Onere della prova al Fisco se si impugna la cartella IRAP

 

La Corte di Cassazione ha stabilito che in caso di controversia riguardante accertamento IRAP nei confronti del professionista, spetta al Fisco fornire la prova della sussistenza di un’autonoma organizzazione, indicando gli elementi di fatto necessari ad integrare il presupposto d’imposta (Ordinanza 13 luglio 2018, n. 18709)

Nell’ambito della controversia riguardante l’avviso di accertamento e la conseguente cartella di pagamento per omessa dichiarazione e mancato versamento dell’IRAP, il contribuente ha impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione la decisione dei giudici tributari eccependo:
– che l’onere della prova di esenzione dall’imposta incombe al contribuente solo nel caso in cui agisca per ottenere il rimborso dell’IRAP versata, mentre spetta all’Ufficio quando faccia valere la propria volontà impositiva;
– che in caso di lavoro autonomo professionale, la sussistenza di un’autonoma organizzazione quale presupposto per l’applicazione dell’IRAP, non può desumersi dalla deduzione di costi dall’imponibile e dall’utilizzo di tecnologia informatica per lo svolgimento dell’attività, pur in assenza di personale dipendente e di beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività.
Accogliendo il ricorso del contribuente la Corte di Cassazione ha affermato che in tema di IRAP, l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall’impresa commerciale costituisce, secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata fornita dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 156 del 2001, presupposto dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività autonomamente organizzata. Il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente che eserciti attività di lavoro autonomo: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo l’ “id quod plerumque accidit”, costituiscono nell’attualità il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui”.
In tema di ripartizione dell’onere probatorio, la Suprema ha precisato che qualora il contribuente impugni la cartella esattoriale, incombe sull’Amministrazione finanziaria l’onere di dimostrare il corretto esercizio del potere, indicando gli elementi di fatto necessari ad integrare il presupposto d’imposta.
Infine, i giudici ha chiarito che non può ritenersi sufficiente, ai fini della sussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione, la considerazione dei costi dedotti dall’imponibile, poiché “il valore assoluto dei compensi e dei costi, ed il loro reciproco rapporto percentuale, non costituiscono elementi utili per desumere il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione di un professionista”.

 

In F24 i codici tributo per le ZFU fuori dall’ex obiettivo Contingenza

 


Istituiti i codici tributo per l’utilizzo delle agevolazioni in riduzione dei versamenti da effettuarsi tramite modello F24, in favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti localizzati nelle zone franche urbane, non comprese nell’ex obiettivo Convergenza (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 12 luglio 2018, n. 55/E).

Al fine di consentire l’utilizzo in compensazione delle agevolazioni relative all’esenzione dalle imposte sui redditi, dall’IRAP, dall’IMU e dai contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente, tramite modello F24 da presentare esclusivamente attraverso i canali ENTRATEL e FISCONLINE messi a disposizione dall’Agenzia delle entrate, si istituiscono i seguenti codici tributo:
– “Z151” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di PESCARA – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z152” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di MATERA – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z153” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di VELLETRI – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z154” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di SORA – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z155” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di VENTIMIGLIA – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z156” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di CAMPOBASSO – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z157” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di CAGLIARI – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z158” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di IGLESIAS – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z159” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di QUARTU SANT’ELENA – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”;
– “Z160” – denominato “Agevolazioni da utilizzare in riduzione dei versamenti a favore delle micro e piccole imprese e dei professionisti della ZFU di MASSA-CARRARA – art. 1, comma 341, legge 27 dicembre 2006, n. 296”.
In sede di compilazione del modello di pagamento F24, i suddetti codici tributo sono esposti nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati” ovvero, nei casi in cui il contribuente debba procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”. Il campo “anno di riferimento” è valorizzato con l’anno d’imposta in cui è concessa l’agevolazione, nel formato “AAAA”.

 

Accertamento: responsabile il liquidatore che non paga le imposte

 


Le attività di accertamento avvenute a grande distanza temporale dall’estinzione della società non esclude la responsabilità dei liquidatori che se non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori rispondono in proprio del pagamento delle imposte se non provano di aver soddisfatto i crediti tributari anteriormente all’assegnazione di beni ai soci o associati, ovvero di avere soddisfatto crediti di ordine superiore a quelli tributari (Corte di cassazione – ordinanza n. 15250).

Cosi si è espressa la Corte di Cassazione, ritenendo responsabile il liquidatore della società che distoglie le somme necessarie al pagamento dei debiti fiscali per finalità diverse.


I liquidatori rispondono in proprio del pagamento delle imposte, a meno che non offrano una idonea prova liberatoria e non può avere rilievo il decorso di un lasso di tempo tra l’accertamento e le operazioni di verifica, non essendo prevista alcuna esenzione, ricorrendo invece il presupposto della responsabilità del liquidatore nell’anno di produzione del reddito, che riconosce all’Amministrazione finanziaria, nel caso in cui il liquidatore stesso abbia esaurito le disponibilità della liquidazione senza provvedere al pagamento delle imposte, l’azione di responsabilità nei suoi confronti, con riguardo ai crediti per le imposte sul reddito delle società i cui presupposti si siano verificati a carico della stessa, ancorché accertati successivamente.

 

Fisco: chiarimenti sui “beni significativi”

 


Forniti chiarimenti in ordine alla disciplina dei c.d. “beni significativi” impiegati per la realizzazione di interventi di recupero del patrimonio edilizio (Agenzia delle Entrate – Circolare 12 luglio 2018, n. 15/E).

I beni finiti, le materie prime e semilavorate, necessarie per la realizzazione degli interventi di manutenzione ordinaria e di manutenzione straordinaria eseguiti su fabbricati a prevalente destinazione abitativa privata sono soggetti ad IVA con aliquota del 10 per cento se sono forniti dallo stesso soggetto che esegue l’intervento di recupero ed a condizione che detti beni finiti non costituiscano una parte significativa del valore delle cessioni effettuate nel quadro dell’intervento.
Rientrano tra i beni significativi:
– ascensori e montacarichi;
– infissi esterni ed interni;
– caldaie;
– videocitofoni;
– apparecchiature di condizionamento e riciclo dell’aria;
– sanitari e rubinetterie da bagno;
– impianti di sicurezza.
Si tratta di beni il cui valore assume una certa rilevanza rispetto a quello delle forniture effettuate nell’ambito degli interventi (agevolati) di recupero del patrimonio edilizio.
L’elenco deve considerarsi tassativo, in quanto la limitazione all’applicazione dell’aliquota IVA nella misura del 10 per cento opera solo in relazione ai beni indicati dal decreto ministeriale.
Sono classificabili come “beni significativi” anche quelli che hanno la medesima funzionalità di quelli espressamente menzionati nell’elenco citato, ma che per specifiche caratteristiche e/o per esigenze di carattere commerciale assumono una diversa denominazione (a titolo esemplificativo, la stufa a pellet utilizzata per riscaldare l’acqua per alimentare il sistema di riscaldamento e per produrre acqua sanitaria deve essere assimilata alla caldaia (i.e. bene significativo); diversamente, la stufa a pellet utilizzata soltanto per il riscaldamento dell’ambiente non può essere assimilata alla caldaia).
Le parti staccate dei beni significativi (rectius, il valore delle stesse), solo se connotate dalla loro autonomia funzionale rispetto al manufatto principale (rectius, bene significativo) non sono comprese nel valore del bene significativo, ai fini della verifica della quota di valore non soggetta ad aliquota nella misura del 10 per cento. Diversamente, se la parte staccata concorre alla normale funzionalità dei beni significativi ed è, dunque, priva di una propria autonomia funzionale, la stessa deve essere considerata parte integrante dei medesimi beni. In quest’ultimo caso, il valore della parte staccata deve confluire, ai fini della determinazione del limite cui applicare l’aliquota IVA del 10 per cento, nel valore dei beni significativi.
In merito all’installazione di tapparelle, scuri, veneziane, zanzariere, inferriate o grate di sicurezza, tali sistemi oscuranti in genere sono funzionalmente autonome rispetto agli infissi e non sono attratti nel loro valore, ma sono ricomprese nel valore della prestazione di servizio soggetta ad IVA con applicazione dell’aliquota nella misura del 10 per cento.
Diversamente, le tapparelle o gli altri sistemi oscuranti non assumono, in ogni caso, autonoma rilevanza rispetto al manufatto principale, qualora siano strutturalmente integrati negli infissi. In tal caso, ai fini dell’applicazione dell’aliquota IVA nella misura del 10 per cento, il valore degli infissi è comprensivo del valore delle tapparelle.
Grate e inferriate, invece, sono sempre autonome, quindi confluiscono nel valore complessivo della prestazione soggetta all’aliquota del 10 per cento.
Per quanto riguarda il costo di produzione, è escluso dal valore del bene significativo, il margine aggiunto dal prestatore al costo di produzione o al costo di acquisizione del bene significativo per determinare il prezzo finale di cessione dello stesso al cliente/committente (il c.d. mark-up). Ciò che rileva, dunque, è solo il costo “originario” del bene significativo, sia esso di produzione ovvero di acquisizione presso terzi.
Per quanto riguarda le modalità di fatturazione, i dati richiesti dalla norma di interpretazione autentica devono essere puntualmente indicati nella fattura anche qualora dal calcolo suddetto risulti che l’intero valore del bene significativo possa essere assoggettato ad IVA con applicazione dell’aliquota nella misura del 10 per cento (vale a dire anche qualora il valore del bene non sia superiore alla metà del valore dell’intervento agevolato). Dunque, il fornitore/prestatore deve, in ogni caso, evidenziare separatamente in fattura il corrispettivo relativo all’intervento di recupero ed il valore imputabile ai beni significativi forniti nell’ambito dell’intervento (distintamente, vale a dire il valore di ciascun bene significativo o indistintamente, indicando il valore complessivo dei beni significativi forniti).
La norma in commento, avendo natura interpretativa, esplica efficacia retroattiva.
Tuttavia, eventuali comportamenti difformi rispetto alle disposizioni previste dalla norma di interpretazione autentica (ad esempio, erronea determinazione del valore dei beni significativi, emissione di fatture incomplete rispetto ai dati richiesti dalla norma di interpretazione autentica), tenuti dai contribuenti fino al 31 dicembre 2017 non possono essere contestati o le relative contestazioni andranno abbandonate, fatto salvo il limite dei rapporti esauriti.
Resta, peraltro, precluso il rimborso dell’imposta che sia stata applicata in misura maggiore sulle operazioni effettuate entro la predetta data.

 

Decadenza nei termini ordinari per il recupero di tributi sgravati per errore

 

Con la Sentenza n. 18407 del 12 luglio 2018 la Corte di Cassazione ha affermato che il Fisco deve provvedere al recupero dei tributi illegittimamente sgravati entro i termini ordinari previsti a pena di decadenza dell’azione di riscossione e, non può beneficiare dei più ampi termini previsti per il recupero delle somme indebitamente rimborsate.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha disposto l’emissione nei confronti del contribuente di una cartella di pagamento per il recupero di imposte illegittimamente sgravate, oggetto di una precedente cartella di pagamento. Su ricorso del contribuente che ha eccepito il decorso dei termini di riscossione, i giudici tributari hanno dichiarato la tempestività della cartella, ritenendo applicabile la previsione relativa al recupero di imposte indebitamente “rimborsate”, che riconosce al Fisco un termine più ampio, in considerazione della valenza di rimborso attribuita allo sgravio.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Riformando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha evidenziato che in base alle norme in materia di riscossione delle imposte, l’Amministrazione Finanziaria provvede al recupero delle somme erroneamente “rimborsate” e degli interessi eventualmente corrisposti, notificando la relativa cartella di pagamento, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello di esecuzione del rimborso o, se più ampio, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, maggiorato di dodici mesi.
Riguardo a detta previsione, i giudici della Suprema Corte hanno precisato che il presupposto per l’applicazione di tale norma è il recupero di imposte erroneamente “rimborsate”, cioè somme materialmente pagate dall’Erario al contribuente.
La stessa disposizione, quindi, non può ritenersi applicabile nel caso di recupero di somme oggetto di precedente sgravio, mancando la circostanza del materiale trasferimento di denaro. In tal caso trovano applicazione, invece, le ordinarie disposizioni sulla riscossione.
In particolare, secondo la Corte di Cassazione, qualora l’Amministrazione finanziaria abbia per errore disposto lo sgravio di una cartella di pagamento, può emettere un’altra cartella purché i termini ordinari per l’emissione della cartella in relazione al periodo d’imposta cui attiene il recupero non siano decorsi. In altri termini, il Fisco ha la possibilità di emettere una nuova cartella per il recupero delle somme erroneamente sgravate, ma nel rispetto dei termini previsti a pena di decadenza e sempreché sulla cartella impugnata non sia stata pronunciata sentenza passata in giudicato. In caso contrario la cartella è nulla.