Ravvedimento operoso: il Fisco risponde

 


Ulteriori chiarimenti delle Entrate su come sfruttare al meglio i benefici previsti dal nuovo ravvedimento operoso (AGENZIA DELLE ENTRATE – Circolare 12 ottobre 2016, n. 42/E)


 


Termini entro cui il contribuente può ravvedere il modello di dichiarazione 730 in caso di infedeltà


Nelle istruzioni al modello 730 è chiarito che se il contribuente si accorge di non aver fornito tutti gli elementi da indicare della dichiarazione e lintegrazione o la rettifica comporta un minor credito o un maggior debito deve utilizzare il modello UNICO Persone fisiche 2016.
Il modello UNICO Persone fisiche 2016 può essere presentato:
– entro il 30 settembre 2016 (correttiva nei termini). In questo caso, se dallintegrazione emerge un importo a debito, il contribuente dovrà procedere al contestuale pagamento del tributo dovuto, degli interessi calcolati al tasso legale con maturazione giornaliera e della sanzione in misura ridotta (ravvedimento operoso);
– entro il termine previsto per la presentazione del modello UNICO relativo allanno successivo (dichiarazione integrativa). In questo caso se dallintegrazione emerge un importo a debito, il contribuente dovrà pagare contemporaneamente il tributo dovuto, gli interessi calcolati al tasso legale con maturazione giornaliera e le sanzioni in misura ridotta previste in materia di ravvedimento operoso;
– entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione (dichiarazione integrativa). In questo caso se dallintegrazione emerge un importo a debito, il contribuente dovrà pagare contemporaneamente il tributo dovuto, gli interessi calcolati al tasso legale con maturazione giornaliera e le sanzioni in misura ridotta previste in materia di ravvedimento operoso.
Nel caso di presentazione di un modello UNICO correttivo nei termini, nessuna sanzione è dovuta per l’infedeltà dichiarativa e sono dovuti solo la sanzione e gli interessi per l’eventuale omesso versamento della maggiore imposta, da calcolarsi con riferimento alla data del termine di versamento previsto per le persone fisiche che compilano il modello Unico, termine da prendere a riferimento anche per calcolare la percentuale di riduzione da applicare alle sanzioni in caso di ravvedimento.
Laddove il modello UNICO sia presentato oltre il termine ordinario di presentazione della dichiarazione annuale, valgono i chiarimenti relativi all’integrazione della dichiarazione irregolare eseguita entro novanta giorni dalla scadenza ovvero oltre detto termine. Ciò significa, in altre parole, che il modello 730 già presentato deve essere assimilato alla dichiarazione irregolare presentata nei termini e il ravvedimento andrà eseguito con le stesse modalità.

Sanzione ridotta con ravvedimento successivo al versamento tardivo del tributo


Nel caso in cui si assiste a un tardivo (ad esempio 20 giorni) ma integrale versamento del tributo dovuto, senza alcuna corresponsione di sanzioni e interessi, si può ritenere che:
– la sanzione applicabile sia quella in cui “ricade” l’integrale tardivo versamento (nel caso ipotizzato la sanzione del 15 per cento – sanzione del 30 per cento ridotta alla metà);
– gli interessi moratori siano dovuti per il periodo del ritardo (venti giorni);
– la riduzione sanzionatoria applicabile sia riferita al momento in cui si perfeziona il ravvedimento;
– se, medio tempore, è notificato un atto di liquidazione o di accertamento , il contribuente che non abbia versato ancora sanzioni e interessi perda la possibilità di avvalersi dell’istituto.
Emerge, pertanto, che il momento rilevante per valutare la riduzione sanzionatoria da ravvedimento (anche parziale) in concreto applicabile è quello in cui la sanzione viene regolarizzata, ossia quando la stessa viene versata.

Ravvedimento dell’omesso versamento IVA periodico


L’omesso versamento dell’IVA a debito risultante dalla liquidazione periodica rappresenta una violazione ravvedibile entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno di commissione della violazione.
In particolare, fermo restando il versamento dell’imposta dovuta e degli  interessi entro il termine per la presentazione della dichiarazione IVA relativa all’anno nel corso del quale è stato omesso il versamento periodico, è ammesso il versamento della sanzione del 3,75 per cento dell’importo non versato, pari ad un ottavo del 30 per cento.
La compensazione del debito IVA periodico, e il conseguente ravvedimento delle sanzioni, può essere anticipata utilizzando il credito IVA maturato in un trimestre successivo a quello violato. In tale evenienza è, tuttavia, necessario che detto credito sia rimborsabile e preventivamente destinato alla compensazione mediante presentazione del modello IVA TR.
Trattandosi di compensazione orizzontale o esterna la stessa andrà evidenziata nel modello F24 e sarà subordinata al rispetto dei limiti di 5.000 euro annui. Qualora il credito da destinare in compensazione IVA sia superiore al limite di 15.000 euro, tuttavia, non occorre il visto di conformità, la cui preventiva apposizione sul modello IVA TR è indispensabile solo in caso di richiesta di rimborso.
In assenza dei requisiti per poter utilizzare le eccedenze di credito trimestrale, il ravvedimento dell’omesso versamento periodico può essere effettuato utilizzando in compensazione il credito IVA emergente dalla dichiarazione annuale. In tale evenienza, il credito può essere compensato con un debito IVA pregresso a partire dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello della maturazione.
Dal punto di vista dichiarativo, l’avvenuta compensazione tra il debito Iva periodico e il credito Iva (trimestrale o annuale) maturato successivamente, viene rappresentata nel seguente modo:
– l’importo del debito periodico, assolto tramite compensazione prima della presentazione della dichiarazione annuale, deve essere indicato nel rigo VL29 della dichiarazione Iva;
– l’importo del credito utilizzato in compensazione, invece, deve essere indicato nel rigo VL22 della medesima dichiarazione, se trattasi di credito trimestrale, ovvero nel rigo VL9 della dichiarazione relativa all’anno successivo, se trattasi di credito annuale.
Qualora, in caso di utilizzo del credito annuale, la compensazione venga effettuata dopo la presentazione della dichiarazione Iva, sarà necessario presentare una dichiarazione rettificativa (correttiva nei termini o integrativa) per dare evidenza dell’ulteriore versamento periodico (non indicato nella dichiarazione originaria) e del conseguente incremento del credito annuale compensato.
Trattandosi, tuttavia, in entrambe le ipotesi – utilizzo del credito IVA trimestrale e/o annuale – di compensazione esterna, la stessa deve essere evidenziata nel modello F24 ed è, in ogni caso, subordinata al rispetto dei limiti di 5.000 euro annui, e di 700.000 euro annui. Inoltre, qualora il credito da destinare in compensazione IVA sia superiore al limite di 15.000 euro, occorre la preventiva apposizione sulla dichiarazione annuale del visto di conformità.

 

Bonus prima casa, nessuna proroga biennale per gli accertamenti dopo il 2004

 


La Corte di Cassazione, con ordinanza 06 ottobre 2016, n. 20103, ha chiarito che in materia di perdita delle agevolazioni “prima casa” ai fini dell’imposta di registro, il termine per la rettifica e la liquidazione della maggiore imposta è prorogato di due anni, solo se il termine ultimo per l’assolvimento dell’onere incombente sulla parte contribuente scade in epoca antecedente alla data al 1° gennaio 2004.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’Agenzia delle entrate la decisione della CTR che ha accolto l’appello del contribuente, annullando l’avviso di liquidazione e di irrogazione sanzioni su atto di compravendita, fondato sulla revoca dell’agevolazione per l’acquisto della prima casa, per omessa assunzione della residenza entro il termine di mesi 18 dall’acquisto, avviso che la parte contribuente aveva impugnato assumendo che l’Agenzia fosse decaduta dal potere di accertamento, non avendovi provveduto entro il termine triennale ed avrebbe dovuto fare coincidere il dies a quo del termine decadenziale di esercizio del potere con la data di definitivo decorso del periodo (18 mesi) concesso al contribuente per dare esecuzione al proposito di trasferire la propria residenza nel comune in cui è sito l’immobile compravenduto. Inoltre, afferma che il termine entro il quale l’Amministrazione ha concretamente esercitato il potere di revoca del beneficio provvisoriamente concesso sia da considerarsi legittimamente prorogato.
La Cassazione, ha precisato che in tema di perdita del beneficio fiscale concesso per la prima casa ai fini dell’imposta di registro, il termine per la rettifica e la liquidazione della maggiore imposta (dovuta a decorrere dal momento in cui è rimasto ineseguito il proposito di trasferire la propria residenza nel Comune in cui è sito l’immobile) resta soggetto alla sospensione in materia di definizione agevolata degli avvisi di liquidazione della maggiore imposta di registro ed è prorogato di due anni. Però, affinché detta proroga possa operare, il termine ultimo per l’assolvimento dell’onere incombente sulla parte contribuente (di assumere la residenza nel luogo in cui è sito l’immobile) deve scadere in epoca antecedente alla data di entrata in vigore della legge n. 350/2003 (e cioè il 1.1.2004) poiché è la stessa norma che consente l’applicazione della proroga in questione.
Inoltre, se entro la data fissata per poter fruire del condono non c’è violazione, mancano i presupposti giuridici del condono e, conseguentemente, della proroga del termine di esercizio della potestà accertativa. Infatti, non è passibile di proroga un termine che non è ancora cominciato a decorrere, perciò non può essere prorogato il termine per la liquidazione della maggiore imposta che è condizionato dalla revoca del beneficio del pagamento ridotto dell’imposta se i presupposti di detta revoca non si sono ancora maturati.
Nel caso oggetto, prima della scadenza del termine per il trasferimento della residenza nel comune in cui è sito l’immobile non vi era alcuna violazione suscettibile di condono e perciò non poteva operare il meccanismo della proroga di cui trattasi. Essendo poi la violazione intervenuta (con l’omissione della condotta normativamente imposta entro il termine massimo di legge) quando non solo il termine d’identificazione degli atti condonabili era scaduto ma anche quello per la presentazione dell’istanza non vi è dubbio che non potesse applicarsi la proroga di cui trattasi.

 

Necessaria la partecipazione attiva dei soci per l’iva agevolata

 

Con la sentenza n. 19237 del 28 settembre 2016, la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini IVA, l’agevolazione prevista in favore degli enti associativi è riconosciuta soltanto se sussiste un’effettiva partecipazione dei soci alla vita associativa e alle deliberazioni assembleari.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di rettifica nei confronti dell’ente associativo, assoggettando ad IVA le rette corrisposte dai soci per finalità istituzionali, in considerazione del mancato rispetto del requisito di effettiva sovranità dell’assemblea dei soci.
I soci a fronte della corresponsione di una retta avevano diritto alla fruizione dei servizi di insegnamento musicale, senza però mai partecipare alla vita dell’associazione in genere, e in particolare alle deliberazioni assembleari.
Il ricorso dell’associazione è stato respinto dai giudici tributari, i quali hanno affermato che ai fini dell’agevolazione Iva la sovranità dell’Assemblea dei soci deve essere provata dalla contribuente e deve essere effettiva e non virtuale, mentre nel caso esaminato i soci non avevano mai partecipato alle deliberazioni assembleari ed alla vita associativa in genere ed erano, in effetti, trattati come clienti.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Confermando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha affermato che per gli enti di tipo associativo, al fine della fruizione del trattamento tributario di favore, non è sufficiente la mera appartenenza dell’ente alla categoria delle associazioni, ne la conformità dello statuto alle norme stabilite per il riconoscimento della relativa qualifica, ma occorre il concreto rispetto delle condizioni nello svolgimento dell’attività istituzionale.
Gli enti associativi non godono infatti di uno status di extrafiscalità, che li esenta, per definizione, dal prelievo fiscale, ma occorre sempre tenere conto della natura delle attività svolte in concreto. Ne deriva l’onere per l’ente di fornire la prova della sussistenza dei presupposti di fatto che giustificano l’agevolazione.
In particolare, un elemento fondamentale per il riconoscimento delle agevolazioni fiscali, è la sovranità dell’Assemblea dei soci, che deve essere effettiva e non virtuale, manifestata attraverso al partecipazione dei soci alle deliberazioni ed alla vita associativa in genere. E la prova di ciò è a carico dell’ente che chiede di fruire dell’agevolazione.
Laddove i soci fruiscono soltanto dei servizi offerti dall’associazione a fronte della retta corrisposta, mentre le decisioni sono prese dal consiglio direttivo dell’ente, non può ritenersi soddisfatto il requisito della sovranità dell’assemblea dei soci. Di conseguenza i soci si considerano alla stregua di clienti e le rette associative devono essere assoggettate ad IVA con le modalità ordinarie.

 

DL Terremoto 2016: interventi urgenti per le popolazioni colpite

 


Approvato il decreto legge che, in 53 articoli, fissa i capisaldi di tutti gli interventi necessari alla ricostruzione e al sostegno alla ripresa economica delle zone colpite dal terremoto in Centro Italia del 24 agosto (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Comunicato 11 ottobre 2016, n.135).

Le diverse misure di sostegno riguardano: il risarcimento integrale per le case e gli edifici colpiti, il prestito d’onore per il riavvio delle attività produttive, la cassa integrazione in deroga per i lavoratori di imprese coinvolte nel sisma, il rinvio di imposte e tasse per quanti (singoli e imprese) documenteranno che l’impossibilità del pagamento è strettamente connessa al terremoto.
Al fine di assicurare il massimo della regolarità in tutte le fasi e di garantire dati costantemente aggiornati, il provvedimento, oltre alla supervisione dell’Anac, prevede una centrale unica di committenza, un albo delle imprese e uno dei professionisti.
Si attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

 

Il lavoratore con struttura organizzata da altri non paga l’IRAP

 


Non è sufficiente, ai fini dell’applicazione dell’imposta Irap, che il lavoratore si avvalga di una struttura organizzata, ma è anche necessario che questa struttura sia autonoma, cioè faccia capo al lavoratore stesso, non solo ai fini operativi, bensì anche sotto i profili organizzativi (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 29 settembre 2016, n. 19325).

L’amministrazione ricorrente assume che, essendo pacifico e ammesso da controparte nonché assunto in sentenza che il contribuente svolga la sua attività in forma associata, sebbene in una società semplice, la C.T.R. avrebbe erroneamente escluso che detta circostanza integri il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione, peraltro senza che il contribuente avesse fornito la prova contraria atta a superare la presunzione relativa, in virtù della quale il professionista si avvale, per la propria attività di lavoro autonomo, del capitale e del lavoro dello studio associato.
La Cassazione ritiene il motivo del ricorso manifestamente infondato in quanto dalla lettura della sentenza impugnata emerge inequivocabilmente che i giudici d’appello, contrariamente a quanto assume l’odierna ricorrente, hanno accertato l’inesistenza di uno studio associato, osservando che la collaborazione con lo Studio legale Associato non fa ravvisare alcuna associazione con tale studio, posto che il ricorrente-appellante ha dimostrato documentalmente che le sue prestazioni sono regolarmente fatturate dal predetto studio, pertanto la circostanza che lo stesso abbia a disposizione tale struttura non significa che vi sia una organizzazione autonoma in capo al ricorrente, posto che, come ben chiarito dalla Suprema Corte l’autonomia della struttura deve riguardare colui che in essa vi eserciti quale titolare, e non è questo il caso dell’appellante, non essendo sufficiente, ai fini dell’imposta Irap, che il lavoratore si avvalga di una struttura organizzata, ma è anche necessario che questa struttura sia autonoma, cioè faccia capo al lavoratore stesso, non solo ai fini operativi, bensì anche sotto i profili organizzativi. Non sono perciò soggetti ad Irap i proventi che un lavoratore autonomo percepisca come compenso per le attività svolte all’interno di una struttura appartenente ad altri organizzati.