Estinzione dell’accollo del debito d’imposta altrui

 


Per il Fisco il debito oggetto di accollo non può essere estinto utilizzando in compensazione crediti vantati dall’accollante nei confronti dell’Erario. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 15 novembre 2017, n. 140/E).

Lo statuto dei diritti del contribuente ammette, da un lato, l’estinzione delle obbligazioni tributarie tramite compensazione, dall’altro, l’accollo del debito d’imposta altrui senza liberazione del contribuente originario, demandando ad apposito decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze le disposizioni di attuazione della norma (articolo 8 della L. n. 212 del 2000).
In merito a tale disposizione, sono stati chiesti chiarimenti circa la possibilità che, avvenuto l’accollo del debito d’imposta altrui, lo stesso possa essere estinto utilizzando in compensazione crediti dell’accollante.
Al riguardo è stato chiarito che in via generale, deve negarsi, che il debito oggetto di accollo possa essere estinto utilizzando in compensazione crediti vantati dall’accollante nei confronti dell’Erario.
Tuttavia, sono da considerarsi validi e non sanzionabili i pagamenti dei debiti accollati, effettuati tramite compensazione, prima della pubblicazione del presente documento di prassi, qualora siano stati spesi crediti esistenti ed utilizzabili. Resta, invece, recuperabile in capo all’accollato l’imposta non versata se compensata dall’accollante con crediti inesistenti o non utilizzabili. In tale evenienza tornano applicabili anche le relative sanzioni.
Per i pagamenti successivi alla pubblicazione del presente documento di prassi, ancorché riferiti a contratti di accollo antecedentemente stipulati, nel presupposto che la compensazione operata non estingue l’obbligazione tributaria e non libera il contribuente originario, occorre distinguere la posizione dell’accollato da quella dell’accollante.
Per l’accollato, soggetto passivo del rapporto tributario e debitore originario, l’omesso pagamento comporterà il recupero dell’imposta non versata e degli interessi, nonché l’applicazione della sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato.
Alla predetta sanzione a carico del debitore originario si affiancano quelle in capo all’accollante.
Per quest’ultimo, l’utilizzo di un credito d’imposta in violazione delle modalità dettate dalle norme vigenti – fatta salva l’eventualità, da dimostrare secondo gli ordinari criteri probatori, che l’utilizzo del credito sia avvenuto contro la sua volontà o a sua insaputa – comporterà l’irrogazione della sanzione:
– pari al trenta per cento del credito utilizzato, qualora questo sia effettivamente esistente. In detta ipotesi, recuperata l’imposta in capo all’accollato, il credito dell’accollante tornerà utilizzabile secondo le regole ordinarie;
– ossia dal cento al duecento per cento della misura dei crediti utilizzati, laddove inesistenti.


 

Zona franca della Lombardia: prorogate le agevolazioni fiscali

 


Le imprese presenti nella Zona franca della Lombardia, istituita nei comuni colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012, già beneficiarie delle agevolazioni fiscali per il 2016 potranno usufruirne fino al 31 dicembre 2017 (MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO – Circolare 15 novembre 2017, n. 171549).


 


La misura prevede inoltre un incremento delle agevolazioni fino al 100%, nei limiti del massimale “de minimis”, a seguito del rifinanziamento della proroga contenuto nel decreto-legge n. 50/2017.
Per beneficiare della proroga dell’agevolazione le imprese dovranno presentare a partire dal 20 novembre 2017 un’apposita comunicazione esclusivamente per via telematica.
Le comunicazioni, firmate digitalmente, devono essere presentate in via esclusivamente telematica tramite la procedura informatica accessibile dalla sezione “Zona Franca Lombardia” del sito Internet del Ministero (www.mise.gov.it).
L’accesso alla procedura informatica prevede l’identificazione e l’autenticazione tramite il codice fiscale dell’impresa beneficiaria dell’agevolazione. L’identità dell’impresa viene accertata in modalità telematica dal Registro delle imprese presso le Camere di commercio. Pertanto, si invitano le imprese interessate a verificare tempestivamente la propria posizione, con particolare riferimento all’iscrizione al Registro delle imprese di una casella di posta elettronica certificata (PEC) attiva.
L’accesso alla procedura è riservato ai soggetti rappresentanti legali dell’impresa o ad altro soggetto delegato di potere di rappresentanza.
La comunicazione deve essere firmata digitalmente dal soggetto che la compila e presenta. In caso di presentazione da parte di un soggetto delegato, deve essere trasmesso anche il documento di delega sottoscritto con firma digitale o in modalità autografa con copia del documento di identità.
Le agevolazioni sono concesse ai sensi e nei limiti del regolamento (UE) n. 1407/2013 della Commissione, del 18 dicembre 2013, relativo all’applicazione degli articoli 107 e 108 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea agli aiuti de minimis, che prevede per ciascun soggetto un’agevolazione fino al limite massimo di euro 200.000,00.
L’importo dell’agevolazione è riconosciuto a ciascun soggetto beneficiario nella misura massima pari all’importo già concesso ai sensi del citato decreto direttoriale 31 maggio 2016, tenuto conto dei massimali di aiuto previsti dal predetto regolamento de minimis n. 1407/2013 e al netto degli eventuali aiuti a titolo di de minimis ottenuti dall’ “impresa unica”, nell’esercizio finanziario in corso e nei due precedenti.
I limiti di aiuto sopra riportati devono essere riferiti al soggetto beneficiario, tenuto conto delle relazioni che intercorrono tra questo e altre imprese e che qualificano la cosiddetta “impresa unica”.
Per “impresa unica” si intende l’insieme delle imprese fra le quali esiste almeno una delle relazioni seguenti:
a) un’impresa detiene la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o soci di un’altra impresa;
b) un’impresa ha il diritto di nominare o revocare la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione, direzione o sorveglianza di un’altra impresa;
c) un’impresa ha il diritto di esercitare un’influenza dominante su un’altra impresa in virtù di un contratto concluso con quest’ultima oppure in virtù di una clausola dello statuto di quest’ultima;
d) un’impresa azionista o socia di un’altra impresa controlla da sola, in virtù di un accordo stipulato con altri azionisti o soci dell’altra impresa, la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o soci di quest’ultima.
Le imprese fra le quali intercorre una delle relazioni di cui alle precedenti lettere da a) a d) per il tramite di una o più altre imprese sono anch’esse considerate una “impresa unica”.
Nel modulo di comunicazione, il soggetto richiedente deve indicare gli importi delle eventuali agevolazioni già ottenute, alla data di presentazione della comunicazione, a titolo di de minimis in termini di “impresa unica” nel predetto periodo temporale di riferimento.
A tali fini, l’esercizio finanziario dovrà coincidere con quello di riferimento dell’impresa, così come indicato dalla stessa impresa nel modulo di comunicazione, nell’ambito dell’apposita sezione relativa ai “dati identificativi dell’impresa richiedente”. L’esercizio finanziario corrisponde, dunque, al periodo contabile di riferimento dell’impresa, che, per talune attività, può non coincidere con l’anno solare.

 

IMU e TASI: le aliquote da applicare per la rata a saldo

 

Con Comunicato del 16 novembre 2017, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fornito indicazioni sulle aliquote da applicare per il calcolo dell’IMU e della TASI dovuta per l’anno 2017, in occasione del versamento della seconda rata a saldo.

Entro il 18 dicembre 2017 (in quanto il termine del 16 dicembre stabilito dalla legge scade di sabato) deve essere effettuato il versamento della seconda rata dell’IMU e della TASI per l’anno 2017.
In vista di tale scadenza, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ricorda che ai fini della corretta individuazione delle aliquote applicabili, il versamento deve essere effettuato sulla base delle delibere approvate dal comune per l’anno 2017 a condizione che:
– la delibera sia stata adottata entro il 31 marzo 2017;
– la delibera sia stata pubblicata sul sito internet www.finanze.it entro il 28 ottobre 2017;
– l’aliquota fissata per la singola fattispecie impositiva non sia stata aumentata rispetto a quella applicabile nell’anno 2015.

VERIFICA DATA DI ADOZIONE DELLA DELIBERA


Con riferimento all’adozione della delibera, il Ministero precisa che nel caso in cui si riscontri che la stessa sia stata approvata oltre il 31 marzo 2017, devono ritenersi applicabili le aliquote vigenti nell’anno 2016, in virtù della previsione che stabilisce la proroga automatica delle aliquote (di anno in anno) se il Comune non provvede all’approvazione della delibera entro il suddetto termine.
Tuttavia, occorre tener conto delle deroghe previste per le ipotesi in cui il Comune esercita il potere di autotutela amministrativa per eliminare un vizio di legittimità o correggere un errore materiale, e per le fattispecie espressamente previste dalla legge. In particolare, si ricorda che i Comuni in dissesto o predissesto finanziario hanno l’obbligo di deliberare le aliquote nella misura massima consentita, con la possibilità di variare in aumento le aliquote entro il 31 luglio 2017.

VERIFICA DATA DI PUBBLICAZIONE DELLA DELIBERA


Per quanto riguarda la pubblicazione della delibera, il Ministero chiarisce che qualora sia successiva alla data del 28 ottobre 2017, il versamento del saldo deve essere effettuato sulla base delle aliquote vigenti nell’anno 2016.
In deroga a tale principio, devono essere applicate le aliquote 2017, ancorché pubblicate oltre la data predetta, se riferite a Comuni in dissesto o predissesto finanziario che hanno l’obbligo di deliberare le aliquote nella misura massima consentita.
Altresì devono ritenersi valide quelle pubblicate oltre il termine, adottate dal Comune nell’esercizio del potere di autotutela amministrativa volto all’eliminazione di un vizio di legittimità o alla correzione di un errore materiale.
Inoltre, qualora una delibera pubblicata entro il termine del 28 ottobre 2017, sia ripubblicata oltre tale data con la nota “errata corrige”, per correggere un errore intervenuto nella prima pubblicazione, ai fini del versamento deve essere preso in considerazione il testo della delibera corrispondente alla seconda pubblicazione.

SOSPENSIONE DEGLI AUMENTI RISPETTO AL 2015


Per quanto concerne il blocco delle aliquote alla misura vigente nel 2015, il Ministero precisa che devono ritenersi inefficaci eventuali aumenti delle aliquote, anche quando la delibera risulti approvata e pubblicata entro i termini.
In tal caso il versamento a saldo deve essere effettuato sulla base dell’aliquota applicabile nell’anno 2016, semprechè non risulti aumentata rispetto al 2015; in questa seconda ipotesi, infatti, il versamento per l’anno 2017 dovrà essere effettuato sulla base dell’aliquota applicabile nell’anno 2015.
Anche per quest’ultima condizione opera la deroga prevista nell’ipotesi di Comuni in dissesto o predissesto finanziario, i quali hanno l’obbligo di deliberare le aliquote nella misura massima consentita.
Il Ministero ha precisato, altresì, che qualora nell’anno 2015 il Comune abbia deliberato l’applicazione della maggiorazione della TASI dello 0,8 per mille, la stessa può essere applicata nell’anno 2017 solo se espressamente confermata nell’anno 2016.

 

Processo tributario, valido il deposito dell’avviso di ricezione entro 30 gg

 


La Corte di Cassazione, con ordinanza 14 novembre 2017, n. 26940, ha affermato che nel processo tributario, in caso di notifica tramite posta raccomandata di una cartella di pagamento, l’avviso di ricevimento è idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, unicamente se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione.

La Suprema Corte ha accolto il motivo di ricorso dell’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della CTR che aveva dichiarato inammissibile l’appello proposto dalla stessa Agenzia contro la decisione di primo grado, nella controversia concernente l’impugnazione da parte della società contribuente della cartella di pagamento, perché non era stata depositata, unitamente all’atto di impugnazione notificato per posta raccomandata, la ricevuta di spedizione postale.
Le Sezioni Unite della Corte recentemente hanno affermato i seguenti principi di diritto:
– nel processo tributario, il termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente e dell’appellante, che si avvalga per la notificazione del servizio postale universale, decorre non dalla data della spedizione diretta del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario (o dall’evento che la legge considera equipollente alla ricezione);
– nel processo tributario, non costituisce motivo d’inammissibilità del ricorso o dell’appello, che sia stato notificato direttamente a mezzo del servizio postale universale, il fatto che il ricorrente o l’appellante, al momento della costituzione entro il termine di trenta giorni dalla ricezione della raccomandata da parte del destinatario, depositi l’avviso di ricevimento del plico e non la ricevuta di spedizione, purché nell’avviso di ricevimento medesimo la data di spedizione sia asseverata dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica ovvero con proprio timbro datario; solo in tal caso l’avviso di ricevimento è idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, laddove, in mancanza, la non idoneità della mera scritturazione manuale o comunemente dattilografica della data di spedizione sull’avviso di ricevimento può essere superata, al fini della tempestività della notifica del ricorso o dell’appello, unicamente se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione dell’atto o della sentenza.
La CTR, nel dichiarare inammissibile l’appello senza compiere alcun esame del contenuto dell’avviso di ricevimento, pacificamente in atti, si è discostata dai superiori principi.


 

Scheda carburante compilata correttamente per le detrazioni Iva

 


Per detrarre dall’imposta dovuta quella assolta per l’acquisto di carburanti, destinati ad alimentare i mezzi impiegati per l’esercizio dell’impresa, è necessario che le schede carburanti siano compilate correttamente, secondo prescrizioni di legge (Corte di cassazione – ordinanza 14 novembre 2017, n. 26935).

In tema di imposte dirette ed Iva, la possibilità di detrarre dall’imposta dovuta quella assolta per l’acquisto di carburanti, destinati ad alimentare i mezzi impiegati per l’esercizio dell’impresa, è subordinata alla circostanza che le relative schede carburanti rispettino i requisiti di forma e di contenuto richiesti dalla legge, in conformità al modello predisposto, non surrogabile da altri documenti.


In particolare, le suddette schede carburante devono riportare, oltre agli estremi di individuazione dei veicolo, la ditta, la denominazione o ragione sociale, ovvero il cognome e il nome, il domicilio fiscale ed il numero di partita IVA del soggetto d’imposta che acquista il carburante, nonché, per i soggetti domiciliati all’estero, l’ubicazione della stabile organizzazione in Italia.
L’addetto alla distribuzione di carburante è tenuto ad indicare nella scheda, all’atto di ogni rifornimento, con firma di convalida, la data e l’ammontare del corrispettivo al lordo dell’imposta sul valore aggiunto, nonché, anche a mezzo di apposito timbro, la denominazione o la ragione sociale dell’esercente l’impianto di distribuzione, ovvero il cognome e il nome se persona fisica, e l’ubicazione dell’impianto stesso.