Più semplici le cessioni gratuite senza IVA per il no-profit

 

9 FEB 2016 Nell’ambito delle misure a sostegno del cd. “Terzo settore” è riconosciuta alle aziende la possibilità di cedere gratuitamente ad enti pubblici, associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica e alle ONLUS, beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa, senza applicazione dell’IVA, mantenendo comunque il diritto alla detrazione. Con la Legge di Stabilità 2016 sono state introdotte norme ulteriori per semplificare tali cessioni.

Per poter accedere ai suddetti benefici è necessario, tuttavia, osservare specifiche condizioni e procedure, finalizzate ad evitare operazioni elusive, effettuate al solo scopo di conseguire vantaggi fiscali mediante cessioni fittizie.
Una procedura semplificata è prevista per le cessioni gratuite di beni il cui valore non superi un determinato importo.
Per effetto delle modifiche introdotte dalla Legge di stabilità 2016, il predetto limite di importo per accedere alla procedura semplificata è stato elevato da 5.165 euro a 15.000 euro, ampliando così le opportunità di cessioni gratuite di beni in favore di enti no-profit con minore impatto burocratico.

PROCEDURA SEMPLIFICATA

A decorrere dal 1° gennaio 2016, le aziende possono effettuare le cessioni gratuite di beni (alla cui produzione o commercio è diretta l’attività dell’impresa) in favore di enti no-profit, senza applicazione dell’IVA e mantenendo il diritto alla detrazione dell’imposta corrisposta sugli acquisti, semplicemente con l’emissione del documento di trasporto e una dichiarazione sostitutiva di atto notorio con la quale l’ente no-profit ricevente attesta natura, qualità e quantità dei beni ricevuti corrispondenti ai dati contenuti nel documento di trasporto.
A tal fine l’ammontare del costo dei beni ceduti gratuitamente non deve essere superiore a 15.000 euro.
La medesima procedura semplificata è applicabile senza il predetto limite, anche nell’ipotesi di cessioni gratuite di beni facilmente deperibili.

PROCEDURA ORDINARIA

Resta invariata la procedura, qualora l’ammontare del costo dei beni ceduti gratuitamente superi il limite di 15.000 euro. In particolare, ai fini della cessione senza applicazione dell’IVA, mantenendo il diritto alla detrazione dell’imposta corrisposta sugli acquisti, sono necessari i seguenti adempimenti:
– una comunicazione scritta da parte del cedente agli uffici dell’amministrazione finanziaria e ai comandi della Guardia di finanza di competenza, con l’indicazione della data, ora e luogo di inizio del trasporto, della destinazione finale dei beni, nonché dell’ammontare complessivo, sulla base del prezzo di acquisto, dei beni gratuitamente ceduti. La comunicazione deve pervenire ai suddetti uffici almeno cinque giorni prima della consegna;
– l’emissione del documento;
– una dichiarazione sostitutiva di atto notorio dell’ente no-profit ricevente che attesta natura, qualità e quantità dei beni ricevuti corrispondenti ai dati contenuti nel documento di trasporto.

 

Per la mediazione online serve l’intervento del gestore del sito

 

Non è attività di mediazione la semplice gestione tecnica di un sito web che si occupa di mettere in contatto l’utente che richiede un servizio e il prestatore del suddetto servizio (Ministero Sviluppo Economico – Parere n. 20229/2016).

La gestione di una piattaforma on-line costituisce attività di mediazione se è dimostrabile l’influenza mediatizia del gestore del sito tra la figura del prestatore del servizio e il richiedente.

Al contrario, qualora il sito si limiti unicamente ad elencare le caratteristiche e la professionalità dei prestatori del servizio (ad esempio, professionisti massaggiatori), senza che il gestore dello stesso influenzi o intervenga professionalmente nel rapporto tra gli stessi prestatori di servizio ed i potenziali clienti non si può parlare di mediazione ma di attività imprenditoriale con conseguente obbligo d’iscrizione nel Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio competente per territorio.
In tal caso, infatti, prevale l’aspetto della mera gestione tecnica della piattaforma on-line su quello, da dimostrare, di una influenza mediatizia del gestore stesso tra la figura del prestatore di servizi e quella del richiedente il servizio.

 

Responsabilità solidale ampia per i coniugi in caso di dichiarazione congiunta

 

8 FEB 2016 Ai coniugi non separati è data facoltà di presentare la dichiarazione dei redditi in forma congiunta, in modo da compensare reciprocamente crediti e debiti di imposta. Allo stesso tempo, però, la dichiarazione congiunta costituisce una solidarietà fiscale ampia tra i coniugi, determinando una reciproca responsabilità anche in caso di estraneità di uno dei coniugi alle omissioni tributarie dell’altro (Corte di Cassazione – sentenza n. 1463/2016).

IL CASO

La controversia riguarda l’opposizione ad una cartella di pagamento notificata alla contribuente, in quanto co-dichiarante della dichiarazione dei redditi in forma congiunta, in conseguenza del passaggio in giudicato della sentenza che aveva confermato la legittimità degli avvisi di accertamento nei confronti del marito, nel frattempo deceduto, per redditi non dichiarati, in rettifica della dichiarazione congiunta dallo stesso presentata in qualità di dichiarante.
Su ricorso in appello dell’Agenzia delle Entrate, il giudice tributario ha confermato le pretesa tributaria, affermando che la responsabilità solidale tra i coniugi per il debito fiscale, derivante dalla presentazione della dichiarazione dei redditi in forma congiunta, non può ritenersi esclusa per il fatto che il recupero a tassazione riguardi proventi occulti dell’attività imprenditoriale esclusiva del coniuge.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione, in conformità alla decisione del giudice tributario, ha respinto il ricorso della contribuente.
In particolare, i giudici della Suprema Corte hanno sottolineato che secondo la normativa vigente, con la libera scelta di presentare la dichiarazione dei redditi congiunta, i coniugi dichiaranti diventano responsabili solidalmente per gli obblighi fiscali conseguenti o connessi alla dichiarazione dei redditi, accettando anche i rischi inerenti alla disciplina propria dell’istituto e, specificamente, sia quelli inerenti alla previsione della notifica degli atti impositivi, sia quelli concernenti le conseguenze (sostanziali e processuali) proprie delle obbligazioni solidali. Resta, la possibilità per il coniuge dichiarante di contestare nel merito l’obbligazione del dichiarante, entro i termini decorrenti dalla notifica dell’atto con il quale venga per la prima volta a conoscenza della pretesa tributaria nei confronti del dichiarante, cui non è attribuita la legittimazione ad agire anche per il coniuge dichiarante.
In conclusione, dunque, qualora si scelga di presentare la dichiarazione dei redditi in forma congiunta, occorre tenere presente che:
– la responsabilità solidale dei coniugi opera anche nel caso in cui il coniuge co-dichiarante sia estraneo alla produzione dei redditi accertati nei confronti del dichiarante ed, addirittura, quando detti redditi siano provento di illecito penale da esso commesso;
– per effetto della suddetta solidarietà, la tempestiva notifica al dichiarante dell’avviso di accertamento (come della cartella di pagamento), non solo impedisce qualsiasi decadenza dell’Amministrazione finanziaria anche nei confronti della co-dichiarante, ma comporta altresì, a seguito dell’instaurazione del giudizio tra l’Amministrazione finanziaria ed il dichiarante, l’interruzione con effetti permanenti del decorso della prescrizione anche nei confronti della co-dichiarante.

 

L’attività di Perito ed Esperto non abilita all’esercizio di altre professione

 

L’iscrizione nel Ruolo dei Periti ed Esperti non abilita in alcun modo a svolgere eventuali attività riservate per legge a professioni per le quali è prescritta l’iscrizione in Ordini o Collegi professionali e non abilita ad alcuna altra professione (Ministero Sviluppo Economico – Parere n. 222657/2015).

L’iscrizione nel Ruolo dei Periti ed Esperti non costituisce elemento indispensabile per l’esercizio della stessa e non è, in maniera assoluta, propedeutica ai fini dell’esercizio di altre attività; l’iscrizione attesta semplicemente il possesso di particolari capacità e competenze; infatti, il mancato accoglimento di richiesta di iscrizione al Ruolo non comporta per l’aspirante perito alcun impedimento o pregiudizio all’esercizio dell’attività che può comunque iniziare sulla base dei titoli posseduti.

L’iscrizione al suddetto Ruolo peritale non implica necessariamente il possesso di determinati e specifici requisiti culturali e professionali (titoli di studio, specializzazioni, esperienze lavorative specifiche, ecc.), ma presuppone che il competente organo camerale abbia valutato positivamente la professionalità raggiunta al fine di riconoscere quelle capacità, competenze e conoscenze che devono essere superiori rispetto a quei soggetti che non risultano iscritti.
Tuttavia, è comunque libera la facoltà, per chi intende servirsi dell’attività peritale (siano essi privati cittadini, società od enti vari, organi dello Stato, ecc.), di esigere comunque l’iscrizione nel Ruolo in questione.

 

Soggetta a tassazione ordinaria l’indennità di ristoro per rischio radiologico

 

5 FEB 2016 L’indennità corrisposta a titolo di ristoro per rischio radiologico non ha natura risarcitoria, ed è soggetta a tassazione ordinaria, concorrendo alla formazione del reddito di lavoro dipendente imponibile secondo il principio generale di omnicomprensività (Corte di Cassazione – Ordinanza 4 febbraio 2015, n. 2229).

IL CASO

Il contribuente ha presentato istanza all’Agenzia delle Entrate per ottenere il rimborso IRPEF relativa a ritenute alla fonte operate dal datore di lavoro sugli importi corrisposti a titolo di “ristoro per la maggiore esposizione del rischio radiologico” a causa del mancato godimento del riposo compensativo spettante in ragione delle mansioni svolte.
Il giudice tributario ha riconosciuto il diritto del contribuente al rimborso dell’IRPEF trattenuta dal datore sulle somme corrisposte a titolo di “ristoro per rischio radiologico”, ritenendole escluse da tassazione in ragione della natura risarcitoria dell’indennità.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che le somme percepite a titolo di indennità sostitutiva del congedo non goduto per riposo compensativo non possono che avere la stessa natura (lavorativa) dei diritti sostituiti e, perciò, restano soggette alla regola generale di determinazione del reddito di lavoro dipendente (principio di omnicomprensività), secondo cui sono tassabili tutte le somme che siano corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro.
Accogliendo l’appello dell’Agenzia delle Entrate la Corte di Cassazione ha riformato la decisione del giudice tributario respingendo la richiesta di rimborso IRPEF avanzata dal contribuente.
In particolare, secondo i giudici della Corte Suprema, in tema di imposte sui redditi da lavoro dipendente, dalla normativa vigente si ricava il seguente principio: “al fine di poter negare l’assoggettabilità ad IRPEF di una erogazione economica effettuata a favore del prestatore di lavoro da parte del datore di lavoro, è necessario accertare che la stessa non trovi la sua causa nel rapporto di lavoro e, se ciò non viene positivamente escluso, che tale erogazione, in base all’interpretazione della concreta volontà manifestata dalle parti, non trovi la fonte della sua obbligatorietà né in redditi sostituiti, né nel risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi futuri, cioè successivi alla cessazione od all’interruzione del rapporto di lavoro”.
Con riferimento specifico all’indennità di “ristoro per rischio radiologico”, le somme corrisposte a tal titolo devono ritenersi soggette a tassazione ordinaria, atteso che l’indennità trova senza dubbio causa nel rapporto di lavoro, e non è attribuita in sostituzione di altro genere di reddito, né tanto meno è prospettabile come reddito futuro, a seguito della interruzione del rapporto di lavoro.