all’agente postale, posto che gli avvisi di ricevimento sono predisposti dagli interessati.
D’altra parte, sottolinea la Cassazione, la circostanza che l’avviso di ricevimento sia avviato insieme con l’oggetto cui si riferisce e che l’agente postale che consegna un oggetto con avviso di ricevimento fa firmare quest’ultimo dal destinatario, provvedendo a rispedire subito all’interessato la ricevuta così completata, comporta che le indicazioni dell’avviso, ritualmente prodotto agli atti, debbano essere valutate sul piano presuntivo, ai fini del giudizio sul riparto dell’onere della prova.
A tal fine, un elemento utile a fondare il fatto noto su cui costituire la presunzione, corrispondente alla trascrizione dei numeri identificativi di più cartelle sull’avviso di ricevimento della raccomandata, può essere l’indicazione dell’invio multiplo.

 

Codice tributo imposta sostitutiva “nuovi residenti”

 


Istituito il codice tributo “NRPP” per il versamento tramite modello F24 Elide dell’imposta sostitutiva dell’IRPEF sui redditi prodotti all’estero realizzati da persone fisiche che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 11 giugno 2018, n. 44/E).

Il codice tributo “NRPP” è denominato “Imposta sostitutiva dell’IRPEF – NUOVI RESIDENTI – art. 24-bis, comma 2, del TUIR”.
In sede di compilazione del modello “F24 ELIDE”, il suddetto codice tributo è esposto in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, indicando:
– nella sezione “CONTRIBUENTE”, nei campi “codice fiscale” e “dati anagrafici”, il codice fiscale e i dati anagrafici del soggetto tenuto al versamento;
– nella sezione “ERARIO ED ALTRO”:
   * nel campo “tipo”, la lettera “R”;
   * nel campo “codice”, il codice tributo “NRPP”;
   * nel campo “anno di riferimento”, l’anno d’imposta a cui si riferisce il versamento, nel formato “AAAA”.
Gli altri campi del modello “F24 ELIDE” non devono essere valorizzati.


 

Medico chirurgo con il”minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale non paga l’IRAP

 


La disponibilità, da parte dei medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature indicate nell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, rientrando nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale, ed essendo obbligatoria ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sé, in assenza di personale dipendente, il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini IRAP. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 06 giugno 2018, n. 14618).

La C.T.R. della Lombardia, in accoglimento dell’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate ha riformato la sentenza di primo grado di accoglimento del ricorso proposto dal contribuente, di professione medico chirurgo, convenzionato con il Servizio Sanitario nazionale, avverso il silenzio rifiuto opposto dall’Amministrazione finanziaria alle istanze di rimborso dell’Irap. Il Giudice di appello, ha ritenuto non dovuto il rimborso in quanto, dalla documentazione prodotta, era emerso che il contribuente, nel godere di un rilevante reddito da lavoro autonomo, aveva usufruito dei vantaggi collegati all’utilizzo di adeguati beni strumentali, di prestazioni da parte di terzi, nonché di ausili deducibili dall’importo dei costi inerenti all’attività esercitata.
Il contribuente propone ricorso per cassazione censurando la sentenza impugnata nel capo in cui la CTR ha ritenuto sussistente il requisito dell’autonoma organizzazione.
La censura è fondata.
Come è noto, con riguardo al presupposto dell’IRAP, il requisito dell’autonoma organizzazione il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente; a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive. Allorquando, in particolare, si tratti di medici di medicina generale convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, la disponibilità di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature indicate nell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale rientrando nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale, ed essendo obbligatoria ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sé, in assenza di personale dipendente, il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini del presupposto impositivo.
Nella specie, la CTR afferma laconicamente che il contribuente nel godere di un rilevante reddito da lavoro autonomo, aveva usufruito dei vantaggi collegati all’utilizzo di adeguati beni strumentali, di prestazioni da parte di terzi, nonché di ausili deducibili dall’importo dei costi inerenti all’attività esercitata. La decisione impugnata non dà conto degli elementi forniti dall’Ufficio per sostenere la sussistenza dei presupposti IRAP né specifica la consistenza dei macchinari reputati idonei a corroborare il presupposto impositivo, tenuto conto che la disponibilità, da parte dei medici convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature indicate nell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, rientrando nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale, ed essendo obbligatoria ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sé, in assenza di personale dipendente, il requisito dell’autonoma organizzazione.
I giudici d’appello, peraltro, neppure forniscono spiegazioni in ordine alla menzionata “prestazione da parte di terzi” (soprattutto circa la natura di tali prestazioni ed il numero degli eventuali collaboratori). II presupposto dell’autonoma organizzazione, non appare pertanto, adeguatamente accertato.
La Suprema Corte accoglie il ricorso.

 

Terreni edificabili: la parte ceduta gratuitamente riduce la plusvalenza tassabile

 

Con la recente Ordinanza n. 15008 dell’8 giugno 2018, la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini IRPEF, il valore del terreno ceduto a titolo gratuito al Comune in adempimento della convenzione di lottizzazione, costituisce un costo inerente al valore del terreno edificabile ceduto a titolo oneroso, che va sottratto al corrispettivo della cessione, riducendo la plusvalenza tassabile.

FATTO
L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente, per il recupero dell’IRPEF su redditi diversi non dichiarati, costituiti dalla plusvalenza derivante dalla cessione di un terreno edificabile.
Secondo il Fisco la plusvalenza deriva dal fatto che la vendita ha riguardato solo parte del terreno, mentre il corrispettivo percepito è pari al valore attribuito all’intero terreno. La restante parte del terreno è stata ceduta a titolo gratuito al Comune in adempimento della convenzione di lottizzazione. In altri termini, la differenza tra il corrispettivo percepito, corrispondente al valore dell’intero terreno, ed il minor valore della sola parte ceduta a titolo oneroso, configura la plusvalenza tassabile non dichiarata, oggetto di accertamento.

REGIME FISCALE DI DETERMINAZIONE DELLA PLUSVALENZA
In base alle norme del TUIR, si considerano “redditi diversi” da assoggettare ad IRPEF (se non costituiscono redditi di capitale ovvero se non sono conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente):
– le plusvalenze realizzate mediante la lottizzazione di terreni, o l’esecuzione di opere intese a renderli edificabili e la successiva vendita, anche parziale, dei terreni e degli edifici;
– le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni, esclusi quelli acquisiti per successione e le unità immobiliari urbane che per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto o la costruzione e la cessione sono stati adibiti ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari, nonché, in ogni caso, le plusvalenze realizzate a seguito di cessioni a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione. In caso di cessione a titolo oneroso di immobili ricevuti per donazione, il predetto periodo di cinque anni decorre dalla data di acquisto da parte del donante.
In particolare, ai fini della determinazione della plusvalenza tassabile, quella realizzata mediante cessione a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria, è costituita dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo d’imposta e il prezzo di acquisto o il costo di costruzione del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici tributari, dichiarando illegittima la pretesa tributaria.
I giudici della Suprema Corte hanno affermato, in particolare, che sulla base delle disposizioni relative alla determinazione delle plusvalenze tassabili, il valore della cessione dell’area effettuata gratuitamente al Comune, in quanto avvenuta in adempimento della convenzione di lottizzazione, deve ritenersi un costo inerente al valore del terreno edificabile ceduto a titolo oneroso, che perciò va sommato al valore iniziale, con la conseguenza che la plusvalenza realizzata risulta pari a zero.

 

Impresa familiare e IRAP

 


Ai fini IRAP, gli imprenditori familiari sono sempre soggetti all’imposta (Corte di Cassazione – Ordinanza 07 giugno 2018, n. 14789).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate che impugnava la sentenza della CTR, relativa al silenzio rifiuto serbato dal Fisco nei confronti della istanza di rimborso dell’IRAP.
Per l’ufficio, erroneamente, i giudici d’appello, in presenza di un contribuente che svolgeva la propria attività di agente di commercio in forma d’impresa familiare, avvalendosi negli anni d’imposta in contestazione, di collaboratori familiari (moglie e figlio), cui corrispondeva quote del proprio reddito d’impresa nella misura del 49%, avevano ritenuto che non sussistesse il requisito dell’autonoma organizzazione.
Il motivo è fondato.
Secondo l’insegnamento della Corte “(…) tutti i soggetti che producono reddito di impresa, commerciale od agricola, sono tenuti al versamento dell’imposta regionale sulle attività produttive, (…), laddove non espressamente esentati, e quindi anche le imprese familiari, (…). Si è così ritenuto che “…mentre il reddito derivante dall’impresa familiare e risultante alla dichiarazione dei redditi viene imputato, a determinate condizioni, proporzionalmente alla rispettiva quota di partecipazione dei partecipanti (ma l’imprenditore deve essere titolare come minimo del 51%), l’imprenditore familiare, non i familiari collaboratori, è anche soggetto passivo IRAP, in quanto detta imposta colpisce il valore della produzione netta dell’impresa e la collaborazione dei partecipanti all’impresa familiare integra quel quid pluris dotato di attitudine a produrre una ricchezza ulteriore (o valore aggiunto) rispetto a quella conseguibile con il solo apporto lavorativo personale del titolare.
Nel caso di specie, si trattava di attività di agente di commercio svolta secondo le forme dell’impresa familiare, con l’ausilio del coniuge e del figlio dell’agente quali collaboratori dell’impresa.