Professionisti U.E.: accesso parziale alla professione e riconoscimento del tirocinio

 

Con l’accesso parziale alla professione, il professionista può esercitare la propria attività in Italia, ma solo nel settore corrispondente a quello per il quale è qualificato nello Stato membro di provenienza. Invece, con l’istituto del riconoscimento del tirocinio professionale vengono tutelati coloro che decidono di svolgere parte del suddetto tirocinio all’estero (D.Lgs. n. 15/2016).

 

Con l’accesso parziale, le autorità competenti italiane concedono l’accesso parziale a un’attività professionale sul territorio nazionale, fermo restando la sussistenza congiunta delle seguenti condizioni:
– il professionista deve essere pienamente qualificato per esercitare nello Stato membro d’origine l’attività professionale per la quale chiede l’accesso parziale;
– le differenze tra l’attività professionale legalmente esercitata nello Stato membro d’origine e la professione regolamentata in Italia sono così rilevanti che l’applicazione di misure compensative comporterebbe per il richiedente di portare a termine il programma completo di istruzione e formazione previsto sul territorio nazionale al fine di avere accesso alla professione regolamentata nel suo complesso;
– l’attività professionale può essere oggettivamente separata da altre attività che rientrano nella professione regolamentata in Italia.

Se accordato:
– l’attività professionale è esercitata con il titolo professionale dello Stato membro d’origine;
– il professionista deve indicare ai destinatari del servizio l’ambito delle proprie attività professionali.

Relativamente al riconoscimento del tirocinio professionale,le autorità italiane competenti al rilascio delle abilitazioni per l’esercizio di una professione regolamentata, subordinata al compimento di un tirocinio professionale, riconoscono i suddetti tirocini professionali anche se effettuati in parte in un altro Stato membro. La durata massima della parte del tirocinio che può essere svolto all’estero è stabilito dalla stessa autorità competente e il suo riconoscimento non sostituisce i requisiti previsti per superare l’esame al fine di ottenere l’accesso alla professione.

 

Autotrasporti: i chiarimenti del Fisco per fruire del “bonus gasolio”

 

L’Agenzia delle Dogane fornisce chiarimenti sui titoli di disponibilità dei mezzi di trasporto considerati validi ai fini del riconoscimento del credito d’imposta previsto in favore delle imprese di autotrasporto a titolo di riduzione dell’accisa corrisposta sul prezzo del gasolio utilizzato (Circolare 23 febbraio 2016, n. 4/D).

Presupposto per il riconoscimento del cd. “bonus gasolio per autotrasporto” è il possesso del mezzo utilizzato sulla base di un idoneo titolo giustificativo, tenuto conto che il soggetto legittimato a richiedere il beneficio è soltanto il reale utilizzatore dell’autoveicolo. Atteso il progressivo ampliamento delle forme di disponibilità di autoveicoli commerciali e mezzi di trasporto, l’Agenzia delle Dogane ha indicato le figure negoziali ammissibili ai fini del beneficio, distinguendo le in base alle condizioni ed ai requisiti, oggettivi e soggettivi, di esercizio dell’attività di autotrasporto, nonché i vincoli di utilizzo dei mezzi previsti nei diversi settori.

TRASPORTO MERCI PER CONTO TERZI

L’esercente attività di autotrasporto merci per conto di terzi può avere la disponibilità dell’autoveicolo a titolo di proprietà, locazione con facoltà di compera – locazione finanziaria, acquisto con patto di riservato dominio, usufrutto. Tali titoli sono tutti idonei alla concessione del “bonus gasolio”.
La possibilità di concedere ed utilizzare autoveicoli mediante comodato o locazione senza conducente è riservata, invece, ad imprese iscritte nell’Albo degli autotrasportatori le quali utilizzano i mezzi per il trasporto merci conto terzi, con obbligo di forma scritta del contratto debitamente registrato.
Analoga valutazione vale per taluni contratti – ad esempio, il cd. “nolo a freddo” – utilizzati nella pratica commerciale per far fronte ad esigenze occasionali. Con tali figure negoziali, funzionalmente riconducibili alla locazione senza conducente, l’attività di trasporto merci viene svolta dall’esercente mediante la messa a disposizione dei mezzi da parte di altro autotrasportatore per conto terzi, sul quale non gravano oneri di acquisto dei carburanti. Anche in queste ipotesi il beneficio è consentito a condizione che sussista l’iscrizione nell’Albo degli autotrasportatori e la forma scritta del contratto debitamente registrato.
Non è ammissibile, invece, la cessione di autoveicoli a titolo di sublocazione o subcomodato.

TRASPORTO MERCI PER CONTO PROPRIO

Il trasporto di cose in conto proprio è il trasporto eseguito da persone fisiche ovvero da persone giuridiche, enti privati o pubblici, qualunque sia la loro natura, per esigenze proprie.
I titoli idonei al riconoscimento del bonus gasolio sono: proprietà, usufrutto, acquisto con patto di riservato dominio, locazione con facoltà di compera o noleggio senza conducenti.
Per tale settore sono esclusi la locazione ed il comodato.

TRASPORTO PUBBLICO DI PERSONE

Ai fini del riconoscimento del bonus gasolio in favore degli esercenti trasporto pubblico di persone, la Circolare chiarisce che sebbene lo svolgimento del servizio di trasporto persone risulti svincolato dal collegamento con predeterminate figure negoziali, resta ferma la condizione della titolarità giuridica in base alla quale l’impresa dispone dell’automezzo su cui è stato consumato il gasolio.
Tra le ipotesi più frequenti:
– l’utilizzo di autobus a titolo di comodato da parte di imprese esercenti autoservizi di competenza regionale e locale, quali sub affidatarie di servizi di linea di trasporto pubblico di persone, mezzi forniti ad uso gratuito nell’ambito di convenzioni stipulate con l’ente concessionario;
– imprese subentrate nella gestione del servizio pubblico ad altra società in virtù di un contratto di comodato avente ad oggetto l’intero complesso aziendale, od anche di affitto di ramo d’azienda.
In tali fattispecie e, più in generale nelle vicende successorie tra enti, ai fini del beneficio la materiale detenzione dell’autoveicolo su cui è stato impiegato il gasolio per l’esercizio dell’attività deve risultare da atto redatto in forma scritta.

AUTOVEICOLI CONCESSI IN USO DA ESERCENTE UTILIZZATORE A TITOLO DI LOCAZIONE FINANZIARIA

Altra situazione riscontrata nell’applicazione del beneficio è il consumo di gasolio su autoveicoli posseduti a titolo di locazione e concessi in uso da esercente che, a propria volta, ne ha la disponibilità sulla base di un distinto contratto di locazione finanziaria.
In tale ipotesi, l’esercente autotrasporto merci conto terzi è legittimato ad accedere all’agevolazione sul gasolio consumato a condizione che:
– le imprese coinvolte siano iscritte all’Albo degli autotrasportatori;
– il trasferimento della disponibilità del mezzo di trasporto all’esercente che presenta la dichiarazione trimestrale di rimborso sia effettuata con il consenso dell’impresa di leasing proprietaria, anche espresso in forma preventiva nel contratto di locazione finanziari;
– il contratto di locazione tra le imprese di autotrasporto sia fatto in forma scritta.

SEMIRIMORCHI TRAINATI DA TRATTORI STRADALI DI ALTRA IMPRESA

Con riferimento ai complessi di veicoli (autoarticolati) nella disponibilità di differenti imprese, in cui l’esercente titolare del trattore stradale (motrice) traina, oltrechè i propri, anche i semirimorchi appartenenti ad altra impresa iscritta nell’albo, la circoalre chiarisce che è esclusa la possibilità di beneficiare dell’agevolazione per il gasolio consumato da parte dell’impresa titolare dei soli semirimorchi trainati.

TRASPORTO MERCI CONTO TERZI IN FORMA CONSORTILE

Con riferimento al trasporto merci per conto di terzi, l’accesso al “bonus gasolio” deve ritenersi fruibile anche nell’ambito delle attività svolte in forma consortile, laddove il consorzio (iscritto all’albo degli autotrasportatori) procede all’acquisto del carburante ed alla successiva erogazione sia per i mezzi propri sia per quelli delle imprese consorziate (anch’esse iscritte al predetto albo).
In tal caso, le fatture emesse dal consorzio per le erogazioni di gasolio devono riportare anche gli estremi della targa del veicolo rifornito, e ciascun esercente consorziato deve effettuare la richiesta del bonus gasolio indicando il totale dei litri consumati in relazione al numero delle fatture emesse dal consorzio.
Il rappresentante dell’organo consortile, a sua volta, nel riportare il totale dei litri fatturati di gasolio farà riferimento alle fatture emesse dal fornitore al consorzio stesso, esclusivo acquirente del prodotto agevolato, e ripartirà il predetto dato nel Quadro A-1 in termini di litri consumati da ciascuno dei propri mezzi riforniti. Tale ultimo calcolo ovviamente dovrà essere al netto del totale dei litri consumati già dichiarati dagli esercenti consorziati, comprovabili dalle distinte fatture emesse dal consorzio.

 

Tassazione ordinaria e indennità di ristoro

 

La Corte di Cassazione, con ordinanza 19 febbraio 2016, n. 3313, ha ribadito che le somme percepite dal lavoratore a titolo di “ristoro per rischio radiologico” sono soggette a tassazione ordinaria.

Nella specie, a seguito della decisione della CTP, l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione, in relazione all’impugnazione del silenzio-rifiuto su istanza di rimborso per IRPEF concernente ritenute alla fonte sugli importi corrisposti dalla datrice di lavoro a titolo di ristoro per la maggiore esposizione a rischio radiologico.
Per la CTR tali somme dovevano considerarsi percepite a titolo di risarcimento e perciò non assoggettabili a ritenuta.
La Suprema Corte accoglie il ricorso, evidenziando che la natura meramente risarcitoria di una attribuzione pecuniaria può predicarsi solo in rispetto a somme che costituiscono reintegrazione di un’utilità patrimoniale già preesistente. Nello specifico, le somme finalizzate a ristorare il pregiudizio per la mancata percezione di emolumenti sono considerate reddito soggetto a tassazione, mentre non lo sono le sole voci di risarcimento “puro”; a tal fine ha natura di lucro cessante soltanto la perdita derivante dalla mancata percezione di redditi di cui siano maturati tutti i presupposti, mentre ogni altro pregiudizio appartiene all’area del danno emergente”.
Nel caso di specie, il lavoratore ha percepito attribuzioni patrimoniali spettanti in sostituzione di un congedo attribuito per contratto collettivo o per legge, e perciò a titolo sicuramente diverso da quella di pura reintegrazione del patrimonio inciso, non potendosi considerare come entità patrimoniale nemmeno un congedo non finito spettante ai fini di prevenzione da un rischio futuro ed incerto.
Secondo la Cassazione, in tema di imposte sui redditi di lavoro dipendente, al fine di poter negare l’assoggettabilità ad IRPEF di una erogazione economica effettuata a favore del prestatore di lavoro da parte del datore di lavoro, è necessario accertare che la stessa non trovi la sua causa nel rapporto di lavoro e, se ciò non viene positivamente escluso, che tale erogazione, in base all’interpretazione della concreta volontà manifestata dalle parti, non trovi la fonte della sua obbligatorietà né in redditi sostituiti, né nel risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi futuri, cioè successivi alla cessazione od all’interruzione del rapporto di lavoro.
L’indennità in oggetto trova causa nel rapporto di lavoro e non essendovi ragione per supporre che essa sia stata attribuita in sostituzione di altro genere di reddito, tanto meno prospettabile come reddito futuro, a seguito della interruzione del rapporto di lavoro, la stessa concorre alla formazione della base imponibile.

 

Nessuna abilitazione estetica per i massaggi rivolti al benessere personale

 

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha sciolto ogni dubbio in merito all’attività dei massaggi rivolti al benessere della persona rilevando l’insussistenza di particolari restrizioni all’esercizio (Ministero Sviluppo Economico – Risoluzione n. 85939/2015).

I massaggi possono avere finalità anche diverse da quelle terapeutiche ed estetiche e limitarsi esclusivamente al benessere personale; nello specifico le attività di massaggi non riconducibili a quelle aventi finalità terapeutiche né a quelle eseguite sulla superficie del corpo umano, con lo scopo esclusivo o prevalente di migliorarne e proteggerne l’aspetto estetico modificandolo attraverso l’eliminazione o l’attenuazione degli inestetismi presenti e, invece, finalizzate al più generico mantenimento di una naturale condizione di “benessere”, in assenza di specifiche disposizioni legislative, non sono sottoposte a specifiche restrizioni all’esercizio, quali, ad esempio, il possesso del titolo abilitante alla professione di estetista, fatti salvi, in ogni caso, il rispetto delle generali norme igienico-sanitarie applicabili nonché ogni eventuale profilo demandato alle disposizioni regionali o comunali.

Pertanto, le attività di massaggi rivolti al benessere della persona (centri di massaggio shiatsu, thailandesi, ayurvedici ecc.) non rientrano nel campo di applicazione della normativa riguardante l’attività di estetista e non sono annoverate tra le prestazioni sanitarie, in quanto non hanno finalità terapeutiche, né tanto meno finalità estetiche.

 

Prescrizione decennale per il rimborso dell’imposta esposto in dichiarazione

 

Con la sentenza n. 2634 del 10 febbraio 2016, la Corte di Cassazione ha affermato che la domanda di rimborso dell’eccedenza d’imposta deve ritenersi già presentata con la compilazione, nella dichiarazione annuale, del quadro relativo al credito, per cui il relativo diritto resta soggetto al termine di prescrizione decennale. Quest’ultimo decorre a partire da due anni e tre mesi dalla data di presentazione della dichiarazione annuale, poiché prima il rimborso non è esigibile.

FATTO

Il contribuente ha presentato nel 2008 istanza di rimborso del credito IVA relativo all’anno 1997, già esposto nel relativo quadro della dichiarazione annuale.
L’Agenzia delle Entrate ha rigettato la domanda, rilevando che in relazione al credito esposto in dichiarazione, non era stata presentata la specifica domanda su Modello ministeriale VR, e di conseguenza il diritto al rimborso doveva ritenersi prescritto per decorrenza del termine biennale di decadenza.
I giudici tributari, però, hanno accolto il ricorso del contribuente osservando che il credito riferito al rimborso dell’eccedenza d’imposta si consolida decorsi due anni dal termine di presentazione della dichiarazione annuale senza che l’Ufficio abbia notificato alcun avviso di rettifica ed è esigibile alla scadenza dei successivi tre mesi. Pertanto il termine di prescrizione decennale del diritto al rimborso decorre a partire da due anni e tre mesi dalla data di presentazione della dichiarazione annuale, non essendo il diritto medesimo esigibile prima del decorso di detto termine.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione eccependo che la mera esposizione del credito nella dichiarazione annuale non può ritenersi sufficiente ad integrare la manifestazione di volontà che deve caratterizzare l’istanza di rimborso (rilevabile soltanto dalla presentazione dell’apposita istanza) e, inoltre, che in mancanza di presentazione del Modello ministeriale VR il contribuente è legittimato a proporre l’istanza di rimborso solo nel termine di prescrizione biennale.
I giudici della Suprema Corte, invece, confermando la decisione dei giudici tributari, hanno precisato che per la domanda di rimborso dell’eccedenza d’imposta, è sufficiente la manifestazione di una volontà diretta all’ottenimento del rimborso mediante la compilazione nella dichiarazione annuale del relativo quadro, anche se non accompagnata dalla presentazione del Modello ministeriale “VR”.
Per contro, la presentazione del modello di rimborso costituisce esclusivamente presupposto per l’esigibilità del credito e, quindi, adempimento necessario solo per dare inizio al procedimento di esecuzione del rimborso stesso.