Irap non dovuta per il commercialista revisore e sindaco di società

 


Il commercialista revisore e/o sindaco di società non paga l’Irap per il reddito netto di tali attività, in quanto è soggetta a imposizione fiscale unicamente l’eccedenza dei compensi rispetto alla produttività auto-organizzata dell’opera individuale (Corte di cassazione – ordinanza n. 12052/2018).

L’attività del commercialista non è soggetta a IRAP in assenza dell’autonoma organizzazione, che sussiste qualora il professionista adoperi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile ovvero ricorre in modo non occasionale al lavoro di terzi. In tal caso, ossia in presenza del citato requisito di autonoma organizzazione, la capacità produttiva aggiuntiva rispetto a quella personale del professionista sconta l’imposizione per il surplus di quanto ottenuto per via di una struttura organizzativa che sia servente rispetto all’opera intellettuale svolta con le proprie conoscenze e gli strumenti minimi indispensabili.
Pertanto, il commercialista che sia anche revisore e/o sindaco di società, non è soggetto a IRAP per il reddito netto di tali attività, in quanto è soggetta a imposizione fiscale unicamente l’eccedenza dei compensi rispetto alla produttività auto-organizzata dell’opera individuale. Non è soggetto a imposizione, quindi, quel segmento di ricavo netto consequenziale alle attività specifiche di amministratore, revisore e/o sindaco di società, purché risulti possibile, in concreto, scorporare le diverse categorie di compensi conseguiti e verificare l’esistenza dei presupposti impositivi per ciascuno dei settori interessati.

 

Legittimo l’accertamento sui fattori della capacità contributiva

 


È legittimo l’accertamento sintetico fondato sui fattori-indice della capacità contributiva, restando a carico del contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Corte di Cassazione – Ordinanza 15 maggio 2018, n. 11776).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti della sentenza della CTR che aveva respinto il suo appello contro la decisione della CTP. Quest’ultima aveva accolto l’impugnazione del contribuente avverso l’avviso di accertamento IRPEF.
Secondo l’Agenzia, la CTR avrebbe erroneamente sostenuto come, ai fini del superamento della presunzione, sarebbe stato sufficiente provare, per l’anno considerato, la disponibilità idonea a giustificare il tenore di vita sinteticamente accertato. Inoltre, la sentenza impugnata avrebbe erroneamente affermato la necessità, per l’ufficio, di tenere conto delle liberalità ricevute dalla madre del contribuente.
La Cassazione ribadisce che in tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici di legge, riguardanti il cd. redditometro, dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, sicché è legittimo l’accertamento fondato su essi, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore.
Nel caso di specie, la CTR ha erroneamente negato valore presuntivo ai predetti indici, che l’Ufficio potrebbe invece limitarsi ad invocare, in attesa della prova contraria.
Il riferimento generico alle donazioni pervenute dalla madre del contribuente, come si evince dalla sentenza della CTR, non è idonea a giustificare le somme emergenti dall’accertamento sintetico.

 

Rivalutazione terreni: valida per tutti se l’imposta è versata per intero da uno dei comproprietari

 

Con la recente Ordinanza n. 10695 del 4 maggio 2018, la Corte di Cassazione ha affermato che la rivalutazione dei terreni (edificabili e agricoli) esplica i propri effetti in favore di tutti gli obbligati, anche nell’ipotesi in cui l’imposta sostitutiva dovuta, sia versata interamente da uno solo dei comproprietari.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente, per il recupero a tassazione di una plusvalenza non dichiarata, derivante dalla vendita di terreni edificabili.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente e annullato l’atto, sul rilievo dell’inesistenza di una plusvalenza, in quanto il valore dei terreni ceduti era stato rideterminato mediante la procedura di rivalutazione, e che quest’ultima dovesse ritenersi efficace anche nei confronti del contribuente, nonostante l’imposta sostitutiva fosse stata versata per intero dall’altro comproprietario.


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate che ha eccepito il mancato perfezionamento della procedura di rivalutazione nei confronti del contribuente, a causa dell’omesso versamento individuale dell’imposta sostitutiva, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici tributari, e convalidato l’annullamento dell’atto di accertamento della plusvalenza.
A tal proposito, i giudici della Suprema Corte hanno precisato che:
– l’imposta sostitutiva per la rideterminazione dei valori di acquisto dei terreni (edificabili o con destinazione agricola), cd. “rivalutazione”, è un’imposta volontaria, in quanto è frutto di una libera scelta del contribuente, il quale opta per la rideterminazione del valore del bene con conseguente versamento dell’imposta sostitutiva, nella prospettiva, in caso di futura cessione, di un risparmio sull’imposta ordinaria altrimenti dovuta sulla plusvalenza non affrancata; in cambio (per così dire), l’Amministrazione finanziaria riceve un immediato introito fiscale;
– ai fini del perfezionamento della procedura di rivalutazione, peraltro, assumono efficacia determinante, da un lato, la redazione di una perizia giurata di stima, e, dall’altro, l’assoggettamento del valore ad imposta sostitutiva attraverso il versamento della stessa nel termine stabilito.
Ne consegue, secondo la Corte Suprema, che “la scelta del contribuente di optare (attraverso la perizia giurata di stima ed il versamento anche solo della prima rata dell’imposta sostitutiva) per la rideterminazione del costo o valore di acquisto del terreno costituisce atto unilaterale dichiarativo di volontà, che, giunto a conoscenza del destinatario (Amministrazione Finanziaria), attraverso il pagamento dell’imposta sostitutiva, comporta di per sé l’effetto di rideterminazione del valore, che, pertanto, non può essere revocato per scelta unilaterale del contribuente.
Con riferimento alle modalità di versamento dell’imposta sostitutiva, i giudici della Corte di Cassazione osservano che la disciplina normativa non stabilisce:
– una specifica causa di nullità e neppure versamenti separati da parte dei singoli comproprietari, bensì specifica che l’imposta sostitutiva deve essere versata sul “valore di perizia”, che a sua volta deve riguardare l’intera area;
– né sanzioni in caso di adempimento del terzo ovvero di versamento integrale effettuato dal comproprietario, il quale, pertanto, non può impedire il perfezionamento della procedura di rivalutazione.
Unico obbligo, ai fini del perfezionamento, è il versamento dell’imposta complessivamente dovuta, la quale può essere corrisposta anche attraverso un versamento cumulativo (ad opera di uno dei comproprietari).

 

Rimborso del credito IVA in caso di cessazione dell’attività

 


Non è applicabile il termine biennale di decadenza al credito Iva esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi, ma è soggetto all’ordinaria prescrizione decennale, in quanto l’istanza di rimborso non integra il fatto costitutivo del diritto, ma solo il presupposto di esigibilità del credito per dare inizio al procedimento di esecuzione del rimborso stesso (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. VI civ. – Ordinanza 14 maggio 2018, n. 11628).

A seguito dell’impugnazione di un diniego di rimborso di un credito IVA maturato dal contribuente con riferimento all’anno di imposta 2004, nel corso del quale cessava l’attività, la Ctr della Toscana respingeva l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sfavorevole sentenza di primo grado, che aveva accolto il ricorso del contribuente, sostenendo di condividerne la tesi della decennalità del termine prescrizionale applicabile alla richiesta di rimborso IVA in ipotesi di cessazione dell’attività; avverso tale decisione ricorre per cassazione l’Agenzia delle entrate sostenendo che era errata la tesi sostenuta dai giudici di appello in quanto il termine decennale di prescrizione decorreva soltanto dal momento del diniego della domanda di rimborso o della formazione su di esso del silenzio rifiuto, mentre l’istanza doveva comunque essere avanzata entro il termine biennale di cui all’art. 21 d.lgs. n. 546 del 1992.
Per la Cassazione il ricorso va rigettato. La ricorrente non ha contestato il credito di imposta indicato dal contribuente in dichiarazione, osserva il Collegio che l’orientamento di questa stessa Corte è consolidato nel ritenere che il credito Iva esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi è soggetto all’ordinaria prescrizione decennale, mentre non è applicabile il termine biennale di decadenza previsto dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 21, comma 2, in quanto l’istanza di rimborso non integra il fatto costitutivo del diritto, ma solo il presupposto di esigibilità del credito per dare inizio al procedimento di esecuzione del rimborso stesso; che, peraltro, questa Corte, oltre ad aver precisato che la domanda di rimborso del credito d’imposta maturato dal contribuente deve considerarsi già presentata con la compilazione del corrispondente quadro della dichiarazione annuale (“RX4”), la quale configura formale esercizio del diritto, mentre la presentazione del modello VR costituisce, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 38 bis, solo un presupposto per l’esigibilità del credito e, dunque, un adempimento prodromico al procedimento di esecuzione del rimborso, ha anche affermato che ove si tratti – come nel caso di specie – di richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta risultata alla cessazione dell’attività, la fattispecie è regolata dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 2 e la richiesta è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale, non a quello biennale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, applicabile in via sussidiaria e residuale, solo in mancanza di disposizione specifiche; e ciò in quanto l’attività non prosegue, sicché non sarebbe possibile portare l’eccedenza in detrazione l’anno successivo.

 

Entrate e Commercialisti: il “tavolo congiunto” per la collaborazione

 


Al fine di promuovere il dialogo e la collaborazione, Agenzia delle Entrate e Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili hanno dato il via ad un protocollo d’intesa che prevede l’istituzione di un “tavolo congiunto” (Agenzia delle Entrate – Comunicato 16 maggio 2018).

Con il protocollo d’intesa, entra nel vivo la realizzazione di una cooperazione concreta tra Fisco e CNDCEC, in un’ottica di ottimizzazione delle attività e di semplificazione dei rapporti con i contribuenti.
Il “tavolo congiunto regionale”, formato da rappresentanti di entrambe le istituzioni, opererà su due livelli:
– istituzionale, con riunioni tra tutti i presidenti degli Ordini della provincia e i direttori provinciali delle Entrate;
– operativo e continuativo, composto da due coordinatori scelti dai Direttori regionali e dai presidenti degli Ordini e al quale parteciperanno gli esperti nelle materie che di volta in volta oggetto di confronto, e che saranno indicati dai coordinatori stessi.
Tra gli obiettivi:
– facilitare l’accesso ai servizi di assistenza e informazione, soprattutto attraverso i canali telematici;
– segnalare anomalie e criticità organizzative o procedurali;
– individuare situazioni che possono creare difficoltà interpretative.