Il trasferimento fuori termine comporta la revoca dei benefici “prima casa”

 

In materia di benefici “prima casa” non è applicabile l’esimente del fatto non imputabile al contribuente per evitare la decadenza dai benefici nell’ipotesi di mancato rispetto del termine previsto per il trasferimento della residenza nel Comune in cui è ubicata l’abitazione agevolata. Questo il nuovo principio affermato dalla Corte di Cassazione con la Sentenza n. 2616 del 10 febbraio 2016. 

IL FATTO

L’Agenzia delle Entrate notificava al contribuente avviso di liquidazione per la revoca delle agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa, accordategli all’atto della tassazione della compravendita, a causa dell’omesso trasferimento della propria residenza, nel termine perentorio di diciotto mesi previsto dalla normativa, nel Comune dove è ubicato l’immobile acquistato.
Il contribuente impugnava la revoca dei benefici fiscali sostenendo la sussistenza di una causa forza maggiore ostativa all’adempimento dell’obbligo di trasferimento, determinata dal sopravvenuto fallimento della società costruttrice dell’immobile, che aveva ostacolato il corso delle procedure amministrative funzionali al cambiamento della residenza.
Aderendo ad un consistente orientamento della Corte di Cassazione, il giudice tributario ha rilevato nelle motivazioni del contribuente l’esimente della causa di forza maggiore ed ha disposto l’annullamento dell’atto con il quale il Fisco aveva revocato i benefici fiscali “prima casa”.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Su ricorso dell’Amministrazione finanziaria che ha eccepito la possibilità di reperire modalità alternative di fissazione della residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile agevolato, la Corte di Cassazione si è pronunciata riformando la decisione del giudice tributario, con una netta revisione del prevalente orientamento secondo è ravvisabile una causa esimente dell’obbligo di trasferimento della residenza nel termine perentorio di 18 mesi dalla data di acquisto, nei fatti impeditivi sopravvenuti non imputabili al contribuente (causa di forza maggiore).
In particolare, i giudici della Suprema Corte hanno affermato il principio secondo il quale “qualora sia riconosciuta all’acquirente l’agevolazione prima casa, a condizione che egli stabilisca la propria residenza nel territorio del Comune dove si trova l’immobile acquistato nei 18 mesi successivi all’acquisto, il trasferimento è onere che conforma un potere dell’acquirente e che va esercitato nel suindicato termine a pena di decadenza, sul decorso della quale nessuna rilevanza va riconosciuta ad impedimenti sopravvenuti, anche se non imputabili all’acquirente”.

 

Il rimborso Irpef decade in caso di norma in contrasto con il diritto UE

 

11 febbraio 2016 La Cassazione con ordinanza 09 febbraio 2016, n. 2590 afferma che il termine di decadenza per il rimborso delle imposte sui redditi, decorrente dalla “data del versamento” o da quella in cui “la ritenuta è stata operata”, opera anche nel caso in cui l’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione europea da una sentenza della Corte di giustizia

La controversia posta all’esame della Suprema Corte ha ad oggetto l’impugnativa da parte del lavoratore contro l’Agenzia delle Entrate del diniego di rimborso delle ritenute Irpef effettuate dal datore di lavoro in sede di definizione anticipata del rapporto di lavoro a titolo di incentivo all’esodo.
La CTR aveva accolto l’appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP che ne aveva respinto il ricorso. Di conseguenza l’Agenzia ricorre in Cassazione per la violazione e falsa applicazione dell’art. 38 del dpr 602/73 in relazione all’art. 360,1 comma n. 3 c.p.c. laddove la CTR ha ritenuto tempestiva l’istanza di rimborso.
Al riguardo, la Corte di Cassazione afferma che il termine di decadenza per il rimborso delle imposte sui redditi, previsto dall’art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 e decorrente dalla “data del versamento” o da quella in cui “la ritenuta è stata operata”, opera anche nel caso in cui l’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione europea da una sentenza della Corte di giustizia, atteso che l’efficacia retroattiva di detta pronuncia incontra il limite dei rapporti esauriti, ipotizzabile allorché sia maturata una causa di prescrizione o decadenza, trattandosi di istituti posti a presidio del principio della certezza del diritto e delle situazioni giuridiche. Né, per giustificare la decorrenza del termine decadenziale del diritto al rimborso dalla data della pronuncia della Corte di giustizia, piuttosto che da quella in cui venne effettuato il versamento o venne operata la ritenuta sono invocabili i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di “overruling”, dovendosi ritenere prevalente una esigenza di certezza delle situazioni giuridiche, tanto più cogente nella materia delle entrate tributarie, che resterebbe vulnerata attesa la sostanziale protrazione a tempo indeterminato dei relativi rapporti. Nessun rilievo va conferito alla circostanza che la ritenuta sia stata effettuata sulla ritenuta d’acconto, non venendo in considerazione le ipotesi eccettuative nelle quali la giurisprudenza ha ritenuto che si debba fare riferimento alla data del versamento del saldo.
La Corte pertanto accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rigetta il ricorso proposto dal contribuente avverso il diniego di rimborso.

 

Impianti e reimpianti viticoli: pronte le modalità di autorizzazione

 

Fornite le procedure e le modalità di autorizzazione per i nuovi impianti e per i reimpianti viticoli valevoli fino al 31 dicembre 2030 (Ministero Politiche agricole alimentari e forestali – Decreto 15 dicembre 2015).

Le domande per le autorizzazioni dei nuovi impianti devono essere presentate al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali dal 15 febbraio al 31 marzo di ogni anno in modalità telematica e mediante il SIAN (Sistema informativo agricolo nazionale). Nella stessa domanda possono essere richieste più autorizzazioni per vigneti da impiantare anche in regioni differenti.
Tali richieste sono considerate ammissibili se dal fascicolo aziendale del richiedente risulta in conduzione una superficie agricola pari o superiore a quella per la quale è richiesta l’autorizzazione. Se ammissibili, quindi, le richieste di autorizzazione sono raccolte a livello nazionale nell’ambito del SIAN entro il 30 aprile di ogni anno e rilasciate dalle Regioni competenti entro il 1° giugno di ogni anno sulla base dell’elenco trasmesso dal Ministero.

Le autorizzazioni per reimpianti sono invece concesse ai produttori che estirpano una superficie vitata e che presentano una richiesta alle Regioni competenti. Quelle per reimpianto di superfici estirpate dopo il 1° gennaio 2016 sono presentate alle Regioni in qualunque momento dell’anno entro la fine della seconda campagna viticola successiva all’estirpazione. Nel caso di reimpianto anticipato le domande comprendono inoltre l’impegno di estirpare la superficie vitata entro la fine del quarto anno dalla data in cui le nuove viti sono state impiantate.

Entrambe le autorizzazioni, di nuovi impianti e di reimpianti, sono gratuite e hanno una validità di tre anni a partire dalla data di rilascio.

 

Tassazione del TFM anche in caso di rinuncia

 

In caso di rinuncia da parte dell’amministratore dell’indennità di fine mandato, quest’ultima è comunque soggetta a tassazione, in quanto l’atto con cui l’amministratore dichiara di non voler fruire del compenso fa presupporre la maturazione e il conseguimento giuridico di un credito, da assoggettare a ritenuta fiscale (Cassazione – Ordinanza n. 1335 depositata il 26 gennaio 2016).

La Suprema Corte con l’ordinanza in oggetto ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, confermando tra l’altro quanto già espresso in una precedente pronuncia (sentenza n. 26842 del 18 dicembre 2014).
La CTR aveva respinto l’appello dell’Agenzia, appello proposto contro la sentenza della CTP che aveva annullato quattro avvisi di accertamento con cui si assumevano assoggettabili a ritenuta d’imposta per IRPEF le rinunce alle indennità di fine mandato da parte di due soci- amministratori, rinunce per effetto delle quali le somme spettanti a tali titoli erano refluite nel patrimonio della società.
Al riguardo, la Cassazione ribadisce che la rinuncia al credito da parte del socio costituisce una prestazione che viene ad aumentare il patrimonio della società e può comportare anche l’aumento del valore delle sue quote sociali. In tale contesto, allora, appare corretto ritenere che la rinuncia del credito da parte di un socio sia espressione della volontà di patrimonializzare la società e che, pertanto, non possa essere equiparata alla remissione di un debito da parte di un soggetto estraneo alla compagine sociale.
In altri termini, la rinuncia presuppone, il conseguimento del credito il cui importo, anche se non materialmente incassato, viene comunque “utilizzato”, sia pure con atto di disposizione avente natura di rinuncia.
Consegue quindi che, in caso di compensi di lavoro autonomo spettanti al socio, la rinuncia operata dal socio medesimo presuppone logicamente la maturazione ed il conseguimento del credito vantato, con ineludibile soggezione al regime fiscale conseguente, in capo al socio creditore.
Altrimenti operando, si permetterebbe alla società di beneficiare di accantonamenti fiscalmente dedotti nel corso dei singoli periodi di imposta che non scontano alcuna imposizione fiscale, nonostante producano l’effetto ultimo di incrementare il costo della partecipazione e perciò di generare reddito, che finirebbe per rimanere esente da imposizione.

 

Il Fisco sanziona in caso di tardivo pagamento della bolletta del cellulare

 

Il ritardo nel pagamento della bolletta telefonica del cellulare da’ vita ad una violazione tributaria che legittima il Fisco all’irrogazione delle sanzioni amministrative. Questo il principio di fondo espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 1713 del 2016 che ha ritenuto legittimo l’atto di irrogazione delle sanzioni per il tardivo versamento della tassa di concessione governativa sui servizi telefonici cellulari e radiomobili.

In base alla normativa recata dall’art. 21 della Tariffa allegata al DPR n. 641 del 1972 in materia di tassa di concessione governativa, per la licenza o il documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre (telefoni cellulari e radiomobili) la tassa è dovuta con riferimento al numero di mesi di utenza considerati in ciascuna bolletta, congiuntamente al canone di abbonamento, in misura fissa mensile, diversa in ragione del tipo di utenza (“residenziale” o “affari”).
Con riferimento al termine di scadenza per il pagamento della suddetta tassa da parte dell’utente del servizio di telefonia, i giudici della Suprema Corte hanno evidenziato che esso deve ritenersi coincidente con quello pattuito per il pagamento del canone contrattuale, in virtù del collegamento operato dalla norma tra il tributo ed il numero di mesi considerati in ciascuna bolletta, atteso che l’avverbio “congiuntamente”, utilizzato nella disposizione normativa, non si riferisce solo alle modalità di versamento del tributo, ma anche al termine di pagamento, determinato per relationem in rapporto a quello previsto per le singole bollette emesse dal gestore.
In conclusione, atteso che la tassa in questione è dovuta dall’utente che abbia concluso un contratto di diritto privato col gestore della rete, unitamente al canone d’abbonamento, avendo quale suo presupposto l’impiego del telefono e non la fornitura del servizio, e che il gestore svolge una mera funzione di riscossione del tributo per conto dell’Erario, ne consegue che il pagamento della bolletta telefonica effettuato oltre il termine di scadenza, costituisce allo stesso tempo ritardo nel pagamento della relativa tassa di concessione governativa, legittimando la contestazione della violazione e l’irrogazione della sanzione da parte del Fisco.