Sul commercio elettronico in UE a privati, Iva dovuta anche dai “contribuenti minimi”

 

Da quest’anno, ai fini IVA, le prestazioni di servizi elettronici, tra cui rientrano le operazioni di commercio elettronico diretto, devono essere assoggettate ad imposta nel luogo ove il committente è stabilito ovvero ha il domicilio o la residenza. Con la Risoluzione n. 75E del 2015, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che tali operazioni devono essere assoggettate ad IVA secondo le regole ordinarie, anche quando sono effettuate da soggetti che aderiscono a regime fiscale di vantaggio o al regime forfetario.

Dal 1° gennaio 2015, per effetto dell’entrata in vigore delle nuove norme in materia di territorialità ai fini Iva dei servizi di telecomunicazione, di teleradiodiffusione e di quelli prestati per via elettronica (cd. “servizi elettronici”), il luogo delle prestazioni di tali servizi si considera quello in cui il committente è stabilito, ha il proprio indirizzo permanente o la propria residenza abituale. Ne consegue che l’Iva deve essere applicata con l’aliquota vigente nel paese di destinazione della prestazione.
In caso di operazioni effettuate nei confronti di soggetti residenti fuori dall’Italia, in paesi dell’Unione Europea, ai fini del corretto assolvimento degli obblighi IVA, tuttavia, occorre distinguere in base alla qualificazione del committente come soggetto passivo o privato consumatore.
Se il committente è un soggetto passivo IVA (cd. rapporti business to business o “B2B”), l’IVA deve essere assolta dallo stesso nel proprio Paese, mentre in Italia l’operazione è fuori campo.
Se il committente è un privato consumatore comunitario (cd. rapporti business to consumer o “B2C”), l’impresa italiana deve assolvere l’IVA nel paese di destinazione della prestazione. In questo caso è possibile optare tra due soluzioni alternative per il corretto adempimento degli obblighi IVA:
– l’identificazione diretta in ciascuno Stato dell’Unione europea in cui è stabilito, domiciliato o residente il committente che riceve la prestazione;
– la registrazione al regime Mini One Stop Shop (cd. MOSS). Attraverso il regime “MOSS” il soggetto italiano comunica in via telematica all’Agenzia delle Entrate, con periodicità trimestrale, le informazioni dettagliate sui servizi elettronici prestati a persone che non sono soggetti passivi in altri Stati membri ed effettua il versamento dell’Iva dovuta. Sarà poi l’Agenzia delle Entrate ad effettuare la ripartizione dell’IVA tra i singoli Stati membri di consumo sulla base dei dati indicati nelle dichiarazioni trimestrali.
L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione n. 75/E del 2015, ha chiarito che le stesse modalità devono osservate dai soggetti che svolgono l’attività nell’ambito di un regime fiscale agevolato. In particolare, il documento di prassi precisa che per le imprese che applicano il regime forfetario introdotto con la Legge di Stabilità 2015 è espressamente previsto che in caso di operazioni nei confronti di committenti non residenti si applicano, ai fini IVA, le disposizioni ordinarie.
Con riferimento ai soggetti che applicano il regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile ed i lavoratori in mobilità di cui all’articolo 27, del D.L. n. 98/2011, le stesse regole si applicano in considerazione dell’assenza di una specifica normativa in materia nella disciplina che regola il regime fiscale di vantaggio e dell’analogia tra quest’ultimo ed il regime fiscale forfetario.
Di conseguenza, sia nell’ambito del regime fiscale di vantaggio che del regime forfetario, le operazioni di commercio elettronico diretto effettuate nei confronti di soggetti esteri residenti in un paese dell’UE devono essere assoggettate ad IVA nel luogo ove il committente è stabilito ovvero ha il domicilio o la residenza, secondo le seguenti regole:
– se l’operazione è effettuata nei confronti di soggetti passivi IVA (cosiddetti “B2B”), l’imposta è assolta dal committente nel proprio Paese;
– se l’operazione è effettuata nei confronti di privati consumatori comunitari (cosiddetti “B2C”), l’imposta deve essere assolta, sempre nel paese di destinazione della prestazione, dall’impresa italiana. A tal fine, gli adempimenti IVA possono essere assolti mediante identificazione diretta nella Stato UE o tramite il regime “MOSS”.

 

Start-up innovativa tramite affitto d’azienda

 

Il Ministero dello Sviluppo Economico, con il parere n. 155183 del 03 settembre 2015, chiarisce che deve ritenersi ammissibile la richiesta di iscrizione come start-up innovativa della società che affitta un’altra azienda portatrice del core business dell’iniziativa imprenditoriale.

Per ottenere l’iscrizione come impresa start-up innovativa ed accedere alle misure di favore appositamente previste, la disciplina di settore stabilisce specifici requisiti soggettivi e oggettivi che le nuove iniziative imprenditoriali devono possedere. In particolare, per quanto attiene ai requisiti soggettivi, l’articolo 25 del D.L. 179 del 2012 stabilisce che l’impresa start-up innovativa deve essere una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, in possesso dei seguenti requisiti:
a) i soci, persone fisiche, detengano al momento della costituzione e per i successivi 24 mesi, la maggioranza delle quote o azioni rappresentative del capitale sociale e dei diritti di voto nell’assemblea ordinaria dei soci;
b) sia costituita da non più di sessanta mesi;
c) sia residente in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva o una filiale in Italia;
d) a partire dal secondo anno di attività della start-up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non sia superiore a 5 milioni di euro;
e) non distribuisca, e non abbia distribuito, utili;
f) abbia, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
g) non sia stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda.

Proprio in relazione alla condizione di cui al suddetto punto g), che prevede l’esclusione della qualifica di start-up innovativa qualora l’impresa sia costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda, il Ministero dello Sviluppo Economico è stato interrogato sulla possibilità di iscrivere come start-up innovativa una società neo costituita che prende in affitto un’altra azienda contenente il core business dell’attività d’impresa nel settore dell’innovazione tecnologica.

Nell’ambito del parere n. 155183 del 2015, il Ministero ha chiarito che la mancata previsione dell’affitto d’azienda o ramo d’azienda, tra le cause di esclusione della qualifica di impresa start-up, va interpretata come una specifica eccezione operata dal legislatore che, dunque, consente l’iscrizione della società affittuaria nella categoria delle start-up innovative se ricorrono gli altri requisiti previsti dalla norma.
Riguardo all’ipotesi di assimilazione tra cessione e affitto d’azienda o di ramo d’azienda, il Ministero ha precisato, altresì, che sotto il profilo sostanziale il Codice Civile (art. 2562) nel disciplinare l’affitto d’azienda o ramo d’azienda rimanda alla disciplina dell’usufrutto d’azienda e non a quella generale della cessione d’azienda (o suo ramo), stante la natura provvisoria del trasferimento, il differente animus (possesso nel caso della cessione, godimento nel caso dell’affitto), e l’obbligo di restituzione finale, oltre agli obblighi ricorrenti. Da ciò la complessiva differenza tra i due istituti (cessione e affitto d’azienda) che esclude la possibilità di assimilazione.

 

Contro l’elusione fiscale, il divieto dell’abuso del diritto

 

Tra le norme dello Statuto del Contribuente viene introdotto, con effetto dal 1° ottobre 2015, il divieto dell’abuso del diritto come principio fondamentale delle norme antielusione in materia fiscale. Per espressa previsione normativa, tuttavia, le nuove disposizioni si applicano anche alle operazioni effettuate in data anteriore per le quali alla predetta data non sia stato notificato il relativo atto impositivo. (Decreto Legislativo n. 128 del 2015, pubblicato nella G.U. n. 190/2015)

L’ABUSO DEL DIRITTO

Configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, sono effettuate essenzialmente per realizzare vantaggi fiscali indebiti. A tal fine si considerano:
a) operazioni prive di sostanza economica, i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali. Sono indici di mancanza di sostanza economica, in particolare, la non coerenza della qualificazione delle singole operazioni con il fondamento giuridico del loro insieme e la non conformità dell’utilizzo degli strumenti giuridici a normali logiche di mercato;
b) vantaggi fiscali indebiti, i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario.
Non si considerano abusive le operazioni giustificate da valide ragioni extrafiscali, non marginali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale. Resta ferma la libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra operazioni comportanti un diverso carico fiscale.

ACCERTAMENTO DI ABUSO DEL DIRITTO

L’abuso del diritto è accertato con apposito atto entro i termini stabiliti per i singoli tributi, solo qualora gli indebiti vantaggi fiscali non siano riconducibili a violazioni di specifiche disposizioni tributarie cui corrisponda un’autonoma contestazione.
Per configurare un abuso del diritto, che integra un comportamento elusivo sanzionabile, inoltre, l’Amministrazione finanziaria ha l’onere di provare sia la sussistenza di una condotta abusiva in relazione all’effettuazione di operazioni prive di sostanza economica, sia il conseguimento di vantaggi fiscali indebiti.
L’atto di accertamento deve essere preceduto, a pena di nullità, dalla notifica al contribuente di una richiesta di chiarimenti, nella quale devono essere indicati i motivi per i quali si ritiene configurabile un abuso del diritto.
La richiesta di chiarimenti deve essere notificata secondo le modalità stabilite per gli atti tributari in materia di accertamento delle imposte sui redditi, ai sensi dell’articolo 60 del D.P.R. n. 600/1973, entro il termine previsto per la notifica dell’atto impositivo.
Entro 60 giorni dal ricevimento della richiesta devono essere forniti i chiarimenti richiesti.
Se le giustificazioni date dimostrano la sussistenza di valide ragioni extrafiscali, i benefici fiscali sono confermati ed il procedimento si interrompe; viceversa, se i chiarimenti forniti risultano insufficienti l’amministrazione finanziaria emette avviso di accertamento, con il recupero dei tributi o maggiori tributi e l’addebito di sanzioni amministrative tributarie e interessi. In tale ultima ipotesi, l’atto impositivo deve essere specificamente motivato, a pena di nullità, oltre a quanto disposto per i singoli tributi anche in relazione alla condotta abusiva, alle norme o ai principi elusi, agli indebiti vantaggi fiscali realizzati ed ai disattesi chiarimenti forniti dal contribuente.
Per effetto della procedura di accertamento dell’abuso del diritto, il termine ordinario di decadenza per la notifica dell’atto impositivo è automaticamente prorogato, computando 60 giorni a decorrere dalla data di ricevimento dei chiarimenti ovvero dell’inutile decorso del termine stabilito per la risposta.

INTERPELLO

In caso di operazioni o comportamenti suscettibili di configurare un abuso del diritto è possibile proporre all’amministrazione finanziaria istanza di interpello ordinario, sia “preventiva” (cioè prima di realizzare l’operazione o le operazioni), sia “confermativa” (ossia per operazioni già realizzate).
L’istanza deve essere presentata prima della scadenza dei termini prevista:
– per la presentazione della dichiarazione dei redditi;
– o per l’assolvimento di altri obblighi tributari connessi alla fattispecie cui si riferisce l’istanza medesima.
In questa ipotesi l’interpello deve essere inoltrato in forma scritta all’Agenzia delle Entrate che risponde entro 120 giorni.
Anche la risposta è formulata per iscritto, e l’interpretazione fornita, debitamente motivata, diviene vincolante sia per l’amministrazione finanziaria che per il contribuente con esclusivo riferimento al caso concreto oggetto dell’istanza di interpello. La mancata risposta entro il suddetto termine di 120 giorni, invece, si intende come “silenzio assenso”, ossia come parere favorevole all’interpretazione o al comportamento prospettati nell’istanza dal richiedente.
Il comportamento adottato in conformità all’interpretazione formulata in sede di interpello, anche nell’ipotesi di “silenzio assenso”, determina la nullità di qualsiasi atto, anche a contenuto impositivo o sanzionatorio, emanato in difformità della risposta, sia esplicita che tacita. È esclusa, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni nei confronti del contribuente che non abbia ricevuto la risposta dall’amministrazione finanziaria entro il predetto termine di 120 giorni.
La presentazione dell’istanza di interpello, invece, non produce effetti con riferimento alle scadenze previste dalla disciplina tributaria, che devono essere rispettate anche in pendenza della risposta.

RICORSO

L’atto impositivo emesso in relazione all’accertamento dell’abuso del diritto rientra tra gli atti impugnabili dinanzi alla commissione tributaria provinciale secondo il rito del processo tributario. Sotto il profilo dell’onere della prova, l’amministrazione finanziaria ha l’onere di dimostrare la sussistenza di condotta abusiva in relazione all’effettuazione di operazioni prive di sostanza economica ed al conseguimento di vantaggi fiscali indebiti.
Il contribuente, invece, ha l’onere di dimostrare che le operazioni effettuate rispondono a valide e non marginali ragioni extrafiscali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale.

 

Il processo tributario diventa telematico

 

7 set 2015 Avviata la conversione digitale del processo tributario. Con il Decreto 4 agosto 2015 (pubblicato nella G.U. n. 184/2015), infatti, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha definito le regole tecnico-operative e gli standard di sicurezza della fase introduttiva del processo tributario con modalità telematica.

Il procedimento telematico sarà operativo a decorrere dal 1° dicembre 2015 per le controversie che rientrano nella giurisdizione delle Commissioni tributarie provinciali e regionali di Umbria e Toscana e, progressivamente, il processo telematico sarà esteso anche alle altre Commissioni tributarie.

ACCESSO SPORTELLO ONLINE

L’accesso alla piattaforma del processo telematico avviene attraverso il Portale della Giustizia Tributaria all’indirizzo www.giustiziatributaria.gov.it, composto da una “area pubblica” e da una “area riservata”.
L’area pubblica contiene le pagine web e i servizi del portale ad accesso libero: a) le informazioni generali sui servizi disponibili; b) il servizio di registrazione al S.I.Gi.T.; c) il manuale operativo, con l’indicazione delle istruzioni per l’uso di strumenti informatici e telematici nel Processo Tributario.
L’area riservata contiene le pagine web e i servizi disponibili del Sistema Informativo della Giustizia Tributaria (S.I.Gi.T.), da cui si effettua la costituzione telematica delle parti processuali e la consultazione del fascicolo processuale informatico.
Per l’accesso all’area riservata del Portale della Giustizia Tributaria e, quindi, ai servizi del S.I.Gi.T. è necessario effettuare prima la registrazione, che avviene con modalità informatiche attraverso l’apposita funzione attiva nell’area pubblica del Portale della Giustizia Tributaria. Per eseguire la registrazione bisogna possedere la firma elettronica qualificata o firma digitale e un indirizzo PEC. In particolare:
– i soggetti in possesso di una Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS), devono compilare la richiesta di registrazione al S.I.Gi.T. utilizzando il modello presente nell’area pubblica del portale e provvedere alla sua conversione nel formato PDF/A-1a o PDF/A-1b, sottoscriverla con firma elettronica qualificata o firma digitale e provvedere alla relativa trasmissione. Successivamente alla trasmissione, il sistema chiede al soggetto richiedente l’inserimento della CIE/CNS per la verifica del certificato e la registrazione della CIE/CNS. Quindi, il S.I.Gi.T. elabora i dati contenuti nella richiesta di registrazione ed invia all’indirizzo PEC del soggetto l’esito della richiesta;
– i soggetti che non possiedono una Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS) devono compilare la richiesta di registrazione al S.I.Gi.T. utilizzando il modello presente nell’area pubblica del portale, provvedere alla sua conversione nel formato PDF/A-1a o PDF/A-1b e trasmetterla. I riscontro alla trasmissione telematica, il soggetto ottiene la prima parte della password di accesso. Successivamente il S.I.Gi.T. elabora i dati contenuti nella richiesta di registrazione ed invia all’indirizzo PEC del soggetto la seconda parte della password che completa le credenziali di accesso, composte dalla coppia «nome utente» e «password». Al primo accesso al S.I.Gi.T. è obbligatorio cambiare la password generata dal sistema, secondo le regole di sicurezza inerenti la gestione delle credenziali, consultabili nell’area pubblica del Portale.

COSTITUZIONE IN GIUDIZIO E DEPOSITO ATTI PROCESSUALI

Le parti, previa notifica a mezzo posta elettronica certificata del ricorso all’ente impositore competente, effettuano in via telematica il deposito degli atti processuali attraverso il Sistema Informativo della Giustizia Tributaria (S.I.Gi.T).
La costituzione telematica consente alle parti processuali di:
– effettuare il deposito dei ricorsi e degli altri atti processuali presso le Commissioni tributarie;
– accedere al fascicolo processuale informatico del processo e consultare tutti gli atti e i provvedimenti emanati dal giudice.

Ai fini del deposito telematico, il ricorso e ogni altro atto processuale deve essere in formato PDF/A-1a o PDF/A-1b, privo di elementi attivi (tra cui macro e campi variabili), redatto tramite l’utilizzo di appositi strumenti software senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti (non è possibile dunque la copia per immagine su supporto informatico di documento analogico) e sottoscritto con firma elettronica qualificata o firma digitale.
Eventuali documenti allegati devono essere in formato PDF/A-1a o PDF/A-1b, oppure TIFF con risoluzione non superiore a 300 DPI, in bianco e nero e compressione CCITT Group IV (modalità Fax), privi di elementi attivi, tra cui macro e campi variabili e sottoscritti con firma elettronica qualificata o firma digitale. Per gli allegati, però, è ammessa la scansione in formato immagine di documenti analogici.
Gli atti e documenti depositati in formato analogico, invece, sono acquisiti dalla segreteria della Commissione tributaria, registrati tramite il S.I.Gi.T. nel Sistema e inseriti nel fascicolo informatico mediante scansione. A tal fine gli atti e i documenti analogici devono rispettare i seguenti requisiti: fogli formato massimo A4, liberi da rilegatura e numerati.

La costituzione in giudizio della parte ricorrente avviene trasmettendo al S.I.Gi.T. il ricorso, la ricevuta di PEC che attesta l’avvenuta notifica dello stesso, la procura alle liti, la documentazione comprovante il pagamento del contributo unificato tributario e gli eventuali allegati, previo inserimento dei dati richiesti dal sistema per l’iscrizione a ruolo.
Verificato il rispetto degli standard tecnici di tutti i documenti trasmessi, il S.I.Gi.T. assegna il numero di registro generale effettuando l’iscrizione a ruolo. In caso di errore il sistema rilascia un messaggio di errore, segnalando le anomalie da correggere.
Le medesime operazioni sono effettuate per la costituzione in giudizio del resistente, avendo cura di indicare preventivamente nel sistema il numero di iscrizione a ruolo o, in mancanza, i dati identificativi della controversia, per consentirne l’associazione.
La trasmissione degli atti successivi alla costituzione in giudizio deve essere effettuata indicando il numero di Registro Generale assegnato al ricorso introduttivo o, se non disponibile, il numero di ricevuta di accettazione, per individuare la controversia di riferimento.

CONTRIBUTO UNIFICATO E SPESE DI GIUSTIZIA

Il pagamento del contributo unificato tributario e degli altri diritti e spese di giustizia è ammesso con modalità sia telematica che tradizionali. Nel caso di pagamento eseguito in modalità non telematica, l’attestazione di pagamento del contributo unificato tributario e degli altri diritti e spese di giustizia deve essere convertita in formato digitale effettuando la copia informatica dell’originale analogico mediante scansione, sottoscrivendola con firma elettronica qualificata o firma digitale.

 

Aziende in crisi: ecco gli aiuti dal Decreto Giustizia

 

04 SETT 2015 Nell’ambito delle misure presentate in materia di procedure concorsuali, il Decreto Giustizia (D.L. n. 83/2015) ha introdotto importanti novità nell’intento di aiutare le azienda in crisi e di risolvere il problema della scarsa accessibilità al credito (D.L. n. 83/2015, conv. con modif. in L. n. 132/2015).

Il Decreto Giustizia introduce importanti novità:
– accesso al credito durante una crisi aziendale;
– apertura alla concorrenza nel concordato preventivo;
– modifiche alla disciplina del curatore fallimentare;
– contratti pendenti nel concordato;
– accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari e convenzione di moratoria;
– rateizzazione del prezzo di vendita.

Relativamente alla prima disposizione, il Decreto Giustizia ha introdotto la possibilità per il debitore che presenta una domanda di ammissione al concordato preventivo o una domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, di essere autorizzato a contrarre finanziamenti anche prima del deposito della documentazione richiesta per la citata domanda.
Ammessa, inoltre, la concorrenza nel concordato preventivo, con la previsione che le offerte per l’acquisto dell’azienda o di uno o più rami d’azienda o di specifici beni possono essere presentate anche da terzi rispetto al soggetto individuato nel piano di concordato, purché migliorative e comparabili. Vengono anche stabiliti i requisiti richiesti affinché possano essere presentate proposte alternative di concordato. In particolare, le offerte concorrenti:
– possono essere presentate da uno o più creditori che rappresentino almeno il 10% dei crediti risultanti dalla situazione patrimoniale (ai fini del computo della percentuale non devono essere considerati i crediti della società che controlla la società debitrice, delle società da questa controllate e di quelle sottoposte a comune controllo);
– devono essere presentate entro 30 giorni prima dell’adunanza dei creditori con il relativo piano;

– non sono ammesse se la proposta di concordato del debitore assicura il pagamento di almeno il 40% dell’ammontare dei crediti chirografari o, nel caso di concordato con continuità aziendale, di almeno il 30%.

La proposta di concordato deve assicurare il pagamento (fatta eccezione per il concordato con continuità aziendale)

di almeno il 20% dell’ammontare dei crediti chirografari e deve indicare l’utilità specificamente individuata ed

economicamente valutabile che il proponente si obbliga ad assicurare a ciascun creditore.
Il Decreto apporta importanti modifiche anche alla disciplina del curatore fallimentare intervenendo sui requisiti per la nomina, sul programma di liquidazione e sulla chiusura della procedura di fallimento.
In merito ai requisiti per la nomina di curatore, non possono più ricoprire tale ruolo coloro che hanno concorso al dissesto dell’impresa “in qualsiasi momento”. Relativamente alle modifiche al programma di liquidazione:
– il curatore deve predisporre il programma di liquidazione da sottoporre all’approvazione del comitato dei creditori, non

oltre 180 giorni dalla sentenza dichiarativa di fallimento;
– il programma di liquidazione deve riportare il termine entro il quale è completata la liquidazione dell’attivo che, in ogni

caso, non può eccedere i due anni dal deposito della sentenza di fallimento;

La chiusura del fallimento avviene anche in presenza di giudizi pendenti e le somme necessarie a coprire le spese di giudizio nonché le somme ricevute dal curatore per effetto di provvedimenti provvisoriamente esecutivi e non passati in giudicato, sono trattenute da quest’ultimo.
In presenza di contratti pendenti nel concordato preventivo il debitore può essere autorizzato dal Tribunale a sciogliersi dai contratti non ancora eseguiti o non compiutamente eseguiti alla data di presentazione del ricorso. È ammessa anche la sospensione del contratto per non più di sessanta giorni, prorogabili una sola volta.

Viene introdotta la disciplina relativa all’accordo di ristrutturazione con intermediari finanziari e convenzione di moratoria.
L’accordo è rivolto alle imprese debitrici verso banche e intermediari per un importo non inferiore alla metà dell’indebitamento complessivo e con esso, il debitore può chiedere che i suoi effetti siano estesi anche a banche e intermediari finanziari non aderenti, aventi posizione giuridica e interessi omogenei a quelli aderenti.
Del tutto nuova è la figura della convenzione moratoria fra l’impresa debitrice e una o più banche o intermediari finanziari diretta a disciplinare in via provvisoria gli effetti di una crisi attraverso una moratoria temporanea dei crediti nei confronti di più operatori finanziari.
Infine, introdotta la possibilità di rateizzare il versamento del prezzo delle vendite e degli altri atti di liquidazione.