Irap: credito assistito da privilegio generale sui mobili

 


La Suprema Corte con sentenza 28 luglio 2016, n. 15702 ha affermato il privilegio generale sui mobili del debitore, per quanto riguarda l’IRAP, va riconosciuto anche per il periodo antecedente alla modifica dell’art. 2752, comma 1, c.c., con l’estensione del privilegio a tale credito.

Nella fattispecie posta all’esame della Corte di Cassazione Equitalia proponeva opposizione allo stato passivo del fallimento pendente dinanzi al Tribunale di Biella, per ottenere l’ammissione al rango privilegiato ex – art. 2752 cod. civ. – anziché chirografario, come riconosciuto dal giudice delegato – del credito tributario e contributivo vantato a titolo di I.R.A.P. e dell’aggio.
Costituitasi regolarmente, la curatela resisteva alla domanda. Il Tribunale di Biella con decreto rigettava l’opposizione, motivando che le norme in tema di privilegio erano di stretta interpretazione, e, quindi, insuscettibili di analogia, e che l’art. 2752 cod. civ., nel testo anteriore alla sua novellazione con decreto legge 1 ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, in legge 29 novembre 2007, n. 222 (“Interventi urgenti in materia economico-finanziaria, per lo sviluppo e l’equità”), non menzionava l’IRAP tra le imposte il cui credito era assistito da privilegio generale sui mobili.
Avverso il provvedimento l’Equitalia proponeva ricorso per cassazione.
La Suprema Corte ha ritenuto che il privilegio generale sui mobili, per quanto riguarda l’IRAP, va riconosciuto anche per il periodo antecedente alla modifica – ad opera dell’art. 39 del d.l. n. 159 del 2007, conv., con modif., nella I. n. 222 del 2007 – dell’art. 2752, comma 1, c.c., con l’estensione del privilegio a tale credito, alla luce di una interpretazione teleologica della norma, giustificata dall’esigenza di certezza nella riscossione del credito per il reperimento dei mezzi necessari per consentire allo Stato ed agli altri enti pubblici di assolvere i loro compiti istituzionali, nonché dalla causa del credito, che ha ad oggetto un’imposta erariale e reale, introdotta in sostituzione dell’ILOR e soggetta alla medesima disciplina per quanto riguarda l’accertamento e la riscossione. Tale interpretazione, del resto, è stata confermata dall’art. 23, comma 37, del d.l. n. 98 del 2011, conv. con modif., nella L. n. 111 del 2011. Né su essa ha inciso la declaratoria d’incostituzionalità dell’ultimo periodo del successivo comma 40, ad opera della sentenza della Corte cost. n. 170 del 4 luglio 2013, i cui effetti restano limitati alle ipotesi in cui le menzionate norme consentivano, dopo la maturazione della preclusione endofallimentare, il riconoscimento della causa di prelazione anche ai crediti erariali già ammessi definitivamente al passivo in via chirografaria, e non a quelle in cui la preclusione non si è ancora verificata per essere tuttora in corso l’accertamento del passivo.
Con riferimento all’aggio invece la normativa  sancisce che l’aggio è a carico del debitore per una certa percentuale delle somme iscritte a ruolo, qualora lo stesso provveda al pagamento entro il 60esimo giorno dalla notifica della cartella, ed in tale caso la restante parte è a carico dell’ente. In caso contrario, quando il contribuente ottempera al pagamento oltre il sessantesimo giorno, l’aggio è integralmente a suo carico.
L’aggio è, quindi, il compenso che spetta al concessionario per l’attività svolta per incarico e su mandato dell’ente impositore. La circostanza che induce ad escludere che l’aggio inerisca al credito tributario in modo tale da acquisire la stessa natura privilegiata dello stesso è costituita dal fatto che esso può essere in alcuni casi, come detto, a carico in tutto od in parte dell’ente finanziario creditore.
In altri termini, l’aggio ed il relativo credito, configurandosi come il compenso spettante al concessionario esattore per l’attività svolta su incarico e mandato dell’ente impositore, non può essere in alcun modo considerato inerente al tributo riscosso: a seconda delle circostanze, infatti, esso può essere posto in parte a carico dell’ente impositore ed in parte a carico del contribuente; ovvero, interamente a carico dell’uno o dell’altro, senza che ciò comporti un mutamento della sua natura di corrispettivo per un servizio reso all’ente impositore. Tale natura trova, d’altronde, conferma nella circostanza che il concessionario è autorizzato a trattenere l’aggio al momento del versamento dei tributi riscossi, in tal modo ottenendo il pagamento immediato di quanto gli spetta per il servizio reso, senza che le somme corrispondenti entrino nelle casse dell’ente. Ne deriva che, in sede di accertamento al passivo dei crediti insinuati dal concessionario, il credito per aggio, non essendo riconducibile a spese dell’esecuzione, non può in alcun modo essere considerato inerente al tributo riscosso e non è, pertanto, assistito dal relativo privilegio.
In conclusione, questa Corte cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, ammette al passivo del fallimento, al rango privilegiato, ex art. 2752 cod. civ., il credito IRAP.

 

Prorogata la scadenza del 770/2016

 

1 AGO 2016 Come per le migliori tradizioni, allo scadere del termine orginario (31/07) arriva la proroga ufficiale della scadenza per la presentazione del Modello 770/2016. Il D.P.C.M. datato 26 luglio 2016 che stabilisce il differimento del termine al 15 settembre 2016, infatti, è stato pubblicato con la Gazzetta Ufficiale n. 176 del 29 luglio 2016.

I sostituti d’imposta, dunque, possono adempiere regolarmente alla presentazione della dichiarazione relativa all’anno 2015, trasmettendo il Modello 770/2016, sia Semplificato che Ordinario, in via telematica all’Agenzia delle Entrate entro il 15 settembre 2016.
Alla compilazione ed all’invio del Modello 770/2016 Semplificato sono tenuti i sostituti d’imposta, comprese le Amministrazioni dello Stato, per comunicare in via telematica all’Agenzia delle Entrate i dati fiscali relativi alle ritenute operate nell’anno 2015, i versamenti e le eventuali compensazioni effettuate nonché il riepilogo dei crediti, riguardanti le somme corrisposte a titolo di redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, indennità di fine rapporto, prestazioni in forma di capitale erogate da fondi pensione, redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi, già certificati e trasmessi telematicamente con il Modello CU2016.
Il Modello 770 Ordinario, invece, deve essere utilizzato dai sostituti d’imposta, dagli intermediari e dagli altri soggetti che intervengono in operazioni fiscalmente rilevanti, tenuti, sulla base di specifiche disposizioni normative, a comunicare i dati relativi alle ritenute operate su dividendi, proventi da partecipazione, redditi di capitale erogati nell’anno 2015 od operazioni di natura finanziaria effettuate nello stesso periodo, nonché i dati riassuntivi relativi alle indennità di esproprio e quelli concernenti i versamenti effettuati, le compensazioni operate e i crediti d’imposta utilizzati.


Gli effetti della proroga, però, si estendono anche ad altri importanti adempimenti:
– grazie al differimento del termine, infatti, i sostituti d’imposta hanno tempo fino al 15 settembre 2016 anche per regolarizzare eventuali omessi versamenti di ritenute beneficiando dell’istituto del ravvedimento operoso con l’applicazione di sanzioni ridotte;
– inoltre, sarà possibile effettuare entro il 15 settembre 2016 anche la presentazione in via telematica all’Agenza delle Entrate delle Certificazioni Uniche (CU2016) contenenti esclusivamente redditi non dichiarabili mediante il modello 730 (come i redditi di lavoro autonomo non occasionale). Anche per quest’anno, infatti, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che non sono applicate sanzioni per le CU2016 che presentano le predette caratteristiche, trasmesse oltre il termine previsto del 7 marzo 2016, purchè la presentazione avvenga entro il termine previsto per la presentazione del modello 770 Semplificato.

 

Spetta al fisco riconoscere la natura commerciale delle ASD

 


Compete al fisco disconoscere i benefici fiscali previsti per le associazioni sportive dilettantistiche (ASD) qualora l’attività istituzionale non sia prevalente rispetto a quella commerciale (Corte di cassazione – ordinanza 26 luglio 2016, n. 15479).

In relazione alla regola attinente al riparto dell’onere della prova, spetta al contribuente dimostrare il possesso dei requisiti di legge che consentono di poter fruire dei benefici fiscali, mentre, spetta all’amministrazione finanziaria dimostrare l’esistenza di elementi che escludono il godimento di detti benefici.


Lo svolgimento di attività commerciale prevalente rispetto a quella istituzionale, che esclude il godimento dei benefici fiscali, deve essere quindi dimostrata dal fisco sulla base di elementi concreti e provati.


L’associazione sportiva dilettantistica deve invece dimostrare la sussistenza di quei elementi costitutivi che attribuiscono il diritto all’esenzione.

 

La prescrizione dei rimborsi IRAP

 


Il termine per il rimborso IRAP decorre dalla data dell’effettivo versamento del tributo (Corte di Cassazione, con ordinanza 27 luglio 2016, n. 15530).

La Suprema Corte accoglie il ricorso dell’Agenzia delle entrate, avverso la decisione della CTR che riteneva la tempestività della domanda di rimborso IRAP del professionista, decorrendo la stessa dalla data della sentenza del giudice costituzionale, in forza dei principi in tema di overrulling.
Secondo la Cassazione, è del tutto errato il richiamo operato dalla CTR all’applicazione del c.d. overrulling in ragione dell’affidamento che il contribuente avrebbe goduto in epoca anteriore alla pronunzia della Corte costituzionale in ordine alla debenza del tributo, sì da poter fruire del termine di decadenza decorrente da tale decisione con la quale sarebbe stata chiarita, con efficacia interpretativa vincolante, l’insussistenza del tributo in assenza del presupposto dell’esercizio di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi.
Non basta che il Giudice delle leggi definisca una certa interpretazione come costituzionalmente obbligata e la sola compatibile con le norme della Costituzione perché questa possa imporsi all’osservanza dei giudici, essendo questi ultimi tenuti autonomamente a verificare, con l’uso di tutti gli strumenti ermeneutici dei quali dispongono, se la norma possa realmente assumere quel significato e quella portata; e, qualora le premesse ermeneutiche della soluzione proclamata costituzionalmente obbligata travalichino i limiti dell’interpretazione letterale-logico-sistematica, i giudici hanno il dovere di non attenersi a quella soluzione, per la decisiva ragione che, in caso contrario, disapplicherebbero una norma vigente e arrecherebbero un vulnus ai principi di legalità e di soggezione alla legge.
Pertanto, la CTR ha errato nel far decorrere il termine di decadenza per il rimborso reclamato dal contribuente dall’epoca della sentenza della Corte costituzionale che aveva tratteggiato i presupposti per l’assoggettabilità ad IRAP dell’attività libero professionale e non da quella del versamento del tributo.

 

La decadenza del diritto al rimborso decorre dalla data di versamento dell’imposta

 


Nel caso in cui un’imposta venga dichiarata incompatibile con il diritto comunitario da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, il termine di decadenza per l’esercizio del diritto al rimborso decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento comunitario (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 28 luglio 2016, n. 15752)

Nella fattispecie posta all’esame della Suprema Corte l’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza con cui la CTR Liguria, riformando la sentenza della CTP di Genova, ha accolto la domanda di rimborso IRPEF avanzata dal contribuente con riferimento alle ritenute effettuate dal suo datore di lavoro sulle somme corrisposte quale incentivo alle dimissioni; la domanda era basata sul contrasto, accertato con la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 21.7.05, in causa C-207/04, tra la Direttiva comunitaria 76/207 CE e la disposizione dettata dall’articolo 19, comma 4 bis, del TUIR.
Secondo la CTR l’applicazione dell’art. 38 del DPR n. 602/1973 non può che decorrere, nel caso di specie, appunto dalla data di pubblicazione della sentenza della Corte di Giustizia o addirittura da quello successivo della data di pubblicazione dell’ordinanza con la quale la questione relativa al trattamento fiscale degli emolumenti ha trovato definitiva soluzione (atteso che il diritto al rimborso era venuto ad esistere a seguito dell’intervento della Corte di Giustizia), sicché poi doveva considerarsi tempestiva la domanda di rimborso concretamente proposta.
L’Agenzia censura la sentenza gravata denunciando la violazione dell’articolo 38 del DPR 602/73 in cui la CTR sarebbe incorsa ancorando la decorrenza del termine decadenziale previsto da tale disposizione non alla data del versamento indebito ma alla data del deposito della pronuncia della Corte di Giustizia Europea con cui era stata dichiarata la contrarietà al diritto comunitario della disciplina nazionale ed in specie della disciplina di tassazione agevolata prevista nell’art. 19 del TUIR.
La Cassazione ritiene il motivo fondato e da accogliersi. A tal proposito, già una precedente sentenza della Suprema Corte aveva affermato che nel caso in cui un’imposta venga dichiarata incompatibile con il diritto comunitario da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, il termine di decadenza previsto dalla normativa tributaria (per le imposte sui redditi, articolo 38 d.P.R. n. 602 del 1973) per l’esercizio del diritto al rimborso, attraverso la presentazione di apposita istanza, decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento comunitario.
La Corte di Cassazione conclude che il ricorso merita accoglimento, con la cassazione della sentenza gravata; poiché da tale ultima sentenza risulta che la domanda di rimborso del contribuente era intervenuta oltre 48 mesi dopo l’effettuazione della ritenuta alla fonte che ne costituiva l’oggetto, la causa può essere decisa nel merito con il rigetto della domanda medesima.