Omesso versamento IVA: punibile anche il nuovo amministratore

 

Con la sentenza n. 4631 del 4 febbraio 2016, la Corte di Cassazione ha affermato che in caso di omesso versamento dell’IVA dovuta da una società di capitali, risponde del reato tributario anche il nuovo amministratore che, subentrando prima della scadenza, non ha svolto un preventivo controllo contabile sugli ultimi adempimenti fiscali.

IL FATTO

L’amministratore della società di capitali, imputato per il reato di omesso versamento dell’IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale per un importo superiore a 400.000 euro, è stato condannato alla pena di sette anni di reclusione.
A propria difesa, l’amministratore ha eccepito di essere stato nominato con delibera di assemblea dei soci solo a fine settembre e, di conseguenza, non avrebbe avuto a disposizione il tempo sufficiente a reperire le somme necessarie ad assolvere il debito tributario, considerato che il termine per il versamento dell’IVA è scaduto il 27 dicembre successivo.
I giudici del tribunale, invece, hanno ravvisato la responsabilità penale del nuovo amministratore per il reato di omesso versamento, ritenendo che il periodo di tempo intercorso tra la nomina e la scadenza del termine deve ritenersi sufficiente ad adempiere all’obbligo tributario.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

In base alla normativa vigente, per le inadempienze delle società di capitali che configurano reati tributari, la responsabilità penale corrispondente è attribuita all’amministratore ovvero a coloro che rappresentano e gestiscono l’ente.
Con specifico riferimento all’ipotesi di reato per omesso versamento dell’IVA, la norma sanziona chi non versa l’imposta dovuta in base alla dichiarazione annuale entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, ossia entro il 27 dicembre. Dunque, affinché possa essere rilevata la consumazione del reato occorre che l’omissione del versamento dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento.
Su ricorso presentato dall’amministratore imputato, la Corte di Cassazione, confermando la condanna disposta dal tribunale, ha precisato che gli amministratori di società di capitali sono tenuti a sottoscrivere e presentare la dichiarazione annuale ai fini IVA adempiendo agli obblighi conseguenti.
Tuttavia, con specifico riferimento al reato di omesso versamento è imputabile anche il soggetto che, subentrando ad altri nella carica di amministratore o liquidatore della società, dopo la presentazione della dichiarazione d’imposta e prima della scadenza del versamento, omette di versare all’Erario le somme dovute sulla base della dichiarazione medesima, senza compiere il previo controllo di natura puramente contabile sugli ultimi adempimenti fiscali.
Ciò in quanto, attraverso la condotta di omesso controllo il nuovo amministratore si espone volontariamente a tutte le conseguenze che possono derivare da pregresse inadempienze.

 

Termine per impugnare la notifica tramite posta

 

In presenza di atti tributari notificati tramite servizio postale, in caso di mancato recapito della raccomandata all’indirizzo del destinatario, la notifica si perfeziona decorsi dieci giorni dalla data di rilascio dell’avviso di giacenza o dalla data di ritiro del piego, se anteriore (Corte di cassazione – sentenza 2 febbraio 2016 n. 2047).

L’Agenzia delle Entrate ricorre contro il contribuente per la cassazione della sentenza con cui la CTR, riformando la decisione di primo grado, ha annullato l’avviso di accertamento con cui l’Ufficio aveva rettificato i redditi del contribuente.
In particolare, la CTR ha disatteso l’eccezione dell’Ufficio di tardività del ricorso introduttivo del contribuente. In proposito il giudice territoriale ha accertato in fatto che il plico postale contenente l’atto impositivo era stato ritirato dal contribuente presso l’ufficio postale in un dato giorno e che da questo (e non dalla data – anteriore – in cui era spirato il termine di dieci giorni dall’invio della raccomandata contenente l’avviso di giacenza) occorreva ancorare il dies a quo del termine per l’impugnazione. Secondo la difesa erariale la decisione gravata violerebbe la disposizione, contenuta nel quarto comma dell’articolo 8 l. 890/82, alla cui stregua “La notificazione si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data di spedizione della lettera raccomandata di cui al secondo comma ovvero dalla data del ritiro del piego, se anteriore”.

La Cassazione accoglie il ricorso ritenendo che in tale fattispecie la citata norma vada applicata non direttamente ma analogicamente, peraltro, poiché il regolamento del servizio di recapito adottato non prevede la spedizione di una raccomandata contenete l’avviso di giacenza, ma soltanto il rilascio dell’avviso di giacenze, la regola da applicare per individuare la data di perfezionamento della notifica ex art. 14 I. 890/82, in caso di mancato recapito della raccomandata all’indirizzo del destinatario, è quella che la notificazione si ha per eseguita decorsi dieci giorni dalla data del rilascio dell’avviso di giacenza (o, nel caso o in cui l’agente postale abbia, ancorché non tenuto, trasmesso l’avviso di giacenza tramite raccomandata, dalla data di spedizione di quest’ultima), ovvero dalla data del ritiro del piego, se anteriore. Poiché la sentenza gravata ha fatto applicazione della diversa regola secondo cui la notificazione si avrebbe per eseguita dalla data del ritiro del piego, anche se posteriore al decorso di dieci giorni dalla data di spedizione della raccomandata contenete l’avviso di giacenza, la stessa va cassata con rinvio.

 

Amministratori giudiziari: ecco come iscriversi all’Albo

 

Definite le modalità e le procedure da seguire per la presentazione della domanda d’iscrizione all’Albo degli amministratori giudiziari (Ministero Giustizia – decreto 26 gennaio 2016).

La fase d’iscrizione all’Albo degli amministratori giudiziari richiede il possesso di una PEC (Posta elettronica certificata) e l’autenticazione al Portale dei servizi telematici disponibile sul sito del Ministero della Giustizia.
Una volta autenticati è possibile accedere alla propria area riservata e procedere alla compilazione della domanda d’iscrizione che poi, insieme agli allegati richiesti, va scaricata, sottoscritta digitalmente e inviata al sistema informatico per la sua trattazione in modalità on line.
Tra gli allegati bisogna inserire anche la ricevuta del versamento che comprova l’avvenuto pagamento del contributo d’iscrizione comprensivo della quota relativa anche alla tenuta dell’albo che può essere versato con:
– modalità telematiche, in conto corrente postale intestato alla tesoreria di Stato;
– bonifico bancario;
– altri sistemi telematici di pagamento ovvero con carte di debito, di credito o prepagate o con altri mezzi di pagamento con moneta elettronica disponibili nel circuito bancario o postale.

Mediante PEC è comunicato l’esito dell’istruttoria d’iscrizione.
Accedendo all’area riservata è possibile, oltre all’integrazione dei documenti richiesti, effettuare eventuali comunicazione al responsabile dell’Albo.

 

Coniugi in comunione legale: redditi da locazione al 50%

 

La Corte di Cassazione con la sentenza 11 febbraio 2016 ha affermato che i redditi dei beni che formano oggetto della comunione legale sono imputati a ciascuno dei coniugi per metà del loro ammontare netto

La locatrice propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della CTR, con la quale è stato accolto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione della CTP che aveva accolto il ricorso della contribuente ad impugnazione di avviso di accertamento per IRPEF, avviso adottato sulla premessa che la contribuente non avesse dichiarato un reddito da locazione di immobile diverso da abitazione, trattasi di un lastrico solare, di cui la stessa risultava essere comproprietaria in comunione con il marito e che la stessa aveva concesso in locazione.
Con la sentenza impugnata la CTR, dato atto che risultava provata la comproprietà dell’immobile in capo ai coniugi, ha evidenziato che il contratto di locazione era stato stipulato dalla sola moglie che aveva anche dichiarato di avere la piena e completa disponibilità dell’immobile, risultando pure che il canone doveva essere accreditato su un conto corrente intestato alla locatrice.
La moglie, d’altronde, non aveva comprovato la effettiva ripartizione del menzionato reddito tra lei ed il coniuge. Ciò posto, la CTR, argomentava nel senso che non si potesse presumere la ripartizione del reddito in argomento tra i coniugi e per il solo fatto che il bene risultasse cointestato, “in presenza della prova contraria fornita dagli articoli citati del contratto di locazione”, donde si evinceva che il canone era da attribuire alla sola moglie, cui pure andava imputata la omessa denuncia ai fini fiscali.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della contribuente richiamando l’art. 4 del tuir nella parte in cui dispone che “i redditi dei beni che formano oggetto della comunione legale di cui agli artt. 177 e seguenti del codice civile sono imputati a ciascuno dei coniugi per metà del loro ammontare netto o per la diversa quota stabilita ai sensi dell’art. 210 dello stesso codice.”.
Il menzionato art. 4 prevede, infatti, una imputazione necessaria dei redditi in parola, con la sola deroga riservata alla eventuale previsione di modifiche convenzionali stipulate a mente dell’art. 210 c.c., sicché altre pattuizioni, per di più intervenute con terzi estranei alla comunione legale, non sono idonee a modificare l’imputazione legale dei redditi ai fini fiscali. In presenza degli indicati presupposti di fatto, non avrebbe potuto il giudice del merito pretermettere l’applicazione della menzionata regola di legge per dare rilievo ad una pattuizione che non può avere efficacia di deroga rispetto alla disciplina imperativa contemplata dalla norma fiscale che, si ripete, per i redditi dei beni che appartengono alla comunione coniugale trova limite nella sola stipulazione della comunione convenzionale.

 

Ok all’esercizio di due distinte attività di estetista nel medesimo locale

 

Il titolare di un centro estetico può consentire l’utilizzo dei propri spazi ad altri estetisti imprenditori in possesso dei requisiti professionali, verso pagamento di un determinato corrispettivo, mediante il “contratto di affitto di cabina” (Ministero dello Sviluppo Economico – Parere n. 35008/2016).

Il contratto di affitto di cabina ha per oggetto esclusivamente l’utilizzo degli spazi e non anche l’utilizzo, per ovvie ragioni igienico-sanitarie, delle attrezzature e degli strumenti dell’attività. In altre parole, è vietato l’uso promiscuo dei medesimi strumenti utilizzati dal concedente da parte dell’affittuario.
Il suddetto rapporto contrattuale consente quindi lo svolgimento nel medesimo locale dell’attività di estetista da parte di due distinte imprese ma a condizione che ciascuna di esse individui un diverso responsabile tecnico per lo svolgimento dell’attività, il quale deve essere presente durante lo svolgimento dell’attività medesima.
Il professionista che mediante tale tipologie di contratto esercita la propria attività in altra sede è tenuto alla presentazione di apposita Segnalazione Certificata di Inizio Attività (S.C.I.A.) al comune competente per territorio.

Inoltre, poiché l’attività di estetista può essere svolta anche unitamente all’attività di barbiere o parrucchiere, purché in presenza dei relativi requisiti abilitativi, il titolare del centro estetico abilitato anche all’attività di acconciatore, può consentire l’utilizzo dei suoi spazi anche agli acconciatori abilitati mediante il “contratto di affitto di poltrona”. In tal caso, però, è necessario l’adeguamento dei locali all’esercizio di entrambe le attività, sia in termini di spazi che di conformità igienico-sanitarie.