L’assenza del presupposto impositivo dell’Irap va sempre provato

 


28 SETT 2016 Svolgere un’attività professionale in assenza del presupposto impositivo dell’Irap di autonoma organizzazione non sempre basta. Ai fini dell’esonero o del rimborso, l’assenza del suddetto presupposto impostivo deve essere accertato e congruamente motivato (Corte di cassazione – sentenza 16 settembre 2016, n. 18236).

Il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre qualora il contribuente sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse e- impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dell’organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.


L’assoggettamento ad Irap per il professionista ricorre quindi in presenza della citata autonoma organizzazione che deve essere in ogni caso attentamente accertata e congruamente motivata.


Anche l’eventuale assenza del suddetto presupposto impositivo non può basarsi su fatti ed elementi che non dimostrano affatto l’esonero dal tributo. È sempre necessaria una congrua valutazione degli elementi che scaturiscono l’imposizione.

 

Gli studi associati pagano l’IRAP

 


In materia di IRAP, la Corte di Cassazione, con ordinanza 26 settembre 2016, n. 18920, ha ribadito che l’esercizio di professioni in forma societaria costituisce autosufficiente presupposto dell’imposta, senza rilevanza alcuna del requisito dell’autonoma organizzazione.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso di uno studio commerciale associato avverso la decisione della CTR che, accogliendo parzialmente la sentenza della CTP, aveva disposto il rigetto dell’impugnazione del provvedimento ai fini IRAP.
Nello specifico, la parte ricorrente – dopo avere evidenziato che nell’associazione tra professionisti la natura personale della prestazione rimane elemento dominante, sì che la costituzione in forma associata non è decisiva per la individuazione del presupposto di imposta – si duole in sostanza che il giudice di appello abbia privato di rilevanza alcuna i fatti provati da essa parte ricorrente a riguardo della mancanza di qualsiasi spesa per lavoro dipendente o per collaborazioni coordinate e continuative, ciò che comprovava il difetto del requisito della autonoma organizzazione, atteso che l’attività era svolta con il solo apporto personale degli associati e non avrebbe potuto considerarsi fonte di reddito indipendentemente dall’attività personale degli stessi.
Con recente pronuncia la sezioni unite di questa Corte hanno chiarito, a riguardo della natura giuridica del soggetto gravato da imposta, che: “L’esercizio di professioni in forma societaria costituisce “ex lege” presupposto dell’imposta regionale sulle attività produttive, senza che occorra accertare in concreto la sussistenza di un’autonoma organizzazione, questa essendo implicita nella forma di esercizio dell’attività (Sez. U, Sentenza n. 7371 del 14/04/2016).
Inoltre, la Corte ha chiarito che il menzionato principio di diritto è da applicarsi anche alle associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni, salva la facoltà per la parte contribuente di fornire la prova contraria avente ad oggetto “non l’insussistenza dell’autonoma organizzazione nell’esercizio in forma associata dell’attività, ma piuttosto l’insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività stessa”.

 

L’opposizione pendente sulla registrazione del marchio non blocca il “Patent Box”

 

Con la Risoluzione n. 81/E del 2016, l’Agenzia delle Entrate ha fornito importanti chiarimenti sull’applicazione del regime agevolato cd. “Patent Box” in riferimento al marchio d’impresa in corso di registrazione, quando il mancato perfezionamento della registrazione è causato da un procedimento di opposizione pendente. La domanda per il regime agevolato è ammessa, ma la fruizione del beneficio è condizionata dall’esito della registrazione.

L’adesione al regime di tassazione agevolata cd. “Patent Box” consente di beneficiare di una parziale detassazione dei proventi derivanti dallo sfruttamento di determinati beni immateriali, come incentivo per gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo.
In particolare, l’agevolazione è riconosciuta in relazione ai redditi derivanti da:
– l’utilizzo di software protetto da copyright;
– brevetti industriali;
– marchi d’impresa;
– disegni e modelli;
– processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili (Know how).
L’opzione per il regime “Patent Box” può essere fatta da soggetti titolari di reddito d’impresa, inclusi non residenti con stabile organizzazione nel territorio dello Stato, a condizione che siano residenti in Paesi con i quali è in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio è effettivo.


Tra i beni immateriali ammessi al regime agevolato sono inclusi i marchi d’impresa (inclusi i marchi collettivi) sia registrati, sia in corso di registrazione.
Nella prima ipotesi, la prova di avvenuta registrazione del marchio è costituita dal relativo attestato di primo deposito ovvero dall’ultimo attestato di rinnovo rilasciato dall’Ufficio competente per la proprietà industriale. Devono inoltre essere forniti i riferimenti delle eventuali banche dati da cui è possibile desumere le predette informazioni o estrarre i relativi documenti.
In caso di marchio in corso di registrazione, invece, la prova è data dalla ricevuta rilasciata dall’Ufficio competente per la proprietà industriale che attesta l’avvenuto deposito della domanda di registrazione presso il medesimo ufficio.
Al riguardo, sollecitata con interpello, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in caso di mancato perfezionamento della registrazione del marchio, causato da procedimenti di opposizione promossi da soggetti terzi che ne rivendicano la paternità, ai fini dell’ammissione al regime di tassazione agevolata previsto dal Patent Box, restano comunque valide le domande di registrazione (sia italiane, sia comunitarie) presentate all’autorità competente. In altri termini si considera a tutti gli effetti “marchio in corso di registrazione” nonostante l’opposizione pendente.
Tuttavia, occorre tenere presente che l’esito della pendenza relativa alla registrazione del marchio incide sull’effettiva fruizione dell’agevolazione Patent Box. In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che la presenza di un procedimento di opposizione in corso di svolgimento potrebbe inficiare la registrazione del marchio in caso di diniego di registrazione da parte dell’autorità competente, con conseguenze dirette e immediate sul riconoscimento del beneficio. È opportuno, dunque, adottare un comportamento prudenziale in sede di applicazione del regime agevolato e, soprattutto, sottolinea l’Agenzia delle Entrate, qualsiasi evento che possa portare alla mancata registrazione del marchio deve essere tempestivamente segnalato alla medesima Agenzia.

 

Reato di omessa dichiarazione IVA: soglia di punibilità

 


28 sett 2016 Ai fini della configurabilità del reato di omessa dichiarazione ai fini di evasione dell’imposta sui redditi, spetta esclusivamente al giudice penale il compito di accertare e determinare l’ammontare dell’imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi o anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario (CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 26 settembre 2016, n. 39789)

Nella fattispecie posta all’esame dalla Suprema Corte con sentenza la Corte di Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di condanna alla pena di anni uno e mesi sette di reclusione emessa dal Tribunale di Roma nei confronti di un amministratore di società di persone, imputato, in concorso con un altro, dei reati di cui all’articolo 5 del D.Lgs. n. 74 del 2000, per aver omesso la dichiarazione IVA per tre anni di seguito, dichiarava l’estinzione per prescrizione del reato e rideterminava la pena in mesi otto di reclusione.
Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per cassazione il difensore del ricorrente lamentando che la quantità di IVA evasa sia stata calcolata sulla base di un volume di affari presunto e non effettivo, non essendo stato stabilito se i bonifici bancari fossero al netto o al lordo dell’IVA, e sulla base di un modello di dichiarazione rinvenuto, ma non presentato; nessuna verifica o valutazione è stata operata in ordine all’ammontare dell’imposta evasa, ed ai costi sostenuti dalla società e che la successiva regolarizzazione dimostra che l’omessa presentazione era dovuta solo alla difficile crisi economica della società, che ha costretto l’imputato a ritardare l’adempimento per evitare il fallimento.
Il ricorso è inammissibile.
La Corte di Cassazione sostiene che ai fini della configurabilità del reato di omessa dichiarazione ai fini di evasione dell’imposta sui redditi (art. 5, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74), spetta esclusivamente al giudice penale il compito di accertare e determinare l’ammontare dell’imposta evasa, attraverso una verifica che può venire a sovrapporsi o anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario; è rimesso al giudice penale il compito di accertare l’ammontare dell’imposta evasa, da determinarsi sulla base della contrapposizione tra ricavi e costi d’esercizio detraibili, mediante una verifica che, privilegiando il dato fattuale reale rispetto ai criteri di natura meramente formale che caratterizzano l’ordinamento fiscale, può sovrapporsi ed anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario.
Ai fini della configurabilità del reato di omessa dichiarazione IRPEF o IVA, il giudice, nel determinare l’ammontare dell’imposta evasa, sulla base della contrapposizione tra ricavi e costi di esercizio detraibili, può fare ricorso alle risultanze delle indagini bancarie svolte nella fase dell’accertamento tributario, a condizione che proceda ad autonoma verifica di tali dati indiziari unitamente ad elementi di riscontro, eventualmente acquisiti anche “aliunde”, che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa, privilegiando il dato fattuale reale rispetto a quello di natura meramente formale che caratterizza l’ordinamento fiscale.
Il reato di omessa dichiarazione ai fini delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto è oggetto di accertamento non induttivo e quindi legittimo in sede penale quando la determinazione delle imposte evase è operata tenendo conto soltanto dei ricavati aziendali in assenza di elementi che facciano ritenere l’esistenza di costi aziendali.
Sotto il profilo della illogicità della motivazione, quindi, l’inammissibilità delle doglianze relative alla valutazione probatoria operata dal giudice del merito, in quanto sollecitano, in realtà, una rivalutazione di merito preclusa in sede di legittimità; infatti, pur essendo formalmente riferite a vizi riconducibili alle categorie della violazione di legge e del vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., sono in realtà dirette a richiedere a questa Corte un sindacato sul merito delle valutazioni effettuate dalla Corte territoriale.
Sotto il profilo della correttezza dei principi di diritto applicati dalla Corte territoriale, inoltre, va evidenziato che la base imponibile sulla quale calcolare l’imposta evasa è stata determinata non già sulla base di un accertamenti induttivi e presuntivi, bensì sulla base delle fatture emesse; quanto ai “costi neri”, a prescindere dal rilievo, assorbente, che il ricorrente non ha indicato il loro eventuale ammontare, la verifica da effettuare sulla differenza tra ricavi e costi d’esercizio detraibili, privilegiando il dato fattuale reale rispetto ai criteri di natura meramente formale che caratterizzano l’ordinamento fiscale, non implica che la base imponibile possa essere determinata sulla base di costi non detraiteli; e, in assenza di esposizione dei costi, senz’altro non ne può essere verificata la natura detraitele, derivante, nel caso dell’IVA, dall’inerenza dei costi all’attività d’impresa, in quanto tale fondante l’abbattimento dell’imponibile fiscale.
In tema di reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74), può essere desunta dall’entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta dovuta.
In tal senso, la sentenza impugnata ha evidenziato la piena consapevolezza dell’imputato dell’obbligo tributario, come dimostrato, tra l’altro, dal rinvenimento dei modelli di dichiarazione predisposti ma non presentati.
In ordine alla pretesa efficacia scusante della crisi di liquidità, va condiviso l’orientamento, affermato con particolare riferimento al reato di omesso versamento di Iva (art. 10-ter d.lgs. n. 74 del 2000), secondo cui, ai fini dell’esclusione della colpevolezza è irrilevante la crisi di liquidità del debitore alla scadenza del termine fissato per il pagamento, a meno che non venga dimostrato che siano state adottate tutte le iniziative per provvedere alla corresponsione del tributo.
Infine, in merito alla successiva regolarizzazione della posizione fiscale, che escluderebbe il dolo di evasione, premesso che l’evasione d’imposta non è elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice del delitto di omessa dichiarazione, bensì costituendo il dolo specifico della fattispecie, e dunque, per l’integrazione della tipicità, non occorre il conseguimento dell’evasione, essendo sufficiente che essa costituisca la finalità della condotta, va ribadito che il versamento spontaneo dell’imposta evasa, effettuato successivamente alla presentazione della dichiarazione dei redditi, non influisce né sulla determinazione dell’imposta né sul superamento della soglia di punibilità prevista per la configurabilità del reato di omessa dichiarazione.
Tanto premesso, lungi dal poter escludere la sussistenza del dolo di evasione, il successivo adempimento può, dunque, rilevare a fini attenuanti ovvero estintivi della punibilità; tuttavia, non risulta, né dalla sentenza impugnata, né dallo stesso ricorso, prova di tale adempimento.


 

Paesi black list: chiarimenti sulla deducibilità dei costi

 


Chiarimenti in merito alle modifiche normative in materia di deducibilità dei costi sostenuti in Paesi a fiscalità privilegiata (Agenzia delle Entrate – Circolare 26 settembre 2016, n. 39/E).


 


A seguito delle modifiche apportate dalla legge di stabilità 2015, dal decreto internazionalizzazione e dalla legge di stabilità 2016, dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015, ossia a decorrere dal 1° gennaio 2016 per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, si verificano i seguenti effetti:
– la deducibilità integrale dei costi black list (previo rispetto dei requisiti ordinari di deducibilità previsti dall’ordinamento);
– il venir meno dell’obbligo, precedentemente previsto, della separata indicazione in dichiarazione dei costi black list e della inapplicabilità della relativa sanzione;
– il venir meno degli elenchi tassativi degli Stati o territori a fiscalità privilegiata.
Il venir meno dell’obbligo della separata indicazione in dichiarazione dei costi black list, con riferimento alle dichiarazioni relative ai periodi d’imposta 2016 e successivi (per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare), comporta anche l’inapplicabilità della relativa sanzione amministrativa disposta per la violazione di tale obbligo.
Con riferimento ai periodi d’imposta precedenti al 2016, possono essere applicate sia la sanzione prevista per l’omessa separata indicazione dei costi black list, sia la sanzione per dichiarazione infedele qualora tali costi fossero considerati indeducibili (o parzialmente indeducibili), in assenza dell’esimente.
A partire dal periodo d’imposta 2016, ai fini della deducibilità delle spese e degli altri componenti negativi di reddito, non assume più alcuna rilevanza l’individuazione degli ordinamenti a fiscalità privilegiata, affidata al decreto ministeriale del 23 gennaio 2002, sebbene non formalmente abrogata.
Al fine di garantire un adeguato presidio al contrasto dell’evasione fiscale internazionale, a fronte dell’abrogazione della disciplina sui c.d. costi black list, la legge di stabilità 2016, all’articolo 1, comma 147, ha disposto la raccolta delle informazioni relative agli acquisti di beni e alle prestazioni di servizi ricevute da soggetti residenti fuori dal territorio dello Stato.
In merito alle operazioni poste in essere nei c.d. paradisi fiscali, si ricorda che i soggetti passivi IVA sono tenuti a comunicare all’Agenzia delle entrate i dati relativi alle operazioni effettuate nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio negli Stati o territori. In particolare, la predetta segnalazione riguarda le seguenti operazioni:
a) cessioni di beni;
b) prestazioni di servizi rese;
c) acquisti di beni;
d) prestazioni di servizi ricevute.
La finalità di tale disposizione è quella di individuare con maggiore celerità i soggetti passivi italiani che operano con soggetti situati in Paesi a fiscalità privilegiata, al fine di indirizzare tempestivamente l’attività di controllo. La comunicazione in questione deve essere effettuata a cadenza annuale, e non più mensile o trimestrale, per le operazioni di importo complessivo annuale superiore a 10 mila euro.