Modificati i termini di trasmissione della “Voluntary disclosure”

 

17 sett 2015 La trasmissione della relazione di accompagnamento all’istanza di accesso alla procedura e della relativa documentazione a supporto può essere effettuata fino a 30 giorni dalla data di presentazione della prima o unica istanza (Agenzia delle entrate – provvedimento 14 settembre 2015, n. 116808, comunicato 14 settembre 2015)

L’Agenzia ha tenuto conto delle difficoltà che i contribuenti potrebbero incontrare nel reperire la documentazione e le informazioni relative ad annualità per le quali è scaduto il termine per l’accertamento, che, ai fini della causa di non punibilità prevista dalla procedura di collaborazione volontaria, possono essere considerate oggetto della procedura di collaborazione volontaria, pertanto, ha previsto che la trasmissione della relazione di accompagnamento all’istanza di accesso alla procedura e della relativa documentazione a supporto può essere effettuata fino a 30 giorni dalla data di presentazione della prima o unica istanza. Anche coloro che presenteranno l’istanza a ridosso della scadenza potranno quindi avvalersi di 30 giorni per trasmettere la relazione e l’intera documentazione.
Gli imponibili, le imposte e le ritenute correlati alle attività dichiarate nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria per i quali è scaduto il termine per l’accertamento devono essere evidenziati nella relazione e nella documentazione, per potersi considerare oggetto della procedura ai fini della causa di non punibilità.
Coloro che hanno già presentato la relazione di accompagnamento e che intendono considerare oggetto della procedura imponibili, imposte e ritenute per i quali è scaduto il termine per l’accertamento e correlati alle attività dichiarate nell’ambito della stessa devono integrare la relazione e la documentazione entro 30 giorni dal 14 settembre 2015.
Entro trenta giorni dalla data di esecuzione dei versamenti relativi alla voluntary disclosure, l’Agenzia delle Entrate deve comunicare all’Autorità giudiziaria la conclusione della procedura di collaborazione volontaria, affinché questa informazione sia utilizzata per l’applicazione delle cause di non punibilità. Per poter assolvere in maniera esaustiva ai prescritti obblighi comunicativi nei confronti dell’Autorità giudiziaria, il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia del 14 settembre 2015 ha previsto la possibilità di indicare nella relazione (anche se già presentata) gli elementi relativi alle annualità non più accertabili, ma correlati alle attività dichiarate nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria, concedendo più tempo per l’invio della stessa.
Non si tratta, quindi, di un adempimento ulteriore, ma di una facoltà che consente al contribuente di evidenziare da subito all’Amministrazione finanziaria la sussistenza di cause di non punibilità per anni ricadenti fuori dal perimetro della voluntary e che può essere facilmente assolta anche attraverso la produzione di documenti attestanti la situazione patrimoniale al 31 dicembre dei periodi d’imposta coinvolti e comunque non anteriori al 2008.

 

Aumentano i soggetti tenuti alla trasmissione dei dati sanitari per il 730 precompilato

 


14 sett 2016 Da quest’anno anche altri soggetti sono tenuti alla trasmissione al Sistema Tessera Sanitaria, dei dati relativi alle spese sanitarie e alle spese veterinarie, ai fini dell’elaborazione della dichiarazione dei redditi pre-compilata (Ministero dell’economia e delle finanze – Decreto 01 settembre 2016)

A partire dal 1° gennaio 2016, ai fini della elaborazione della dichiarazione dei redditi da parte dell’Agenzia delle Entrate, inviano al Sistema Tessera Sanitaria i dati delle spese sanitarie e veterinarie sostenute dalle persone fisiche anche i seguenti soggetti:
a) gli esercizi commerciali che svolgono l’attività di distribuzione al pubblico di farmaci;
b) gli iscritti agli albi professionali degli psicologi;
c) gli iscritti agli albi professionali degli infermieri;
d) gli iscritti agli albi professionali delle ostetriche/i;
e) gli iscritti agli albi professionali dei tecnici sanitari di radiologia medica;
f) gli esercenti l’arte sanitaria ausiliaria di ottico;
g) gli iscritti agli albi professionali dei veterinari.

 

Sul commercio elettronico in UE a privati, Iva dovuta anche dai “contribuenti minimi”

 

Da quest’anno, ai fini IVA, le prestazioni di servizi elettronici, tra cui rientrano le operazioni di commercio elettronico diretto, devono essere assoggettate ad imposta nel luogo ove il committente è stabilito ovvero ha il domicilio o la residenza. Con la Risoluzione n. 75E del 2015, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che tali operazioni devono essere assoggettate ad IVA secondo le regole ordinarie, anche quando sono effettuate da soggetti che aderiscono a regime fiscale di vantaggio o al regime forfetario.

Dal 1° gennaio 2015, per effetto dell’entrata in vigore delle nuove norme in materia di territorialità ai fini Iva dei servizi di telecomunicazione, di teleradiodiffusione e di quelli prestati per via elettronica (cd. “servizi elettronici”), il luogo delle prestazioni di tali servizi si considera quello in cui il committente è stabilito, ha il proprio indirizzo permanente o la propria residenza abituale. Ne consegue che l’Iva deve essere applicata con l’aliquota vigente nel paese di destinazione della prestazione.
In caso di operazioni effettuate nei confronti di soggetti residenti fuori dall’Italia, in paesi dell’Unione Europea, ai fini del corretto assolvimento degli obblighi IVA, tuttavia, occorre distinguere in base alla qualificazione del committente come soggetto passivo o privato consumatore.
Se il committente è un soggetto passivo IVA (cd. rapporti business to business o “B2B”), l’IVA deve essere assolta dallo stesso nel proprio Paese, mentre in Italia l’operazione è fuori campo.
Se il committente è un privato consumatore comunitario (cd. rapporti business to consumer o “B2C”), l’impresa italiana deve assolvere l’IVA nel paese di destinazione della prestazione. In questo caso è possibile optare tra due soluzioni alternative per il corretto adempimento degli obblighi IVA:
– l’identificazione diretta in ciascuno Stato dell’Unione europea in cui è stabilito, domiciliato o residente il committente che riceve la prestazione;
– la registrazione al regime Mini One Stop Shop (cd. MOSS). Attraverso il regime “MOSS” il soggetto italiano comunica in via telematica all’Agenzia delle Entrate, con periodicità trimestrale, le informazioni dettagliate sui servizi elettronici prestati a persone che non sono soggetti passivi in altri Stati membri ed effettua il versamento dell’Iva dovuta. Sarà poi l’Agenzia delle Entrate ad effettuare la ripartizione dell’IVA tra i singoli Stati membri di consumo sulla base dei dati indicati nelle dichiarazioni trimestrali.
L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione n. 75/E del 2015, ha chiarito che le stesse modalità devono osservate dai soggetti che svolgono l’attività nell’ambito di un regime fiscale agevolato. In particolare, il documento di prassi precisa che per le imprese che applicano il regime forfetario introdotto con la Legge di Stabilità 2015 è espressamente previsto che in caso di operazioni nei confronti di committenti non residenti si applicano, ai fini IVA, le disposizioni ordinarie.
Con riferimento ai soggetti che applicano il regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile ed i lavoratori in mobilità di cui all’articolo 27, del D.L. n. 98/2011, le stesse regole si applicano in considerazione dell’assenza di una specifica normativa in materia nella disciplina che regola il regime fiscale di vantaggio e dell’analogia tra quest’ultimo ed il regime fiscale forfetario.
Di conseguenza, sia nell’ambito del regime fiscale di vantaggio che del regime forfetario, le operazioni di commercio elettronico diretto effettuate nei confronti di soggetti esteri residenti in un paese dell’UE devono essere assoggettate ad IVA nel luogo ove il committente è stabilito ovvero ha il domicilio o la residenza, secondo le seguenti regole:
– se l’operazione è effettuata nei confronti di soggetti passivi IVA (cosiddetti “B2B”), l’imposta è assolta dal committente nel proprio Paese;
– se l’operazione è effettuata nei confronti di privati consumatori comunitari (cosiddetti “B2C”), l’imposta deve essere assolta, sempre nel paese di destinazione della prestazione, dall’impresa italiana. A tal fine, gli adempimenti IVA possono essere assolti mediante identificazione diretta nella Stato UE o tramite il regime “MOSS”.

 

Start-up innovativa tramite affitto d’azienda

 

Il Ministero dello Sviluppo Economico, con il parere n. 155183 del 03 settembre 2015, chiarisce che deve ritenersi ammissibile la richiesta di iscrizione come start-up innovativa della società che affitta un’altra azienda portatrice del core business dell’iniziativa imprenditoriale.

Per ottenere l’iscrizione come impresa start-up innovativa ed accedere alle misure di favore appositamente previste, la disciplina di settore stabilisce specifici requisiti soggettivi e oggettivi che le nuove iniziative imprenditoriali devono possedere. In particolare, per quanto attiene ai requisiti soggettivi, l’articolo 25 del D.L. 179 del 2012 stabilisce che l’impresa start-up innovativa deve essere una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, in possesso dei seguenti requisiti:
a) i soci, persone fisiche, detengano al momento della costituzione e per i successivi 24 mesi, la maggioranza delle quote o azioni rappresentative del capitale sociale e dei diritti di voto nell’assemblea ordinaria dei soci;
b) sia costituita da non più di sessanta mesi;
c) sia residente in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva o una filiale in Italia;
d) a partire dal secondo anno di attività della start-up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non sia superiore a 5 milioni di euro;
e) non distribuisca, e non abbia distribuito, utili;
f) abbia, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
g) non sia stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda.

Proprio in relazione alla condizione di cui al suddetto punto g), che prevede l’esclusione della qualifica di start-up innovativa qualora l’impresa sia costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda, il Ministero dello Sviluppo Economico è stato interrogato sulla possibilità di iscrivere come start-up innovativa una società neo costituita che prende in affitto un’altra azienda contenente il core business dell’attività d’impresa nel settore dell’innovazione tecnologica.

Nell’ambito del parere n. 155183 del 2015, il Ministero ha chiarito che la mancata previsione dell’affitto d’azienda o ramo d’azienda, tra le cause di esclusione della qualifica di impresa start-up, va interpretata come una specifica eccezione operata dal legislatore che, dunque, consente l’iscrizione della società affittuaria nella categoria delle start-up innovative se ricorrono gli altri requisiti previsti dalla norma.
Riguardo all’ipotesi di assimilazione tra cessione e affitto d’azienda o di ramo d’azienda, il Ministero ha precisato, altresì, che sotto il profilo sostanziale il Codice Civile (art. 2562) nel disciplinare l’affitto d’azienda o ramo d’azienda rimanda alla disciplina dell’usufrutto d’azienda e non a quella generale della cessione d’azienda (o suo ramo), stante la natura provvisoria del trasferimento, il differente animus (possesso nel caso della cessione, godimento nel caso dell’affitto), e l’obbligo di restituzione finale, oltre agli obblighi ricorrenti. Da ciò la complessiva differenza tra i due istituti (cessione e affitto d’azienda) che esclude la possibilità di assimilazione.

 

Contro l’elusione fiscale, il divieto dell’abuso del diritto

 

Tra le norme dello Statuto del Contribuente viene introdotto, con effetto dal 1° ottobre 2015, il divieto dell’abuso del diritto come principio fondamentale delle norme antielusione in materia fiscale. Per espressa previsione normativa, tuttavia, le nuove disposizioni si applicano anche alle operazioni effettuate in data anteriore per le quali alla predetta data non sia stato notificato il relativo atto impositivo. (Decreto Legislativo n. 128 del 2015, pubblicato nella G.U. n. 190/2015)

L’ABUSO DEL DIRITTO

Configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, sono effettuate essenzialmente per realizzare vantaggi fiscali indebiti. A tal fine si considerano:
a) operazioni prive di sostanza economica, i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali. Sono indici di mancanza di sostanza economica, in particolare, la non coerenza della qualificazione delle singole operazioni con il fondamento giuridico del loro insieme e la non conformità dell’utilizzo degli strumenti giuridici a normali logiche di mercato;
b) vantaggi fiscali indebiti, i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario.
Non si considerano abusive le operazioni giustificate da valide ragioni extrafiscali, non marginali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale. Resta ferma la libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra operazioni comportanti un diverso carico fiscale.

ACCERTAMENTO DI ABUSO DEL DIRITTO

L’abuso del diritto è accertato con apposito atto entro i termini stabiliti per i singoli tributi, solo qualora gli indebiti vantaggi fiscali non siano riconducibili a violazioni di specifiche disposizioni tributarie cui corrisponda un’autonoma contestazione.
Per configurare un abuso del diritto, che integra un comportamento elusivo sanzionabile, inoltre, l’Amministrazione finanziaria ha l’onere di provare sia la sussistenza di una condotta abusiva in relazione all’effettuazione di operazioni prive di sostanza economica, sia il conseguimento di vantaggi fiscali indebiti.
L’atto di accertamento deve essere preceduto, a pena di nullità, dalla notifica al contribuente di una richiesta di chiarimenti, nella quale devono essere indicati i motivi per i quali si ritiene configurabile un abuso del diritto.
La richiesta di chiarimenti deve essere notificata secondo le modalità stabilite per gli atti tributari in materia di accertamento delle imposte sui redditi, ai sensi dell’articolo 60 del D.P.R. n. 600/1973, entro il termine previsto per la notifica dell’atto impositivo.
Entro 60 giorni dal ricevimento della richiesta devono essere forniti i chiarimenti richiesti.
Se le giustificazioni date dimostrano la sussistenza di valide ragioni extrafiscali, i benefici fiscali sono confermati ed il procedimento si interrompe; viceversa, se i chiarimenti forniti risultano insufficienti l’amministrazione finanziaria emette avviso di accertamento, con il recupero dei tributi o maggiori tributi e l’addebito di sanzioni amministrative tributarie e interessi. In tale ultima ipotesi, l’atto impositivo deve essere specificamente motivato, a pena di nullità, oltre a quanto disposto per i singoli tributi anche in relazione alla condotta abusiva, alle norme o ai principi elusi, agli indebiti vantaggi fiscali realizzati ed ai disattesi chiarimenti forniti dal contribuente.
Per effetto della procedura di accertamento dell’abuso del diritto, il termine ordinario di decadenza per la notifica dell’atto impositivo è automaticamente prorogato, computando 60 giorni a decorrere dalla data di ricevimento dei chiarimenti ovvero dell’inutile decorso del termine stabilito per la risposta.

INTERPELLO

In caso di operazioni o comportamenti suscettibili di configurare un abuso del diritto è possibile proporre all’amministrazione finanziaria istanza di interpello ordinario, sia “preventiva” (cioè prima di realizzare l’operazione o le operazioni), sia “confermativa” (ossia per operazioni già realizzate).
L’istanza deve essere presentata prima della scadenza dei termini prevista:
– per la presentazione della dichiarazione dei redditi;
– o per l’assolvimento di altri obblighi tributari connessi alla fattispecie cui si riferisce l’istanza medesima.
In questa ipotesi l’interpello deve essere inoltrato in forma scritta all’Agenzia delle Entrate che risponde entro 120 giorni.
Anche la risposta è formulata per iscritto, e l’interpretazione fornita, debitamente motivata, diviene vincolante sia per l’amministrazione finanziaria che per il contribuente con esclusivo riferimento al caso concreto oggetto dell’istanza di interpello. La mancata risposta entro il suddetto termine di 120 giorni, invece, si intende come “silenzio assenso”, ossia come parere favorevole all’interpretazione o al comportamento prospettati nell’istanza dal richiedente.
Il comportamento adottato in conformità all’interpretazione formulata in sede di interpello, anche nell’ipotesi di “silenzio assenso”, determina la nullità di qualsiasi atto, anche a contenuto impositivo o sanzionatorio, emanato in difformità della risposta, sia esplicita che tacita. È esclusa, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni nei confronti del contribuente che non abbia ricevuto la risposta dall’amministrazione finanziaria entro il predetto termine di 120 giorni.
La presentazione dell’istanza di interpello, invece, non produce effetti con riferimento alle scadenze previste dalla disciplina tributaria, che devono essere rispettate anche in pendenza della risposta.

RICORSO

L’atto impositivo emesso in relazione all’accertamento dell’abuso del diritto rientra tra gli atti impugnabili dinanzi alla commissione tributaria provinciale secondo il rito del processo tributario. Sotto il profilo dell’onere della prova, l’amministrazione finanziaria ha l’onere di dimostrare la sussistenza di condotta abusiva in relazione all’effettuazione di operazioni prive di sostanza economica ed al conseguimento di vantaggi fiscali indebiti.
Il contribuente, invece, ha l’onere di dimostrare che le operazioni effettuate rispondono a valide e non marginali ragioni extrafiscali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale.