Trattamento fiscale della remissione del TFM da parte dell’amministratore

 


Non comporta in capo all’amministratore il realizzo di alcun reddito imponibile la remissione del trattamento di fine mandato effettuata alla società dall’amministratore stesso qualora la corrispondente rinuncia al credito vantato non gli attribuisce un vantaggio economico. (AIDC – Norma di comportamento in materia tributaria – 01 febbraio 2018, n. 201).

Ai fini fiscali, il compenso percepito dall’amministratore a titolo di trattamento di fine mandato è qualificato come reddito assimilato a quello derivante dal lavoro dipendente, fatte salve alcune eccezioni. L’assoggettamento a tassazione di tale reddito si realizza, in base al principio “di cassa”, nel momento della sua percezione.
Al contrario, la mancata percezione del compenso non manifesta alcuna capacità contributiva e, di conseguenza, non comporta il manifestarsi di alcun presupposto impositivo.
Quanto previsto fiscalmente è in contrasto con il dettame costituzionale. Il presupposto impositivo si realizza, invece, quando, pur in assenza dell’incasso monetario, la rinuncia al credito vantato dall’amministratore sia indirettamente collegata a una controprestazione di qualsiasi natura (in forma di beni o servizi differenti dal denaro), ovvero quando il credito stesso sia utilizzato per estinguere obbligazioni facenti capo all’amministratore.
In conclusione, si deve affermare che dalla mera remissione della posizione creditoria non può conseguire una presunzione automatica di incasso dei relativi importi, conseguenza che si determina solo nell’ipotesi in cui si realizzi un incremento patrimoniale o reddituale oggettivamente riconoscibile e fiscalmente riconosciuto.
Si assuma, a tal fine, che la mera remissione del debito dell’amministratore al trattamento di fine mandato intervenga dopo che la società abbia dedottole quote del trattamento di fine mandato, imputate a conto economico a titolo di accantonamento, senza che si sia prodotto alcun effetto reddituale in capo all’amministratore.
Al riguardo, si distingue tra l’altro l’ipotesi di amministratore non socio da quello socio:
– se l’amministratore non è socio la mera remissione del debito non comporta su di lui alcun beneficio e non può, pertanto, essere assunta quale forma di utilizzo o godimento del diritto di credito. Conseguentemente, non si determina alcun effetto reddituale in capo all’amministratore e la società, a fronte del costo precedentemente dedotto, realizza una sopravvenienza attiva imponibile,ai sensi dell’art. 88, comma 1 del Tuir.
– se l’amministratore è socio la mera remissione del debito non comporta su di lui alcun beneficio e non può, pertanto, essere assunta quale forma di utilizzo o godimento del diritto di credito. La mancata percezione rende l’operazione fiscalmente ininfluente per l’amministratore, ancorché socio, in quanto non gli attribuisce alcun vantaggio economico. Il credito così rinunciato ha un valore fiscale nullo in quanto la fattispecie reddituale sottostante non ha mai concorso a formare la base imponibile del reddito dell’amministratore. Ne consegue che, per l’amministratore, la rinuncia del credito non comporta un incremento del costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione. Per quanto riguarda la società, che imputa a una posta di patrimonio netto l’ammontare del credito rinunciato dall’amministratore socio, trova applicazione l’art. 88, comma 4-bis del Tuir, con la determinazione di una sopravvenienza attiva imponibile da assoggettare a imposizione mediante una corrispondente variazione in aumento in sede di dichiarazione dei redditi.
Quanto sopra è conforme alla volontà del legislatore, che ha introdotto il comma 4 bis dell’art. 88 del Tuir proprio al fine di assicurare l’uniformità di trattamento alle diverse ipotesi di rinuncia dei crediti dei soci.


 

Prova analitica per la presunzione dell’accertamento sui conti bancari

 


In tema di redditometro, in caso di accertamento del Fisco sui conti bancari, spetta al contribuente dimostrare la provenienza e la destinazione di ogni singolo pagamento (Corte di Cassazione – Ordinanza del 2 febbraio 2018, n. 2649).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la decisione della CTR, con la quale, confermando la pronunzia di primo grado, è stato ritenuto illegittimo l’accertamento emesso a carico del contribuente per la ripresa a tassazione di IRPEF sulla base di accertamenti bancari.
Secondo l’Agenzia ricorrente, la CTR avrebbe fondato la decisione su una previsione normativa errata, non vertendosi in tema di redditometro, tralasciando di applicare i principi giurisprudenziali più volte espressi dalla Corte in tema di prova specifica necessaria per superare la presunzione posta a carico del contribuente.
Per la Corte il motivo è fondato: la presunzione legale “juris tantum”, può essere vinta dal contribuente soltanto se offre la prova liberatoria che dei movimenti sui conti bancari egli ha tenuto conto nelle dichiarazioni, o che gli accrediti e gli addebiti registrati sui conti non si riferiscono ad operazioni imponibili, occorrendo all’uopo che vengano indicati e dimostrati dal contribuente la provenienza e la destinazione dei singoli pagamenti con riferimento tanto ai termini soggettivi dei singoli rapporti attivi e passivi, quanto alle diverse cause giustificative degli accrediti e dei prelievi.
Ne consegue che il contribuente è tenuto a fornire non una prova generica, ma una prova analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle singole operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili, dovendo poi il giudice verificare in modo rigoroso l’efficacia dimostrativa delle prove fornite a giustificazione di ogni singola movimentazione accertata, rifuggendo da qualsiasi valutazione di irragionevolezza ed inverosimiglianza dei risultati restituiti dal riscontro delle movimentazioni bancarie.
La CTR non si è affatto conformata ai suddetti principi, in quanto, invece di verificare se il contribuente, per superare la presunzione, avesse fornito in concreto la prova specifica idonea a giustificare i movimenti bancari sui quali si era fondato l’accertamento, si è limitata ad indicare la prospettazione del contribuente in ordine alla provenienza delle somme ed alla circostanza che le stesse erano già state sottoposte ad imposizione. Così facendo, il giudice di appello ha valorizzato elementi irrilevanti – quali la provenienza delle somme – ed invece omesso di compiere la verifica in ordine a quanto dedotto dal contribuente che avrebbe invece richiesto una prova specifica dell’estraneità delle movimentazioni a fatti imponibili. Né la valorizzazione della natura non reddituale dei flussi finanziari, allegati e non contestati dall’Ufficio, avrebbe potuto sortire un effetto favorevole al contribuente, in assenza di una chiara indicazione degli specifici elementi indicati dal contribuente per giustificare le movimentazioni anzidette.


 

Notifica della cartella di pagamento, contribuente irreperibile

 


Il messo notificatore, per ritenere l’irreperibilità assoluta del contribuente, deve effettuare le dovute ricerche circa l’esistenza di un ufficio o azienda del contribuente. (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 07 febbraio 2018, n. 2877).

Nella fattispecie posta alla esame della Cassazione la CTR Lombardia ha accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate e, in riforma della pronunzia di primo grado, ha ritenuto la legittimità della cartella di pagamento impugnata dal contribuente ritenendo ben notificati gli atti prodromici, tenuto conto dell’irreperibilità assoluta del contribuente acclarata dal messo notificatore attraverso le notizie acquisite dal custode dello stabile ove era ubicato il di lui domicilio fiscale e pure confermata dalla documentazione prodotta nel corso del giudizio dall’Ufficio.
Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, al quale l’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso. Con l’unico motivo proposto il ricorrente prospetta la violazione dell’art. 60 c.l lett.e) dPR n.600/73. La CTR avrebbe dovuto rilevare l’assenza dei presupposti per ritenere l’irreperibilità assoluta del contribuente, non avendo il messo notificatore compiuto alcuna ricerca circa l’esistenza di un ufficio o azienda del contribuente. Ricerche che, ove compiute, avrebbero agevolmente consentito all’amministrazione di individuare il luogo di lavoro in Milano ed in mancanza delle quali non poteva dirsi regolare il compimento della notifica con le modalità di cui all’art.60 lett.e) citato.
Il ricorso è fondato, in quanto, a tali principi non si è conformato il giudice di appello, considerando idonee a giustificare il ricorso alla notifica di cui alla lett.e) dell’art. 60 dPR n.600/73 unicamente le informazioni raccolte dal custode dello stabile ove era ubicato il domicilio fiscale del contribuente circa il di lui trasferimento in località non nota.
Sulla base di tali considerazioni, la Suprema Corte ha accolto il ricorso e la sentenza impugnata è stata cassata, con rinvio ad altra sezione della CTR Lombardia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.


 

 

Dichiarazione integrativa tardiva: correzione ammessa in sede contenziosa

 

Con la sentenza n. 2220 del 30 gennaio 2018, Corte Suprema ha affermato che eventuali vizi commessi nella redazione della dichiarazione dei redditi che abbiano determinato un debito d’imposta di fatto inesistente, in caso di tardiva presentazione della dichiarazione integrativa, possono essere corretti in sede contenziosa.

Nell’ambito di una controversia riguardante la contestazione di omesso / carente versamento di imposte risultanti da dichiarazione dei redditi in seguito al controllo automatizzato della stessa, i giudici tributari hanno respinto il ricorso del contribuente, nonostante il debito d’imposta fosse determinato da un mero errore nella compilazione della dichiarazione, corretto con la presentazione di una dichiarazione integrativa, sul rilievo che quest’ultima risultava presentata oltre il termine stabilito dalla normativa.
Su ricorso del contribuente, che ha ribadito l’eccezione di inesistenza del debito tributario, in quanto emergente per un mero errore nella compilazione della dichiarazione, come riscontrato peraltro dalla Guardia di Finanza nel corso di una verifica fiscale, i giudici della Corte di Cassazione hanno riformato la decisione dei giudici tributari affermando il seguente principio: poiché la dichiarazione è – in linea generale, salvo casi particolari o parti specifiche di essa – un atto di scienza e quindi sempre emendabile, il contribuente può fare valere eventuali vizi commessi nella redazione della stessa, che attengano al merito della pretesa tributaria, anche in sede contenziosa indipendentemente dal rispetto dei termini per la presentazione della emenda.
Con riferimento ai termini di presentazione della dichiarazione integrativa per correggere errori od omissioni, la Corte Suprema ha precisato, inoltre, che il contribuente indipendentemente dalle modalità e termini di cui alla dichiarazione integrativa e dall’istanza di rimborso, in sede contenziosa, può sempre opporsi alla maggiore pretesa tributaria dell’amministrazione finanziaria, allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione, incidenti sull’obbligazione tributaria.

 

Associazioni equiparate allo Stato e agli enti pubblici: ecco l’elenco per il 2017

 


Online l’elenco delle associazioni senza fine di lucro equiparate, per l’anno d’imposta 2017, ai soggetti esenti dall’imposta sul reddito delle società (Stato ed enti pubblici) (Ministero dell’Economia e delle Finanze – decreto 17 gennaio 2018).

A decorrere dal 1° gennaio 2007, le associazioni che operano per la realizzazione o che partecipano a manifestazioni di particolare interesse storico, artistico e culturale, legate agli usi ed alle tradizioni delle comunità locali, sono equiparate ai soggetti esenti dall’imposta sul reddito delle società, ovvero, gli organi e le amministrazioni dello Stato, compresi quelli ad ordinamento autonomo, anche se dotati di personalità giuridica, i comuni, i consorzi tra enti locali, le associazioni e gli enti gestori di demanio collettivo, le comunità montane, le province e le regioni.


In tal senso, a seguito della verifica effettuata dall’Agenzia delle entrate in sede d’istruttoria, in ordine alla sussistenza dei requisiti formali dei soggetti istanti, attraverso l’esame delle domande pervenute, il Ministero delle finanze, ha reso noto, per l’anno d’imposta 2017, l’elenco delle associazioni senza fine di lucro equiparate ai soggetti esenti dall’imposta sul reddito delle società (Stato ed enti pubblici).