Incentivo all’esodo: prescrizione per il rimborso del credito IRPEF

 

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 26 febbraio 2016, n. 3793, ha affermato che la domanda di rimborso del credito IRPEF generato dalla maggiore trattenuta operata dal datore di lavoro sull’incentivo all’esodo in base alla norma del TUIR successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione Europea dalla sentenza della Corte di Giustizia, deve comunque essere presentata entro 48 mesi dalla data della trattenuta e non dalla data della sentenza. Perde, dunque, il diritto al rimborso il lavoratore che non abbia presentato l’istanza entro il predetto termine.

FATTO

La domanda del contribuente di rimborso del credito IRPEF derivante dalla maggiore ritenuta operata dal datore di lavoro sulla somma erogatagli a titolo di incentivo all’esodo in occasione della cessazione del rapporto di lavoro, è stata rigettata dall’Agenzia delle Entrate perché presentata oltre il termine generale previsto dalla normativa (48 mesi dalla data di effettuazione della trattenuta da parte del datore di lavoro).
Il credito IRPEF, d’altra parte, risultava generato per effetto della successiva sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ha dichiarato contraria al diritto comunitario la disposizione che disciplinava il regime di tassazione dell’incentivo all’esodo, prevedendo un trattamento fiscale più favorevole alle donne, rispetto agli uomini.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno riconosciuto la tempestività e fondatezza dell’istanza di rimborso, precisando che l’inizio del termine di decadenza stabilito per la presentazione dell’istanza (48 mesi), andava individuato nel momento in cui il diritto poteva essere esercitato e quindi nella data di pubblicazione della suddetta decisione della Corte di Giustizia Europea.
La decisione dei giudici tributari è stata contestata dall’Agenzia delle Entrate che presentato ricorso in Cassazione.

LA NORMA CONTRARIA AL DIRITTO COMUNITARIO

Secondo la disposizione che disciplinava il regime di tassazione dell’incentivo all’esodo, per le somme corrisposte in occasione della cessazione del rapporto al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori che abbiano superato l’età di 50 anni se donne e di 55 anni se uomini, l’imposta era applicata con l’aliquota pari alla metà di quella applicata per la tassazione del trattamento di fine rapporto.
Rispetto a tale disposizione la Corte di Giustizia Europea ha sancito che, sulla base del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, deve ritenersi contraria al diritto comunitario la norma italiana che consente, a titolo di incentivo all’esodo, il beneficio della tassazione con aliquota ridotta alla metà delle somme erogate in occasione dell’interruzione del rapporto di lavoro ai lavoratori che hanno superato i 50 anni, se donne, e i 55 anni, se uomini.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Riformando la decisione dei giudici tributari che avevano accolto il ricorso del contribuente contro il diniego dell’Agenzia delle Entrate all’istanza di rimborso dell’IRPEF, la Corte di Cassazione ha affermato che il termine generale previsto a pena di decadenza per la presentazione della domanda di rimborso del credito di imposta (48 mesi) e decorrente dalla “data in cui la ritenuta è stata operata”, deve ritenersi applicabile anche nel caso in cui l’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione europea da una sentenza della Corte di giustizia.
Ciò in quanto, l’efficacia retroattiva della pronuncia della Corte di Giustizia Europea – come quella che assiste la declaratoria di illegittimità costituzionale – incontra il limite dei rapporti esauriti, ipotizzabile allorché sia maturata una causa di prescrizione o decadenza, trattandosi di istituti posti a presidio del principio della certezza del diritto e delle situazioni giuridiche.
In conclusione, secondo i giudici della Suprema Corte, tenuto conto della portata generale del termine di decadenza, con riferimento al diritto al rimborso preteso dal contribuente sulla base del trattamento fiscale illegittimo applicato alle somme corrisposte a titolo di incentivo all’esodo ai lavoratori alla cessazione del rapporto di lavoro, l’istanza deve ritenersi tardiva qualora proposta oltre il termine di 48 mesi dai versamenti tramite ritenuta.

 

Revisione 2016 per gli studi di settore

 

Pubblicati il programma delle revisioni degli studi di settore applicabili a partire dal periodo d’imposta 2016 e le modifiche alla modulistica da utilizzare per il periodo d’imposta 2015 (Agenzia delle Entrate – Provvedimento 26 febbraio 2016, n. 31160).

Si tratta complessivamente di n. 67 modelli degli studi di settore, così suddivisi:
– n. 20 per il settore delle manifatture;
– n. 19 per il settore dei servizi;
– n. 7 per i professionisti;
– n. 21 per il settore del commercio.
I suddetti studi di settore in vigore saranno sottoposti a revisione e potranno essere applicabili a partire dal periodo d’imposta 2016, a seguito di approvazione con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze.
Al termine delle elaborazioni dovrebbero essere previsti, ove ciò risulti possibile sulla base delle risultanze delle analisi effettuate, accorpamenti tra studi di settore; con tali accorpamenti si darà attuazione all’Atto di indirizzo del Ministro dell’Economia e delle Finanze per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2016-2018.
Sarà altresì possibile, sempre sulla base delle analisi e delle elaborazioni effettuate, prevedere trasferimenti di uno o più codici di attività da uno studio di settore ad un altro sottoposto a revisione.
Nel caso di modifiche normative che prevedano l’esclusione dall’applicazione degli studi di settore per particolari categorie di soggetti si procederà alla contestuale ripianificazione delle attività di revisione degli studi, escludendo quelli interessati dalle modifiche normative o sospendendo le relative attività di analisi ed elaborazione.

 

“Prima casa”, agevolazioni fiscali escluse se la cantina aggiunge “lusso”

 

La Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale, per stabilire se un immobile abbia caratteristiche di lusso e, dunque, sia escluso dai benefici fiscali “prima casa”, deve ritenersi computabile nella superficie utile complessiva anche la soffitta o lo scantinato che presenta caratteristiche tali da poter essere classificato “utilizzabile” a scopo abitativo (Sentenza n. 3368 del 22 febbraio 2016).

FATTO

L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di liquidazione nei confronti del contribuente per la revoca dei benefici fiscali “prima casa”, accertando la sussistenza di caratteristiche di “lusso” dell’immobile acquistato, sul presupposto che la superficie utile complessiva fosse superiore a 240 mq.
La rideterminazione della superficie era scaturita dalla valutazione di una porzione di fabbricato che il contribuente riteneva doversi escludere dal computo metrico, trattandosi di scantinato, mentre l’Agenzia delle Entrate riteneva che il locale, adibito a studio professionale, avesse tutte le caratteristiche per essere classificata utilizzabile a scopo abitativo, e dunque computabile ai fini dell’agevolazione.
Sul ricorso del contribuente i giudici tributari hanno confermato la legittimità della revoca dei benefici fiscali “prima casa” ritenendo valide le motivazioni dell’Ufficio.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La decisione dei giudici tributari è stata confermata dalla Corte di Cassazione.
Viene considerata di “lusso” la singola unità immobiliari avente superficie utile complessiva superiore a 240 mq. Dal computo sono esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine.
La Corte di Cassazione ha affermato che in tema di imposta di registro, per stabilire se una abitazione sia di lusso e, quindi, sia esclusa dall’agevolazione per l’acquisto della “prima casa”, occorre fare riferimento alla nozione di “superficie utile complessiva” di cui all’art. 6 del Decreto Ministeriale Lavori Pubblici 2 agosto 1969, in forza del quale è irrilevante il requisito dell’ “abitabilità” dell’immobile, siccome da esso non richiamato, mentre quello dell’ “utilizzabilità” degli ambienti, a prescindere dalla loro effettiva abitabilità, costituisce parametro idoneo ad esprimere il carattere “lussuoso” di una abitazione”.
In particolare, al fine di stabilire il carattere di lusso dell’immobile, anche l’ambiente strettamente adibito a cantina, ovvero a soffitta, costituisce comunque elemento da comprendere nel calcolo della superficie complessiva, da considerare come facente parte di “casa di lusso”, allorquando, in concreto, esse siano strutturate in modo tale da essere abitabili, sì da perderne la tipica caratteristica.
Sulla base di tale principio, i giudici della Suprema Corte hanno riconosciuto caratteristiche di “lusso” ad un immobile, in seguito alla rideterminazione della superficie utile complessiva oltre i 240 mq, includendo nel computo la porzione di fabbricato esclusa dal contribuente, censita come cantinato al momento dell’acquisto, e successivamente, mediante un mero cambio di destinazione d’uso, adibita a studio professionale.
Secondo i giudici, a prescindere dal dato catastale in sé irrilevante, la porzione di immobile presentava caratteristiche di fatto tali per essere classificata ed utilizzabile a scopo abitativo: collocazione al piano terra, altezza di 2,40 m., dotato di ampie superfici aero-illuminanti.

 

Cartelle di pagamento, nessun ulteriore adempimento per la notifica al portiere

 

Valida la consegna della cartella di pagamento al portiere del contribuente (Corte di Cassazione – Ordinanza 18 febbraio 2016, n. 3254).

La Suprema Corte ha accolto il ricorso di Equitalia avverso la decisione della CTR che, confermando l’orientamento della CTP, ha annullato la cartella di pagamento notificata al portiere del contribuente in assenza dell’invio di ulteriore raccomandata di avviso dell’avvenuta notificazione.
Secondo la Suprema Corte, gli uffici finanziari possono procedere alla notificazione a mezzo posta ed in modo diretto degli avvisi e degli atti che per legge vanno notificati al contribuente. Ne consegue che, quando il predetto ufficio si sia avvalso di tale facoltà di notificazione semplificata, alla spedizione dell’atto si applicano le norme concernenti il servizio postale ordinario.
Pertanto, in caso di notifica al portiere del contribuente non è necessaria l’ulteriore formalità dell’invio a quest’ultimo della raccomandata attestante l’avvenuta notificazione e la stessa notifica si considera avvenuta nella data indicata nell’avviso di ricevimento da quest’ultimo sottoscritto.

 

Operativo il riconoscimento delle qualifiche professionali tra i paesi dell’U.E.

 

 

Dal 10 febbraio 2016, i titolari di una qualifica professionale possono esercitare la propria professione anche in altri paesi dell’Unione Europea dietro rilascio della Tessera professionale europea (EPC) (D.Lgs. n. 15/2016).

 

Ad oggi, la Tessera professionale europea può essere richiesta esclusivamente per le professioni di infermiere responsabile dell’assistenza generale, di farmacista, di fisioterapista, di guida alpina e di agente immobiliare ed ha una validità:
– a tempo indeterminato, in regime di stabilimento ossia nel caso in cui il professionista intenda stabilirsi nel paese ospite ed esercitare la propria professione;
– per diciotto mesi, in regime di prestazione temporanea di servizi ovvero qualora il professionista si rechi semplicemente a lavorare temporaneamente in altro Stato membro.

Il titolare di una delle qualifiche professionali indicate che vuole prestare la propria attività lavorativa, temporaneamente o stabilmente, in un altro paese UE deve inoltrare apposita domanda, all’autorità competente d’origine, per il rilascio della Tessera professionale europea (EPC), mediante uno strumento on-line fornito dalla Commissione Europea (c.d. ECAS) che crea automaticamente il fascicolo IMI (Internal Market Information).
Entro una settimana dal ricevimento della domanda, l’autorità competente dà notizia della ricezione al richiedente e lo informa di eventuali documenti mancanti; verifica inoltre che il richiedente sia legalmente stabilito sul territorio nazionale nonché l’autenticità e la validità di tutta la documentazione necessaria. Qualora vengano presentate più domande per altri Stati Membri, non possono essere richiesti documenti già presenti nel fascicolo IMI.
La procedura e i termini di rilascio della Tessera professionale europea (EPC) sono gestite dal paese d’origine e dal paese ospitante e variano a seconda se la richiesta viene inoltrata per esercitare la professione in regime di stabilimento o in via temporanea e occasionale, tenendo conto anche dell’eventuale impatto in materia
di pubblica sicurezza o di sanità pubblica.