Comunicazioni per la promozione dell’adempimento spontaneo negli studi di settore

 


Il Fisco individua le anomalie nei dati degli studi di settore, afferenti il triennio di imposta 2014-2016, che sono comunicate ai contribuenti interessati mediante pubblicazione nel proprio “Cassetto Fiscale”, consultabile accedendo al sito internet dell’Agenzia delle entrate (Agenzia delle entrate con il provvedimento 18 giugno 2018, n. 121001).

E’ stata approvata la specifica tecnica con cui sono individuate, per il triennio 2014-2015-2016, le tipologie di anomalie nei dati degli studi di settore. Le comunicazioni di anomalia, elaborate sulla base dei criteri indicati nella specifica tecnica di cui al precedente periodo, sono pubblicate nel “Cassetto Fiscale” dei soggetti interessati, consultabile accedendo al sito internet dell’Agenzia delle entrate.
Tali comunicazioni di anomalie sono trasmesse dall’Agenzia delle Entrate, via Entratel, all’intermediario, se il contribuente ha effettuato questa scelta al momento della presentazione di REDDITI 2017, per il periodo di imposta 2016, e se tale intermediario ha accettato, nella medesima dichiarazione, di riceverle.
Nel caso in cui il contribuente non abbia delegato l’intermediario a ricevere le comunicazioni di anomalie, l’Agenzia delle entrate comunica agli indirizzi di Posta Elettronica Certificata – attivati dai contribuenti – che la sezione degli studi di settore del “Cassetto fiscale” è stata aggiornata.
Inoltre, per i contribuenti abilitati ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate viene visualizzato un avviso personalizzato nell’area autenticata e inviato, ai riferimenti dallo stesso indicati, un messaggio di posta elettronica e/o tramite Short Message Service, con cui è data comunicazione che la sezione degli studi di settore del “Cassetto fiscale” è stata aggiornata con l’invio delle citate comunicazioni di anomalie.


 


 

 

Acquisto prima casa in comunione: per i benefici serve la dichiarazione di entrambi

 

Con la recente Ordinanza n. 14326 del 5 giugno 2018, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo il quale, ai fini del riconoscimento dei benefici fiscali “prima casa”, in caso di acquisto dell’abitazione per effetto del regime di comunione legale, anche il coniuge non intervenuto al rogito è tenuto a rendere la manifestazione di volontà e le corrispondenti attestazioni prescritte dalla normativa in materia.

FATTO


Il contribuente, coniugato in regime di comunione legale, ha acquistato l’immobile da adibire a residenza familiare beneficiando delle agevolazioni fiscali cd. “prima casa”, con il riconoscimento dell’applicazione dell’aliquota IVA ridotta al 4 per cento. Al rogito non ha partecipato il coniuge del contribuente che, quindi, non ha reso la manifestazione di volontà e le prescritte dichiarazioni propedeutiche al riconoscimento dei benefici.
Il Fisco ha notificato al contribuente avviso di liquidazione per il recupero della maggiore IVA conseguente alla revoca dei benefici, in considerazione dell’assenza della manifestazione di volontà da parte del coniuge non intervenuto al rogito.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente ritenendo sufficiente, ai fini dell’agevolazione, la destinazione dell’immobile a residenza familiare in cui uno dei coniugi avesse la propria residenza.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, accogliendo l’appello dell’Amministrazione finanziaria, secondo la quale per effetto del regime di comunione legale le dichiarazioni prescritte dalla disciplina di favore dovevano essere rese anche dal coniuge non intervenuto nell’atto di acquisto.
I giudici della Suprema Corte hanno precisato che per il godimento delle agevolazioni fiscali cd. “prima casa” occorre che l’acquirente dichiari in seno all’atto di acquisto di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l’immobile da acquistare, e di non averne in precedenza, fruito, neppure pro quota, in riferimento all’intero territorio nazionale.
Quando l’acquisto viene effettuato da un coniuge in regime di comunione legale, esso estende i suoi effetti anche al coniuge che non partecipa all’acquisto, proprio in ragione della comunione.
In assenza di una specifica deroga, dunque, anche l’acquisto per effetto del regime di comunione legale resta soggetto alle prescrizioni previste per il riconoscimento dei benefici fiscali.
In conclusione, afferma la Suprema Corte, nel caso d’acquisto di un fabbricato con richiesta delle agevolazioni prima casa, da parte di un soggetto coniugato in regime di comunione legale dei beni, le dichiarazioni prescritte dalla legge devono riguardare non solo il coniuge intervenuto nell’atto ma, anche, quello non intervenuto e devono essere necessariamente rese da quest’ultimo.

 

Redditometro: necessaria la prova analitica per superare la presunzione

 


In materia di accertamento sintetico dell’IRPEF, ricade sul contribuente la prova documentale ed è ancorata a fatti oggettivi che dimostri l’entità dei redditi percepiti (Corte di Cassazione – Ordinanza 15 giugno 2018, n. 15841).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dalla contribuente avverso la sentenza della CTR, impugnando l’avviso di accertamento, con il quale veniva rilevato, con metodo sintetico, un maggior reddito imponibile ai fini IRPEF.
In particolare la CTR, in linea con la decisione della CTP, deduceva che in un presunto acquisto di quote societarie, su cui si fondava l’accertamento, il pagamento del prezzo era, in realtà, simulato, per cui tale somma non era effettivamente in suo possesso, affermando che l’accertamento si basava su una presunzione semplice che doveva essere superata da prova contraria, e dichiarava inammissibile il motivo relativo al mancato contraddittorio in quanto domanda nuova proposta per la prima volta in appello.
Per la cassazione la CTR non ha motivato sulla ragione per cui gli elementi addotti dalla contribuente dovevano ritenersi inidonei a superare la presunzione semplice operante in favore dell’ufficio. Questo, naturalmente, non significa che nel merito la tesi del contribuente sia fondata, ma integra il vizio dedotto. La sentenza impugnata, infatti, si limita a richiamare un principio generale, secondo cui in tema di accertamento sintetico l’ufficio può avvalersi di presunzioni semplici ed è onere del contribuente dimostrare che gli elementi che fondano la presunzione semplice non sono idonei a far ritenere provati i fatti da cui deriva l’accertamento del maggior reddito, ma nulla dice sulla sua applicazione al caso concreto, neppure con motivazione per relationem, limitandosi alla affermazione secondo cui “la CTP ha fatto corretta applicazione di tale principio”, senza ulteriori specificazioni in relazione alla situazione in esame.
Né la suddetta formulazione consente di ravvisare, nella specie, una motivazione implicita in base alla quale si possa ritenere che la CTR abbia inteso affermare che gli elementi addotti dal contribuente erano inidonei a superare la presunzione, atteso che la motivazione implicita presuppone che le argomentazioni non espresse siano state affrontate, superate e logicamente contenute nelle argomentazioni che, invece, sono state espresse. Nella specie, al contrario, si è in presenza della mera affermazione di un principio e della generica affermazione di corretta applicazione dello stesso da parte della CTP, senza alcun riferimento agli elementi del caso concreto, e ciò non dà alcuna garanzia del fatto che la CTR abbia affrontato ed implicitamente risolto la questione prospettata dal contribuente, essendo tale formulazione del tutto compatibile anche con un omesso esame degli elementi da quest’ultimo addotti.

 

IVA: è sufficiente la conoscibilità della “frode carosello” per escludere la detrazione

 

La Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui l’IVA su operazioni di acquisto da un’azienda cd. “cartiera” è indetraibile anche quando il cessionario, pur essendo estraneo alle condotte evasive, sia colpevole in relazione alla mera conoscibilità del sistema fraudolento da elementi indiziari. In tal caso è irrilevante che il cessionario non abbia conseguito un effettivo vantaggio (Ordinanza 30 maggio 2018, n. 13545)

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti della società contribuente per il recupero dell’IVA indetraibile in relazione ad acquisti effettuati da un’azienda cd. “cartiera”, inserita in un sistema fraudolento di cd. “frode carosello”, ritenendo in via presuntiva, sulla base degli elementi indiziari, che il cessionario fosse a conoscenza della situazione di fatto.
I giudici tributari hanno disposto l’annullamento dell’avviso di accertamento ritenendo che l’Amministrazione finanziaria, con le prove indiziarie fornite, non avesse assolto l’onere di prova a proprio carico.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Accogliendo il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha invece affermato che qualora il Fisco contesti la detrazione dell’IVA in relazione ad una cd. “frode carosello”, ha l’onere di provare, anche a mezzo di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, gli elementi di fatto attinenti al cedente (la sua natura di “cartiera”, l’inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’I.V.A.) e la connivenza da parte del cessionario, indicando gli elementi oggettivi che, tenuto conto delle concrete circostanze, avrebbero dovuto indurre un normale operatore a sospettare dell’irregolarità delle operazioni.
Il contribuente che ha portato in detrazione l’IVA, invece, ha l’onere di provare di aver concluso realmente l’operazione con il cedente o di essersi trovato nella situazione di oggettiva impossibilità, nonostante l’impiego della dovuta diligenza, di abbandonare lo stato d’ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni. A tal fine, non è sufficiente la mera regolarità della documentazione contabile e la dimostrazione che la merce sia stata consegnata o il corrispettivo effettivamente pagato, che devono ritenersi circostanze non concludenti.
Ne consegue, che costituisce ostacolo alla detrazione dell’IVA da parte del cessionario, non soltanto la prova del suo coinvolgimento nella frode fiscale, ma anche quella della mera conoscibilità dell’inserimento dell’operazione in un fenomeno criminoso, volto all’evasione fiscale. Tale condizione è rilevabile quando il cessionario, pur essendo estraneo alle condotte evasive, ne avrebbe potuto acquisire consapevolezza mediante l’impiego della specifica diligenza professionale richiesta all’operatore economico, avuto riguardo alle concrete modalità e alle condizioni di tempo e di luogo in cui si sono svolti i rapporti commerciali, mentre non occorre anche il conseguimento di un effettivo vantaggio.
Nella fattispecie, gli elementi indiziari del sistema fraudolento, a giudizio della Suprema Corte, potevano essere valutati dal contribuente in relazione alla natura dei beni oggetto delle cessioni (animali vivi, il cui commercio è soggetto particolari prescrizioni riguardanti le condizioni di allevamento e specificamente sanitarie), alla frequente sostituzione del titolare dell’impresa con altro soggetto, all’età avanzata del titolare poco credibile quale agente economico effettivo.
In conclusione, laddove sulla base degli elementi indiziari sia possibile ipotizzare la conoscibilità della situazione di fatto (frode carosello) da parte del cessionario, la circostanza che quest’ultimo non abbia conseguito un effettivo vantaggio diviene irrilevante, con il conseguente recupero dell’IVA che si considera indetraibile.

 

Le risposte del Fisco a chi ha rottamato

 


L’Agenzia delle entrate-Riscossione invia le comunicazioni per rispondere ai contribuenti che hanno aderito alla definizione agevolata. (AGENZIA DELLE ENTRATE E RISCOSSIONE – Comunicato 16 giugno 2018).

La definizione agevolata, partita a ottobre 2017, si è conclusa il 15 maggio scorso con oltre 950 mila adesioni di cui circa il 62% tramite i canali digitali e pec (posta elettronica certificata).
Si chiama “Comunicazione delle somme dovute” la lettera di Agenzia delle entrate-Riscossione che informa sull’accoglimento o l’eventuale rigetto della adesione, così come su possibili debiti che, per legge, non possono rientrare nella definizione agevolata, sugli importi da pagare e sulla data entro cui effettuare il pagamento.
La comunicazione contiene anche i bollettini di pagamento in base alla scelta effettuata (da una a un massimo di 5 rate nel caso di cartelle relative a carichi affidati in riscossione nell’anno 2017 oppure da una a un massimo di 3 rate nel caso di cartelle contenenti carichi affidati dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2016) dal contribuente al momento della compilazione del modulo di richiesta, oltre al modulo per l’addebito in conto corrente.
A tale riguardo, per facilitare i contribuenti che hanno indicato nella stessa dichiarazione di adesione sia carichi affidati in riscossione nell’anno 2017 che nel periodo 2000-2016, Agenzia delle entrate-Riscossione invia un’unica comunicazione per ciascuna dichiarazione presentata con l’evidenza dell’annualità di affidamento dei carichi posti in riscossione. In questo modo il contribuente potrà da subito conoscere gli importi da pagare, secondo le diverse scadenze previste dalla legge, per poter rottamare tutte le cartelle indicate nella sua dichiarazione di adesione e avrà quindi immediatamente a disposizione tutti i bollettini RAV da utilizzare secondo le scadenze delle rate richieste.
L’Agenzia delle entrate-Riscossione ha predisposto 5 comunicazioni per differenti tipologie di casi:
– la prima (AT – Accoglimento totale della richiesta) riguarda coloro che hanno un importo da pagare per i debiti “rottamabili” e non hanno invece nulla da pagare per eventuali debiti non “rottamabili”;
– la seconda tipologia (AP – Accoglimento parziale della richiesta) riguarda quei contribuenti che hanno importi da pagare per debiti “rottamabili” ma hanno anche debiti non “rottamabili”;
– il terzo caso-tipo (identificabile con le lettere AD) per coloro che non devono pagare nulla né per i debiti “rottamabili” né per eventuali debiti non “rottamabili”;
– un quarto tipo (identificabile con le lettere AX) per quei contribuenti che hanno debiti “rottamabili” e non devono pagare nulla, mentre hanno un debito residuo da pagare per debiti non “rottamabili”;
– la quinta tipologia (identificabile con RI), riguarda le adesioni alla definizione agevolata che vengono rigettate in quanto i debiti indicati nella dichiarazione di adesione non sono “rottamabili” e quindi l’importo deve essere pagato senza agevolazioni.
In aggiunta alla predetta comunicazione, Agenzia delle entrate-Riscossione, come previsto dalla legge, invia, per coloro che avevano cartelle che erano ricomprese in rateizzazioni in corso al 24/10/2016 e non erano al corrente con i pagamenti delle rate in scadenza a tutto il 31/12/2016, anche una nuova comunicazione (identificabile con la lettera C8) con l’importo da pagare, entro il 31/7/2018, affinché il debito residuo di queste cartelle possa successivamente essere oggetto di definizione agevolata. A tal fine, dopo aver verificato l’avvenuto pagamento di quanto richiesto con la comunicazione C8, Agenzia delle entrate-Riscossione, invierà, entro il 30 settembre una nuova comunicazione delle somme dovute per poter rottamare anche queste cartelle.
A partire da luglio, sul portale dell’Ente i contribuenti potranno richiedere copia delle risposte, mentre nell’area riservata sarà possibile scaricarle direttamente. Un servizio che risulterà particolarmente utile ai contribuenti che, per diversi motivi (vacanze, notifica postale non andata a buon fine, smarrimento della risposta inviata ecc.) non entreranno in possesso della comunicazione originaria. In questo modo sarà loro possibile utilizzare la copia coi relativi bollettini e codici Rav e procedere a pagare nei termini previsti dalla legge.
È possibile pagare presso la propria banca, agli sportelli bancomat (ATM) abilitati ai servizi di pagamento Cbill, con il proprio internet banking, agli uffici postali, nei tabaccai aderenti a Banca 5 SpA e tramite i circuiti Sisal e Lottomatica, sul portale di Agenzia delle entrate-Riscossione e con l’App Equiclick tramite la piattaforma PagoPa e, infine, direttamente agli sportelli. Per aderire al servizio di addebito diretto su conto corrente, è necessario che la richiesta di attivazione del mandato, nel rispetto delle procedure e degli adempimenti previsti dal sistema interbancario, venga presentata alla banca del titolare del conto almeno 20 giorni prima della scadenza della rata. Per esempio, per la scadenza rata del 31 luglio 2018, il servizio andrà richiesto entro e non oltre l’11 luglio. Nel caso il servizio venga richiesto oltre tale data, l‘addebito diretto sul conto corrente sarà attivo dalla rata successiva. In quest’ultimo caso il pagamento della rata in scadenza il 31 luglio 2018 dovrà essere eseguito con una delle altre modalità.
La legge prevede che con il pagamento della prima rata della definizione agevolata – in scadenza al 31 luglio 2018 per i carichi affidati in riscossione nel 2017 e al 31 ottobre 2018 per quelli affidati in riscossione nel periodo dal 2000 al 2016 – verranno revocati eventuali piani di rateizzazione precedenti. In caso di mancato, insufficiente o tardivo pagamento della prima/unica rata della definizione agevolata anche limitatamente a quei carichi contenuti nella comunicazione che si è scelto di non pagare, la stessa non produce effetti e non è possibile ottenere nuovi provvedimenti di rateizzazione salvo che per le cartelle e gli avvisi notificati da meno di 60 giorni dalla data di presentazione della dichiarazione di adesione. Potranno invece essere ripresi i pagamenti delle rateizzazioni in essere alla data di presentazione della domanda di definizione agevolata e in regola con i precedenti pagamenti. In caso di mancato, insufficiente o tardivo pagamento delle rate successive alla prima non sarà invece più possibile proseguire eventuali precedenti rateizzazioni in quanto già revocata al pagamento della prima rata.