Detrazione su ristrutturazioni, risparmio energetico, bonus mobili: ulteriori chiarimenti

 

Tra i chiarimenti interpretativi relativi a quesiti posti dalla stampa specializzata in occasione del convegno Il Sole 24ore per i 130 anni del Catasto si ritrovano anche quelli relativi alle detrazioni su ristrutturazioni, risparmio energetico, bonus mobili (AGENZIA DELLE ENTRATE – Circolare 13 giugno 2016, n. 27/E, par. 5).

Tra gli interventi edilizi che costituiscono il presupposto per la detrazione, si comprendono anche gli interventi di restauro e di risanamento conservativo, e di ristrutturazione edilizia, di cui alle lettere c) e d) dell’art. 3 del DPR n. 380 del 2001, riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro sei mesi dal termine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile.
Di conseguenza chi acquista un’abitazione interamente ristrutturata, beneficiando della detrazione Irpef del 50%, può arredarla usufruendo del bonus mobili e grandi elettrodomestici.
In merito, invece, alla disciplina dei “beni significativi” la circolare n. 71/E del 2000 ha chiarito che, in considerazione dei meccanismi applicativi previsti dall’art. 7, co. 1, lett. b) della L. n. 488 del 1999 (trattamento ai fini IVA delle forniture di beni di valore significativo), la disciplina in argomento è diretta ai soggetti beneficiari dell’intervento di recupero, identificabili ordinariamente con i consumatori finali della prestazione. La circolare n. 37/E del 2015, uniformandosi a tale indirizzo interpretativo, ha ulteriormente precisato che la disposizione in materia di beni significativi, riguardando prestazioni effettuate nei confronti dei consumatori finali, non può trovare applicazione nelle ipotesi di cui alla lett. a-ter), sesto comma, dell’art. 17 del DPR n. 633 del 1972, che, come noto, riguarda i soli rapporti tra soggetti passivi d’imposta.

 

Per i certificati anagrafici richiesti dagli studi legali niente bollo

 

I certificati anagrafici richiesti dagli studi legali ad uso di notifica degli atti giudiziari devono ritenersi esenti dall’imposta di bollo, in quanto funzionali al procedimento giurisdizionale (Ministero dell’Interno – Circolare 09 giugno 2016, n. 9).

L’introduzione del contributo unificato, da corrispondere per i procedimenti giurisdizionali, compresa la procedura concorsuale e di volontaria giurisdizione, comporta la non applicabilità dell’imposta di bollo agli atti e provvedimenti processuali, inclusi quelli antecedenti, necessari o funzionali.
Il legislatore, non facendo distinzione tra i termini procedimento e processo, ha inteso subordinare tutti gli atti e i provvedimenti dei procedimenti giurisdizionali al contributo unificato, escludendoli, allo stesso tempo, dall’imposta di bollo. Inoltre, il significato da attribuire ai termini “antecedenti, necessari e funzionali” nel senso che, ai fini dell’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo, deve ricorrere non solo il presupposto oggettivo legato alla tipologia degli atti, ma è necessario anche che il soggetto beneficiario dell’esenzione rivesta la qualità di parte processuale.
Sulla base di tali principi, quindi, anche i certificati anagrafici possono beneficiare del regime di esenzione dall’imposta di bollo, qualora “antecedenti, necessari e funzionali” ai procedimenti giurisdizionali.
Pertanto, anche i certificati anagrafici richiesti dagli studi legali ad uso notifica atti giudiziari devono ritenersi esenti dall’imposta di bollo, in quanto, trattasi di atti funzionali al procedimento giurisdizionale. In tale evenienza, sul certificato rilasciato senza il pagamento dell’imposta di bollo andrà indicata la norma di esenzione, ovvero l’uso cui tale atto è destinato.”

 

Accordo transattivo di lavoro: costo indeducibile prima del verbale di conciliazione

 

La Corte di Cassazione ha affermato che il costo relativo all’accordo transattivo di lavoro (giudiziale o stragiudiziale), può essere portato in deduzione dal reddito d’impresa nell’esercizio in cui il giudice rende esecutivo il verbale di conciliazione (Sentenza 08 giugno 2016, n. 11728).

FATTO

L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti della società contribuente, rideterminando il reddito d’impresa imponibile, per effetto del recupero a tassazione, tra l’altro, del costo rappresentato dall’importo dovuto a un dipendente a titolo di risarcimento, nell’ambito della transazione giudiziale di lavoro con cui è stata definita l’impugnazione del licenziamento.
L’Ufficio, in particolare, ha contestato la deduzione del costo nell’esercizio d’imposta in cui si è perfezionato l’accordo tra le parti (società e lavoratore), mentre la deduzione doveva essere correttamente applicata nel successivo esercizio d’imposta, in cui la transazione si è conclusa con il verbale di conciliazione davanti al giudice del lavoro.
I giudici tributari, accogliendo il ricorso del contribuente, hanno annullato l’atto di accertamento, rilevando la corretta imputazione dei costi nell’esercizio di competenza.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Sul ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari ritenendo corretta la ripresa a tassazione del costo della transazione, poiché non indicato nell’esercizio di competenza.
I giudici della Suprema Corte hanno affermato, in particolare, che la somma dovuta dal datore di lavoro al lavoratore a seguito di controversia di lavoro, conclusasi con verbale di conciliazione dinanzi al giudice del lavoro, va dedotta dal reddito imponibile nell’anno d’imposta in cui il giudice conferisce al predetto verbale valore esecutivo, e non in quello anteriore in cui l’accordo tra le parti si è perfezionato.
Ciò in quanto, solo dopo che il verbale è stato dichiarato esecutivo, lo stesso non è più modificabile e, quindi, gli eventuali oneri che ne derivano per una delle parti assumono il carattere della certezza, che è una delle condizioni fondamentali per la deducibilità fiscale.
Il negozio transattivo stipulato in sede conciliativa (giudiziale o stragiudiziale) gode, infatti, di una condizione di certezza, essendo assoggettato ad un regime giuridico derogatorio della regola generale circa l’impugnabilità nel termine decadenziale di sei mesi, in quanto l’intervento del terzo investito di una funzione pubblica (giudice, autorità amministrativa, associazione di categoria) è considerato idoneo a superare la presunzione di non libertà del consenso del lavoratore. Ne consegue che, a seguito della conciliazione ex art. 411 cod. proc. civ., non è impugnabile l’accordo con cui il datore dì lavoro abbia pattuito l’erogazione di somme di denaro, ottenendo in cambio la rinuncia all’impugnativa del licenziamento.
In conclusione, ai fini della determinazione del reddito d’impresa imponibile, deve ritenersi esclusa la possibilità di imputare il costo della transazione all’esercizio anteriore a quello in cui si verifica la conciliazione giudiziale (o stragiudiziale), poiché l’atto transattivo non possiede il carattere di definitività.

 

Irap: nello studio legale associato c’è autonoma organizzazione

 

Lo studio legale associato paga l’Irap per la sussistenza del presupposto impositivo del tributo, costituito dall’autonoma organizzazione (Corte di cassazione – sentenza n. 11327/2016).

Il requisito dell’autonoma organizzazione sussiste qualora il contribuente sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse, impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dell’organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

L’Irap coinvolge una capacità produttiva “impersonale ed aggiuntiva” rispetto a quella propria del professionista e colpisce quella parte di reddito derivante dalla presenza di una struttura organizzativa esterna che, per numero, importanza e valore economico, sia suscettibile di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale supportata dagli strumenti indispensabili del professionista.

L’esercizio in forma associata di una professione è anch’esso assoggettato all’imposta regionale sulle attività produttive (Irap) in quanto fa presumere l’esistenza di un’autonoma organizzazione di strutture e mezzi, a meno che il contribuente non dimostri che il reddito derivi dal solo lavoro professionale dei singoli associati.

 

Istituito il codice tributo “Z147” per le agevolazioni della ZFU Lombardia

 

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 09 giugno 2016, n. 45/E, ha istituito il codice tributo “Z147” per l’utilizzo, tramite modello F24, delle agevolazioni a favore delle micro imprese localizzate nella zona franca nei comuni della Lombardia colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012.

Per il periodo di imposta 2016, alle microimprese che svolgono la propria attività nella ZFU è riconosciuta l’esenzione dalle imposte sui redditi, dall’IRAP e dall’IMU.
In particolare, le agevolazioni in esame sono fruibili mediante riduzione dei versamenti da effettuarsi tramite modello F24, da presentare esclusivamente attraverso i canali ENTRATEL e FISCONLINE messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate.
Per consentire l’utilizzo in compensazione di tali benefici fiscali è stato istituito il codice tributo “Z147” denominato “ZFU LOMBARDIA – Agevolazioni microimprese per riduzione versamenti – articolo 1, della legge n. 208/2015”.
In sede di compilazione del modello di pagamento F24, il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati” ovvero, nei casi in cui il contribuente debba procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”. Il campo “anno di riferimento” è valorizzato con l’anno d’imposta per il quale è riconosciuta l’agevolazione, nel formato “AAAA”.