L’attività di Perito ed Esperto non abilita all’esercizio di altre professione

 

L’iscrizione nel Ruolo dei Periti ed Esperti non abilita in alcun modo a svolgere eventuali attività riservate per legge a professioni per le quali è prescritta l’iscrizione in Ordini o Collegi professionali e non abilita ad alcuna altra professione (Ministero Sviluppo Economico – Parere n. 222657/2015).

L’iscrizione nel Ruolo dei Periti ed Esperti non costituisce elemento indispensabile per l’esercizio della stessa e non è, in maniera assoluta, propedeutica ai fini dell’esercizio di altre attività; l’iscrizione attesta semplicemente il possesso di particolari capacità e competenze; infatti, il mancato accoglimento di richiesta di iscrizione al Ruolo non comporta per l’aspirante perito alcun impedimento o pregiudizio all’esercizio dell’attività che può comunque iniziare sulla base dei titoli posseduti.

L’iscrizione al suddetto Ruolo peritale non implica necessariamente il possesso di determinati e specifici requisiti culturali e professionali (titoli di studio, specializzazioni, esperienze lavorative specifiche, ecc.), ma presuppone che il competente organo camerale abbia valutato positivamente la professionalità raggiunta al fine di riconoscere quelle capacità, competenze e conoscenze che devono essere superiori rispetto a quei soggetti che non risultano iscritti.
Tuttavia, è comunque libera la facoltà, per chi intende servirsi dell’attività peritale (siano essi privati cittadini, società od enti vari, organi dello Stato, ecc.), di esigere comunque l’iscrizione nel Ruolo in questione.

 

Soggetta a tassazione ordinaria l’indennità di ristoro per rischio radiologico

 

5 FEB 2016 L’indennità corrisposta a titolo di ristoro per rischio radiologico non ha natura risarcitoria, ed è soggetta a tassazione ordinaria, concorrendo alla formazione del reddito di lavoro dipendente imponibile secondo il principio generale di omnicomprensività (Corte di Cassazione – Ordinanza 4 febbraio 2015, n. 2229).

IL CASO

Il contribuente ha presentato istanza all’Agenzia delle Entrate per ottenere il rimborso IRPEF relativa a ritenute alla fonte operate dal datore di lavoro sugli importi corrisposti a titolo di “ristoro per la maggiore esposizione del rischio radiologico” a causa del mancato godimento del riposo compensativo spettante in ragione delle mansioni svolte.
Il giudice tributario ha riconosciuto il diritto del contribuente al rimborso dell’IRPEF trattenuta dal datore sulle somme corrisposte a titolo di “ristoro per rischio radiologico”, ritenendole escluse da tassazione in ragione della natura risarcitoria dell’indennità.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che le somme percepite a titolo di indennità sostitutiva del congedo non goduto per riposo compensativo non possono che avere la stessa natura (lavorativa) dei diritti sostituiti e, perciò, restano soggette alla regola generale di determinazione del reddito di lavoro dipendente (principio di omnicomprensività), secondo cui sono tassabili tutte le somme che siano corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro.
Accogliendo l’appello dell’Agenzia delle Entrate la Corte di Cassazione ha riformato la decisione del giudice tributario respingendo la richiesta di rimborso IRPEF avanzata dal contribuente.
In particolare, secondo i giudici della Corte Suprema, in tema di imposte sui redditi da lavoro dipendente, dalla normativa vigente si ricava il seguente principio: “al fine di poter negare l’assoggettabilità ad IRPEF di una erogazione economica effettuata a favore del prestatore di lavoro da parte del datore di lavoro, è necessario accertare che la stessa non trovi la sua causa nel rapporto di lavoro e, se ciò non viene positivamente escluso, che tale erogazione, in base all’interpretazione della concreta volontà manifestata dalle parti, non trovi la fonte della sua obbligatorietà né in redditi sostituiti, né nel risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi futuri, cioè successivi alla cessazione od all’interruzione del rapporto di lavoro”.
Con riferimento specifico all’indennità di “ristoro per rischio radiologico”, le somme corrisposte a tal titolo devono ritenersi soggette a tassazione ordinaria, atteso che l’indennità trova senza dubbio causa nel rapporto di lavoro, e non è attribuita in sostituzione di altro genere di reddito, né tanto meno è prospettabile come reddito futuro, a seguito della interruzione del rapporto di lavoro.

 

IMU e TASI: obbligo di registrazione del comodato ai familiari

 

4 FEB 2016 Con la Nota n. 2472 del 29 gennaio 2016 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fornito importanti chiarimenti sulle modalità di accesso alla riduzione IMU e TASI per l’abitazione concessa in comodato ai familiari, in seguito alla modifiche introdotte dalla Legge di Stabilità con effetto dal 1° gennaio 2016.

BENEFICI FISCALI PER L’ABITAZIONE IN COMODATO AI FAMILIARI

Fino al 31 dicembre 2015, ai fini IMU e TASI, i Comuni potevano considerare direttamente adibita ad abitazione principale l’unità immobiliare concessa in comodato ai parenti in linea retta entro il primo grado che la utilizzavano come abitazione principale, riconoscendo il corrispondente beneficio fiscale o limitatamente alla quota di rendita risultante in catasto non eccedente il valore di euro 500 oppure nel solo caso in cui il comodatario appartenesse a un nucleo familiare con ISEE non superiore a 15.000 euro annui. Quindi, il riconoscimento del beneficio era condizionato ad una specifica regolamentazione da parte del Comune.
A decorrere dal 1° gennaio 2016, la Legge di Stabilità 2016 ha cancellato tale previsione, sostituendola con una specifica riduzione applicabile sull’intero territorio nazionale, a prescindere dalla regolamentazione comunale. In particolare, è stato stabilito che “la base imponibile dell’IMU è ridotta del 50% per le unità immobiliari, fatta eccezione per quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, concesse in comodato ai parenti in linea retta entro il primo grado che le utilizzano come abitazione principale, a condizione che il contratto sia registrato e che il comodante possieda un solo immobile in Italia e risieda anagraficamente, nonché dimori abitualmente nello stesso comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato; il beneficio si applica anche nel caso in cui il comodante oltre all’immobile concesso in comodato possieda nello stesso comune un altro immobile adibito a propria abitazione principale, ad eccezione delle unità abitative classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9”.
Stante il rinvio alla normativa IMU contenuta nella disciplina per la determinazione della base imponibile TASI, lo stesso beneficio si applica anche per tale tributo.

IL CONTRATTO DI COMODATO

Secondo la previsione del codice civile, il “comodato” è il contratto col quale una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta. Il comodato è essenzialmente gratuito.
Inoltre, il contratto di comodato può essere redatto sia in forma scritta, sia in forma verbale.

OBBLIGO DI REGISTRAZIONE DEL COMODATO

Una delle condizioni fondamentali per beneficiare della riduzione riconosciuta in relazione alle abitazioni concesse in comodato ai familiari, dunque, è la registrazione del contratto di comodato. Al fine di accedere al beneficio a decorrere dal 1° gennaio 2016, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha precisato che:
– se si opta per il contratto di comodato in forma scritta, lo stesso deve essere redatto entro il 16 gennaio 2016 e deve essere registrato entro il 5 febbraio 2016. Ciò in quanto, l’imposta comunale è dovuta per anni solari proporzionalmente ai mesi dell’anno nei quali si è protratto il possesso e il mese durante il quale il possesso si è protratto per almeno 15 giorni è computato per intero. Inoltre, occorre considerare che il contratto redatto in forma scritta è soggetto a registrazione in termine fisso (entro 20 giorni dalla data dell’atto), con l’applicazione dell’imposta di registro in misura fissa pari a 200 euro;
– se, invece, si opta per il contratto di comodato in forma verbale, considerato che lo stesso non è soggetto all’obbligo di registrazione, tranne nell’ipotesi di enunciazione in altri atti, la registrazione deve essere effettuata entro il 1° marzo 2016. Ciò in base al principio, sancito dallo Statuto del Contribuente, per cui le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore o dell’adozione dei provvedimenti di attuazione in esse espressamente previsti.

 

L’attività di mediazione è compatibile con quella di broker assicurativo

 

L’attività di agente di affari in mediazione può essere esercitata congiuntamente con quella di broker assicurativo in quanto intesa anch’essa come attività di intermediazione (Ministero Sviluppo Economico – Parere n. 257774/2015).

L’attività di agente di affari in mediazione oltre ad essere incompatibile con l’attività svolta in qualità di dipendente da persone, società o enti, privati e pubblici, ad esclusione delle imprese di mediazione è incompatibile con qualsiasi altra attività esercitata in settori del tutto diversi rispetto a quello della mediazione.
È quindi ammesso l’esercizio congiunto con le sole attività collegate e messe in atto per la conclusione degli affari intermediati e con quelle riconducibili espressamente al rapporto di mediazione.
Tuttavia, tale incompatibilità non è assoluta ma trova alcune eccezioni con:
– l’attività di amministratore di condominio, qualora non venga svolta in forma di impresa;
– l’attività di broker assicurativo.

Nell’ambito dell’intermediazione assicurativa la compatibilità con l’attività di agente di affari in mediazione è riscontrabile solo con quella di brokeraggio assicurativo, e non con quella di agente assicurativo, in quanto in capo ad essa risiedono contemporaneamente i due elementi fondanti della mediazione e, cioè, la messa in relazione delle parti e il non essere legato a nessun vincolo di rappresentanza, collaborazione o dipendenza.

 

Benefici “prima casa”: credito d’imposta fruibile anche per successive rivendite

 

4 FEB 2016 Con la Sentenza n. 2072 del 3 febbraio 2016, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale il contribuente può beneficiare del credito d’imposta per il “riacquisto della prima casa” anche più volte, ovviamente fino a concorrenza dell’intera somma, qualora rivenda ed acquisti più volte nel rispetto delle condizioni previste dalla norma (immobile non di lusso ed acquisto infrannuale).

I BENEFICI PER RIACQUISTO “PRIMA CASA”

Il contribuente che rivende l’abitazione acquistata usufruendo delle agevolazioni fiscali ai fini dell’imposta di registro o dell’imposta sul valore aggiunto per la “prima casa”, ha diritto ad un credito d’imposta in relazione all’acquisto di un’altra abitazione non di lusso destinata ad essere la “prima casa”. Il credito d’imposta è riconosciuto a condizione che il riacquisto della “prima casa” sia effettuato entro un anno dalla vendita della precedente “prima casa”.
Il credito d’imposta è attribuito fino a concorrenza dell’imposta di registro o dell’imposta sul valore aggiunto corrisposta in relazione al precedente acquisto agevolato e, in ogni caso, non può essere superiore all’imposta di registro o all’imposta sul valore aggiunto dovuta per l’acquisto agevolato della nuova casa di abitazione non di lusso.
Il contribuente può utilizzare il credito d’imposta in diminuzione dell’imposta di registro dovuta per l’atto di acquisto che lo determina oppure può utilizzarlo nei seguenti modi:
– per l’intero importo in diminuzione dalle imposte di registro, ipotecarie e catastali, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito;
– in diminuzione dalle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data del nuovo acquisto;
– in compensazione “orizzontale” delle somme a debito esposte nel modello di pagamento unificato F24;

L’atto di acquisto dell’immobile deve contenere l’espressa richiesta del beneficio e deve riportare gli elementi necessari per la determinazione del credito:
– indicare gli estremi dell’atto di acquisto dell’immobile sul quale è stata corrisposta l’imposta di registro o l’IVA in misura agevolata nonché l’ammontare della stessa;
– nell’ipotesi in cui risulti corrisposta l’Iva sull’immobile alienato, produrre le relative fatture;
– indicare gli estremi dell’atto di alienazione dell’immobile.

IL CASO ESAMINATO DALLA CASSAZIONE

L’Agenzia delle Entrate ha accertato nei confronti del contribuente l’indebita fruizione delle agevolazioni fiscali previste per l’acquisto della prima casa, per aver portato in detrazione il credito di imposta già usufruito per l’acquisto di un secondo immobile, successivo all’acquisto della prima casa, per compensare quanto dovuto all’erario in conseguenza di un terzo successivo acquisto dì altro immobile, dopo aver rivenduto il secondo, sempre da destinare a propria abitazione.
Su ricorso promosso dal contribuente, i giudici tributari si sono pronunciati per l’annullamento dell’atto di recupero del beneficio fiscale, affermando che la norma agevolativa non prevede alcuna limitazione alla possibilità di successive rivendite ai fini delle agevolazioni previste per l’acquisto della prima casa, consentendo all’acquirente di neutralizzare l’imposta assolta nella precedente operazione.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Sull’appello promosso dall’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha confermato l’orientamento dei giudici di merito, pronunciandosi in favore del contribuente.
In particolare, i giudici della Suprema Corte hanno affermato che in tema di agevolazioni tributarie per l’acquisto della prima casa, il contribuente che, venduto l’immobile nei cinque anni dall’acquisto, abbia acquistato, entro un anno da tale alienazione, un altro immobile, procedendo poi alla sua vendita ed all’acquisto infrannuale di un ulteriore immobile, può mantenere l’agevolazione solo se fornisce la prova che l’acquisto sia seguito dalla effettiva realizzazione della destinazione ad abitazione propria degli immobili acquisiti nelle singole transazioni in virtù del concreto trasferimento della residenza anagrafica nell’unità abitativa correlata.
Pertanto il contribuente ben può godere del credito d’imposta vantato in forza del primo acquisto anche più volte, ovviamente fino a concorrenza dell’intera somma, qualora rivenda ed acquisti più volte nel rispetto delle condizioni previste dalla norma (immobile non di lusso ed acquisto infrannuale).
Tale orientamento, conclude la Cassazione, risponde ai principi della norma che mira ad incentivare l’acquisto della prima casa riconoscendo benefici fiscali al contribuente, autorizzando dunque l’utilizzo più volte sempre del medesimo credito d’imposta, qualora il contribuente per motivi personali sia indotto nel tempo a rivendere l’immobile acquistato, ed acquistarne altro più adatto alle mutate condizioni personali o familiari.