Quando l’accertamento da studio di settore è illegittimo

 

È illegittimo l’accertamento dei maggiori ricavi se dipeso soltanto dalla differenza tra quanto dichiarato e quanto determinato dallo studio di settore non corrispondente all’attività effettivamente esercitata (Commissione Tributaria Regionale di Milano – Sentenza n. 5296/2015).

Gli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate se emessi in applicazione degli studi si settore devono rispettare le seguenti condizioni:
– lo studio di settore di riferimento deve rispecchiarsi completamente con l’attività effettivamente svolta dal contribuente;

– devono tenere in considerazione che lo studio di settore dà luogo a presunzioni gravi, precise e concordanti solo se vengono acquisiti elementi che confermino le risultanze dello studio di settore, e cioè che attestino la normalità dell’attività dell’impresa in ordinarie condizioni nella realtà economica del proprio settore.

Pertanto è illegittimo l’accertamento da studio di settore in difetto da tali condizioni ossia se effettuato applicando uno studio di settore ben poco adatto all’attività svolta e senza tener conto dello stato in cui versa il contribuente.

 

Agevolazioni “prima casa” vincolate solo alla categoria catastale

 

Ai fini dell’imposta di registro, l’applicabilità delle agevolazioni “prima casa” risulta vincolata alla categoria catastale in cui è classificato o classificabile l’immobile e non più alle 13 caratteristiche delle abitazioni di lusso individuate con decreto del Ministro dei Lavori Pubblici del 1969. È quanto ha ribadito la CTR di Roma con la sentenza 29 luglio 2015, n. 4449.

La controversia posta all’esame delle Commissioni Tributarie provinciale e regionale ha come oggetto un avviso di rettifica e liquidazione per la revoca delle agevolazioni c.d. “prima casa”.
L’Ufficio fiscale accertava la sussistenza delle caratteristiche di lusso dell’immobile acquistato dal contribuente, in particolare, detto avviso era supportato da una stima dell’Agenzia del Territorio, dalla quale era dato evincere che l’Immobile era costituito da un villino di vani 14, piano attico e mansarda, avente una superficie utile complessiva di mq. 308,65, superiore quindi al limite di 240 mq,oltre il quale, secondo le vecchie regole del 1969, la casa era da considerarsi come “immobile di lusso”.
Con il ricorso introduttivo, il contribuente chiedeva l’annullamento dell’atto impugnato, sostenendo l’erroneità della stima dell’Agenzia del Territorio e affermando che l’immobile aveva una superficie inferiore ai mq. 240.
L’Ufficio, contrastava la tesi della parte ricorrente, deducendo l’infondatezza delle argomentazioni svolte nel ricorso e confermando la legittimità della richiesta impositiva. La Commissione tributaria provinciale respinge il ricorso.
Avverso detta sentenza propone appello il contribuente per chiederne la riforma.
La Commissione tributaria, invece, ritiene che l’appello del contribuente possa essere accolto in quanto per la risoluzione della controversia, occorre considerare il disposto dell’art. 10 del Decreto legislativo n. 23 del 14 marzo 2011, con cui la materia è stata totalmente innovata, avendo, tale provvedimento legislativo, modificato i criteri di individuazione delle classi degli immobili ai fini dell’imposta di trascrizione riportando tutto alla categoria catastale.
In effetti, a decorrere dal 1° gennaio 2014, l’applicabilità delle agevolazioni “prima casa” risulta vincolata, ai fini dell’imposta di registro, alla categoria catastale in cui è classificato o classificabile l’immobile e non più alle 13 caratteristiche individuate dal decreto del Ministro dei Lavori Pubblici del 2 agosto 1969, così come previsto dall’articolo 1, quinto periodo, della Tariffa, parte prima, allegata al TUR, nella formulazione applicabile fino al 31 dicembre 2013.
Le categorie catastali individuate dal richiamato articolo 10, comma 1, lettera a) del decreto per le quali non è possibile fruire delle agevolazioni “prima casa” sono:
– le abitazioni di tipo signorile (cat. A/l),
– le abitazioni in ville (cat. A/8),
– i castelli e i palazzi di eminenti pregi artistici e storici (cat. A/9).
Pertanto, in sede di stipula dell’atto di trasferimento o di costituzione del diritto reale sull’abitazione per il quale si intende beneficiare del trattamento agevolato riservato all’acquisto della ‘prima casa’, sarà sufficiente indicare, oltre che la sussistenza delle altre condizioni richieste dalla Nota II-bis all’articolo 1 della Tariffa, Parte prima, allegata al TUR, la classificazione o la classificabilità dell’immobile nelle categorie catastali che possono beneficiare dei regime di favore, che sono:
– le abitazioni di tipo civile (cat. A/2)
– le abitazioni di tipo economico (cat. A/3)
– le abitazioni di tipo popolare (cat. A/4)
– le abitazioni di tipo ultrapopolare (cat. A/5)
– le abitazioni di tipo rurale (cat. A/6)
– le abitazioni in villini (cat. A/7)
– le abitazioni ed alloggi tipici dei luoghi (cat. A/1 1)”.
Inoltre, non può non applicarsi alla presente fattispecie, il principio di “abolitio crimini”, secondo cui “Salvo diversa previsione di legge, nessuno può essere assoggettato a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce violazione punibile.”.

 

Rimborso del credito IVA anche senza modello VR

 

Il credito IVA indicato nel quadro X della dichiarazione annuale come “somme di cui si chiede il rimborso” identifica una manifestazione di volontà equivalente alla domanda di rimborso che sottrae il credito alla prescrizione biennale. A tal fine, dunque, non è indispensabile la presentazione dell’istanza di rimborso (Modello VR) che, tuttavia, si rende necessaria per dare avvio all’esecuzione del rimborso ed al decorso dei relativi interessi, e va fatta entro il termine di prescrizione di dieci anni (Commissione Tributaria Regionale di Genova – Sentenza 08 settembre 2015, n. 912).

FATTO

La controversia trae origine dal diniego dell’Amministrazione finanziaria alla domanda di rimborso del credito IVA esposto nell’ultima dichiarazione annuale, relativa all’anno di cessazione della partita IVA, in cui la contribuente aveva manifestato la scelta di rimborso del credito IVA maturato.
L’istanza di rimborso è stata presentata all’incirca sette anni dopo la presentazione della dichiarazione annuale.
L’Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso sostenendo l’intervenuta decadenza del diritto poiché l’istanza risultava presentata oltre il termine di prescrizione biennale.

L’ORIENTAMENTO DEI GIUDICI

I giudici tributari d’appello, seguendo un orientamento che si è affermato in giurisprudenza, già adottato dal giudice di primo grado, si sono pronunciati a favore del contribuente riconoscendo il diritto al rimborso del credito IVA esposto nella dichiarazione annuale.
In particolare, i giudici hanno evidenziato che l’omessa compilazione (e contestuale presentazione) del mod. VR, se anche originante una irregolarità formale impeditiva di una corrispondente pretesa del contribuente a che il procedimento di esecuzione del rimborso potesse avere inizio, non ha l’effetto di rendere irrilevante la manifestazione di volontà espressa in sede di dichiarazione.
Di conseguenza la suddetta manifestazione di volontà identifica – ai sensi della normativa IVA – la domanda di rimborso fatta nella dichiarazione, e, ancorché non accompagnata dalla presentazione del mod. VR ai fini della determinazione dell’importo richiesto a rimborso nella dichiarazione Iva, sottrae il diritto di rimborso del credito dal termine di decadenza biennale.
Credito che, dunque, resta assoggettato esclusivamente al termine ordinario di prescrizione decennale previsto dal codice civile.
Al riguardo, i giudici precisano, tuttavia, che se da un lato l’indicazione del credito a rimborso nel quadro VX della dichiarazione annuale assolve all’adempimento della domanda di rimborso (fatta in sede di dichiarazione), sottraendo il credito al termine di prescrizione biennale, la presentazione della specifica istanza di rimborso (Modello VR) costituisce presupposto per l’esigibilità del credito e, di conseguenza, gli interessi spettanti in relazione al medesimo credito non possono che farsi decorrere dalla data di presentazione della predetta istanza.

 

Campione d’Italia: aggiornata la riduzione del cambio per i residenti

 

L’Agenzia delle entrate con provvedimento 09 febbraio 2016, n. 21924 ha stabilito per il periodo di imposta 2015 la riduzione forfetaria del cambio da applicare, ai redditi delle persone fisiche iscritte nei registri anagrafici del comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel territorio dello stesso comune per un importo complessivo non superiore a 200.000 franchi, pari al 42,08 %.

Il presente provvedimento è emanato in base al comma 632 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014), il quale prevede che la riduzione forfetaria del cambio di cui all’articolo 188-bis, comma 1, del TUIR sia stabilita con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate, da emanare entro il 15 febbraio di ciascun anno.

In particolare, il comma 632 dispone che la riduzione forfetaria, definita nella misura del 30 %, sia maggiorata o ridotta in misura pari allo scostamento percentuale medio annuale registrato tra le due valute, franco svizzero ed euro. Tale riduzione forfetaria non può, comunque, essere inferiore al 20 per cento.
La riduzione del numero medio annuale di franchi svizzeri necessari per acquistare un euro, concretizzando un aumento del reddito in euro derivante dalla rivalutazione del franco svizzero, comporta una maggiorazione percentuale della riduzione forfetaria. Con il provvedimento in oggetto viene determinata nel 42,08 % la riduzione forfettaria del cambio da applicare ai redditi delle persone fisiche iscritte nei registri anagrafici del comune di Campione d’Italia, prodotti in franchi svizzeri nel territorio dello stesso comune per un importo complessivo non superiore a 200.000 franchi.

 

Responsabile tecnico di Tintolavanderia: sciolti i dubbi sui titoli abilitanti

 

L’idoneità professionale del responsabile tecnico di una tintolavanderia può essere conseguita anche con il possesso di un diploma di maturità tecnica o professionale o di livello post-secondario superiore o universitario, in materie inerenti l’attività. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha fornito dei chiarimenti sui titoli abilitanti all’esercizio dell’attività professionale (Ministero dello Sviluppo Economico – Parere n. 223060/2015).

Tra i Diplomi di istruzione secondaria di II grado, risultano abilitanti:
– i diplomi degli istituti professionali di Stato, settore Industria e Artigianato secondo il nuovo ordinamento ad indirizzo Manutenzione ed Assistenza Tecnica e Produzioni Industriali e Artigianali;
– i diplomi degli Istituti Tecnici, settore Tecnologico, secondo il nuovo ordinamento ad indirizzo Meccanica, Meccatronica ed Energia, Elettronica e Elettrotecnica, Chimica,
– i diplomi di Licei secondo il nuovo ordinamento ad indirizzo Scientifico o opzione Scienze Applicate.

Tra le lauree, invece, sono abilitanti quelle dell’area:
– Scienze matematiche ed informatiche (fisica matematica, ricerca operativa;
– Scienze chimiche (chimica fisica, analitica, generale, industriale, etc.);
– Ingegneria industriale e dell’informazione (meccanica applicata, progettazione meccanica e costruzione di macchine, disegni e metodi dell’ingegneria industriale, tecnologie e sistemi di lavorazione, etc.).

Interpretando letteralmente i suddetti titoli abilitanti, il possesso di un diploma di istruzione secondaria di secondo grado conseguito secondo il vecchio ordinamento, non può considerarsi idoneo a dimostrare il possesso del requisito dell’idoneità professionale richiesto per l’accesso all’attività di responsabile tecnico di tintolavanderia.
Sono quindi abilitanti i titoli conseguiti con il nuovo ordinamento; tuttavia, al fine di evitare l’insorgere di disparità di trattamento è rimessa al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ogni valutazione in ordine all’equivalenza tra un diploma di vecchio ordinamento con un diploma conseguito secondo il nuovo ordinamento.