Cartelle notificate, l’invalidità è impugnabile

 


È ammissibile l’impugnazione della cartella che non sia stata validamente notificata e della quale il contribuente sia venuto a conoscenza attraverso l’estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario (Corte di Cassazione – Ordinanza 11 ottobre 2017, n. 23923).

La Suprema Corte rigetta il ricorso proposto dall’agente della riscossione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale che, ritenuta ammissibile l’impugnazione di cartelle di pagamento per ICI dovuta nei confronti del Comune, accolse parzialmente l’appello proposto da detto ente territoriale nei confronti del contribuente, avverso la sentenza di primo grado della CTP che aveva accolto in toto il ricorso di quest’ultimo.
La CTR ritenne che la cartella esattoriale doveva, infatti, ritenersi legalmente conosciuta dal contribuente che, in relazione alla medesima, aveva presentato istanza di rateizzazione, riconoscendo il debito ad essa relativo.
Per la ricorrente la sentenza impugnata ha erroneamente ritenuto ammissibile l’impugnazione della cartella assunta dal contribuente come non notificata per il tramite della conoscenza acquisitane tramite estratto di ruolo, stante la non autonoma impugnabilità dello stesso, quale atto interno dell’Amministrazione. Lamenta, inoltre, l’erroneità in diritto della pronuncia impugnata, laddove con riferimento alla notifica effettuata al portiere, ha ritenuto che la mancata prova dell’invio della raccomandata da inviare al destinatario per dargli avviso dell’avvenuta consegna comporta il mancato perfezionamento del procedimento notificatorio e la conseguente nullità della notifica.
Per la CTR, l’agente della riscossione non ha dimostrato che alla consegna al portiere, risultante dalle relate, abbia fatto seguito l’invio a mezzo raccomandata dell’avviso al destinatario.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, pur ribadendo che l’estratto di ruolo, come atto interno, non è oggetto di autonoma impugnazione se non notificato, hanno chiarito che la conoscenza delle cartelle che si assume acquisita attraverso il medesimo legittima il contribuente a proporre impugnazione avverso le cartelle in esso indicate, delle quali il contribuente eccepisca di non avere ricevuto notifica.
Con riferimento alla cartella per la quale non è stata ritenuta provata dall’agente della riscossione la regolare notifica, ha quindi fatto corretta applicazione la sentenza impugnata.
Priva in ogni caso d’interesse è la deduzione di parte ricorrente, riferita alla cartella per la quale la sentenza impugnata ha accolto il ricorso dell’Amministrazione ricorrente in appello, ritenendo comprovata l’avvenuta legale conoscenza della cartella con riferimento alla quale il contribuente aveva presentato istanza di rateizzazione del debito.
Tale motivo è carente in relazione al requisito dell’autosufficienza del ricorso, non avendo specificato compiutamente la ricorrente le modalità dell’avvenuta notifica (se direttamente a mezzo di ufficiale giudiziario o di altra persona abilitata alla notifica, come ad esempio messo notificatore o direttamente da parte dell’agente della riscossione per mezzo del servizio postale), né essendo stata specificata l’epoca della notifica stessa ai fini dell’applicabilità, ove avvenuta.
La Suprema Corte ritiene che si tratti di notifica a mezzo di ufficiale giudiziario, con consegna dell’atto al portiere dello stabile dove è l’abitazione del destinatario, per il cui perfezionamento nei confronti di quest’ultimo occorre che dell’avvenuta consegna al portiere si dia avviso al destinatario a mezzo di lettera raccomandata, costituendo la relativa omissione di detto ultimo adempimento non mera irregolarità, ma, fermi gli effetti della notifica per il notificante, determinando la nullità della notifica per il destinatario.

 

Strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati: trattamento fiscale dei proventi

 

L’Agenzia delle Entrate fornisce i primi chiarimenti in ordine al regime fiscale applicabile ai proventi percepiti da manager e dipendenti delle società, enti o organismi di investimento collettivo del risparmio, in relazione agli investimenti in strumenti finanziari aventi diritti patrimoniali rafforzati delle medesime società, enti o organismi di investimento collettivo del risparmio, cd. “carried interest” (Circolare 16 ottobre 2017, n. 25/E).

A decorrere dal 24 aprile 2017, è stata introdotta una presunzione legale secondo la quale, in presenza di specifici requisiti, i proventi derivanti dagli strumenti finanziari aventi diritti patrimoniali rafforzati percepiti dai manager e dipendenti delle società, enti o organismi di investimento collettivo del risparmio sono in ogni caso qualificati come redditi di capitale o diversi, configurandosi come una forma di remunerazione della partecipazione al capitale di rischio (cd. “carried interest”), con la conseguenza sono tassati come redditi di capitali, in deroga al principio di omnicomprensività nel reddito di lavoro dipendente o assimilato, beneficiando così di una tassazione più favorevole.
L’Agenzia delle Entrate fornisce i primi chiarimenti relativi all’ambito applicativo della disposizione normativa ed ai presupposti di ordine quantitativo e temporale, inerenti la consistenza dell’investimento, il periodo minimo di detenzione di tali strumenti ed il differimento nella distribuzione dell’utile, richiesti per l’operatività della suddetta presunzione legale.
Secondo la norma i diritti patrimoniali rafforzati si considerano (in ogni caso) redditi di capitale o redditi diversi, con una qualificazione fiscale operante ope legis, in presenza delle seguenti condizioni:
– l’impegno di investimento complessivo di tutti i dipendenti e gli amministratori, comporta un esborso effettivo pari ad almeno l’1 per cento dell’investimento complessivo effettuato dall’organismo di investimento collettivo del risparmio o del patrimonio netto nel caso di società o enti;
– i proventi delle azioni, quote o strumenti finanziari che danno i suindicati diritti patrimoniali rafforzati maturano solo dopo che tutti i soci o partecipanti all’organismo di investimento collettivo del risparmio abbiano percepito un ammontare pari al capitale investito e ad un rendimento minimo previsto nello statuto o nel regolamento ovvero, nel caso di cambio di controllo, alla condizione che gli altri soci o partecipanti dell’investimento abbiano realizzato con la cessione un prezzo di vendita almeno pari al capitale investito e al predetto rendimento minimo;
– le azioni, le quote o gli strumenti finanziari aventi i suindicati diritti patrimoniali rafforzati sono detenuti dai dipendenti e amministratori, o, in caso di decesso, dai loro eredi, per un periodo non inferiore a cinque anni o, se precedente al decorso di tale periodo quinquennale, fino alla data di cambio di controllo o di sostituzione del soggetto incaricato della gestione”.
La presunzione legale di qualificazione del reddito opera esclusivamente in riferimento ai proventi derivanti dagli strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati, e non riguarda il reddito derivante dalla assegnazione degli stessi, che in base ai principi generali rientrano tra i redditi di lavoro dipendente o assimilato, nella misura pari alla differenza tra il valore di mercato del titolo ed il prezzo pagato dal dipendente.

SOGGETTI INTERESSATI


Sotto il profilo soggettivo gli investitori che beneficiano della disposizione normativa sono gli amministratori e i dipendenti, cioè coloro che intrattengono un rapporto di lavoro dipendente o assimilato, con società, enti o organismi di investimento collettivo del risparmio, società di gestione dei fondi. Per cui vi rientrano i manager e i dipendenti dei Fondi comuni di investimento, delle SICAF (società di investimento a capitale fisso), delle SICAV (società di investimento a capitale fisso), ma anche quelli delle società di consulenza finanziaria (cd. “advisory companies”).

PROVENTI AGEVOLATI


Sotto il profilo oggettivo, i proventi a cui si applica la presunzione legale di qualificazione di redditi di capitale o diversi, sono quelli relativi ad “azioni, quote o strumenti finanziari aventi diritti patrimoniali rafforzati”.
Tali strumenti sono caratterizzati da una partecipazione agli utili proporzionalmente maggiore rispetto a quelli degli altri investitori, generalmente a fronte dell’assenza di diritti amministrativi, dell’esistenza di temporanei vincoli alla trasferibilità e della postergazione nella distribuzione degli utili, in quanto potranno assumere rilevanza concreta solo se gli investimenti daranno complessivamente luogo a risultati economici al di sopra di determinate soglie.
I diritti patrimoniali rafforzati, si configurano quale diritto a ricevere una parte dell’utile complessivo generato dall’investimento in misura più che proporzionale all’investimento stesso e ordinariamente presuppongono che la generalità dei soci abbia ottenuto il rimborso del capitale investito oltre ad un rendimento adeguato, definito nella prassi “hurdle rate”.
Il maggior rendimento connesso ai predetti strumenti finanziari è denominato “carried interest” e rappresenta una forma di incentivo riconosciuto, al realizzarsi di determinati risultati, ai soggetti maggiormente esposti al rischio derivante dall’investimento.
Proprio, l’esposizione al rischio di investimento caratterizza la qualificazione dei proventi come redditi di natura finanziaria, prescindendo dal rapporto di lavoro che intercorre tra l’investitore e la società o ente.
Per espressa previsione della norma, la presunzione legale si applica ai proventi delle azione, quote o strumenti finanziari “percepiti” a decorrere dal 24 aprile 2017. Ciò significa che i proventi assumono rilevanza secondo il criterio di cassa, includendo (in presenza degli altri requisiti) anche i proventi relativi a quote o azioni sottoscritti prima del 24 aprile 2017, ma distribuiti in data successiva.
In fase di prima applicazione della disciplina è legittimata la modifica dei piani di investimento già deliberati alla predetta data (24 aprile 2017) al fine di integrare i requisiti richiesti per l’applicazione della presunzione legale purché ciò avvenga prima della distribuzione dei proventi.

ULTERIORI CONDIZIONI


Ulteriori condizioni per l’applicazione delle presunzione legale sono il differimento nella distribuzione dell’utile ed il periodo minimo di detenzione dell’investimento che deve essere non inferiore a cinque anni (cd. “holding period”).
Per quanto concerne la distribuzione differita, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che riguarda solo l’extra-rendimento, ovvero la componente finanziaria rafforzata e non anche il rimborso del capitale investito o il pagamento dei normali proventi correlati alle diverse categorie di quote emesse.
Con riferimento, invece, all’holding period l’Agenzia precisa che il vincolo quinquennale di detenzione riguarda oltre alle azioni, quote o gli strumenti patrimoniali aventi i diritti patrimoniali rafforzati, anche gli strumenti finanziari non aventi tali diritti che, unitamente a quelli aventi diritti patrimoniali rafforzati, concorrono al raggiungimento della percentuale di investimento minimo. L’eventuale dismissione nel corso del quinquennio di tali strumenti finanziari senza diritti patrimoniali rafforzati può comportare, pertanto, il venir meno della qualificazione reddituale ope legis.
Quanto al computo dell’holding period, decorre dalla data delle singole sottoscrizioni, e si considera valido anche il periodo di possesso da parte degli eredi (in caso di decesso dei dipendenti o amministratori).
Il periodo minimo di detenzione dello strumento finanziario non preclude, tuttavia, la percezione del “carried interest” prima del compimento del quinquennio, che può completarsi anche dopo l’erogazione del provento derivante da “strumenti finanziari rafforzati”. In tal caso, per i proventi distribuiti prima del decorso del quinquennio è possibile applicare la qualificazione legale di redditi di capitale ai fini degli eventuali obblighi di sostituzione di imposta facenti capo alla SGR o ad altre società. Laddove, però, gli strumenti dovessero essere ceduti prima del quinquennio la qualificazione reddituale deve essere rettificata ed eventualmente corrisposta dal manager la maggiore imposta dovuta per i redditi di lavoro dipendente, in conformità ai principi generali.

 

Approvato il decreto fiscale

 


Via libera al decreto fiscale che anticipa la legge di bilancio e introduce una serie di disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili (Presidenza Consiglio dei Ministri – comunicato 13 ottobre 2017, n. 50).

Di seguito le principali misure previste:


– la neutralizzazione dell’aumento dell’Iva previsto per il 2018;


– l’estensione della rottamazione delle cartelle: in particolare viene consentito al debitore di effettuare entro il 30 novembre 2017 il pagamento delle rate della definizione agevolata dei carichi scadute a luglio e a settembre 2017, viene data la possibilità di accedere alla rottamazione delle cartelle ai debitori che in precedenza si erano visti respingere istanze perché non in regola con il pagamento delle rate, in scadenza al 31 dicembre 2016, dei piani di dilazione in essere al 24 ottobre 2016 e si amplia il raggio d’azione della rottamazione applicata anche ai carichi affidati all’agente della riscossione dal primo gennaio al 30 settembre 2017;


– l’estensione del meccanismo della scissione dei pagamenti dell’Iva sull’acquisto di beni e servizi a tutte le società controllate dalla Pubblica Amministrazione;


– l’estensione del credito d’imposta per investimenti pubblicitari sostenuti nella seconda metà del 2017;


– l’estensione del contenuto degli obblighi di comunicazione che gravano sui soggetti che acquisiscono partecipazioni rilevanti in una società quotata;


– il sostegno, mediante finanziamenti, alle grandi imprese in crisi ai fini della continuazione delle attività produttive e del mantenimento dei livelli occupazionali;


– il fondo garanzia PMI: viene incrementata la dotazione del Fondo di 300 milioni per l’anno 2017 e di 200 milioni per il 2018;


– la liberalizzazione in materia di diritti d’autore: viene superato il monopolio della SIAE in materia di raccolta dei diritti d’autore, estendendo a tutti gli organismi di gestione collettiva (enti senza fine di lucro e a base associativa) operanti sul territorio dell’UE la possibilità di operare direttamente sul mercato italiano, senza alcuna intermediazione da parte della SIAE.

 

Rimborso del bollo ai profughi di guerra

 


Forniti chiarimenti in merito alla rimborsabilità dell’imposta di bollo, pagata dai soggetti internati in campi di prigionia durante la seconda guerra mondiale sulle istanze presentate agli uffici italiani e comprovanti lo status di profugo previsto dalla norma slovena, e all’individuazione del soggetto competente alla erogazione del rimborso in modalità virtuale (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 13 ottobre 2017, n. 125/E).

Nello specifico:
– non sussiste in capo ai contribuenti sloveni e italiani che si sono avvalsi della Legge sulla riparazione dei torti, il diritto al rimborso dell’imposta di bollo assolta in via ordinaria o straordinaria sugli atti, documenti, istanze presentati presso gli uffici italiani, se non nelle ipotesi previste dalla legge. Viceversa, tale diritto sussiste per i casi di imposta di bollo assolta in modalità virtuale;
– le istanze di rimborso delle somme versate per il pagamento dell’imposta di bollo sugli atti emessi per le finalità della Legge di riparazione sui torti slovena dovranno essere presentate ai soggetti autorizzati al pagamento dell’imposta di bollo con modalità virtuale, che provvederanno ad erogare le somme dovute dopo aver effettuato gli opportuni controlli. Il contribuente potrà richiedere il rimborso esclusivamente al soggetto autorizzato entro il termine prescrizionale decennale decorrente dalla data in cui ha corrisposto il bollo al soggetto gestore.

 

Il trattamento fiscale della rinuncia al TFM

 


i chiarimenti del Fisco nel caso in cui gli amministratori abbiano unanimemente rinunciato al trattamento di fine mandato accantonato dalla società negli esercizi precedenti, gli effetti fiscali derivanti da tale fattispecie tanto in capo alla società quanto in capo agli amministratori (soci e non soci) (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 13 ottobre 2017, n. 124/E).

Nel caso in cui gli amministratori abbiano unanimemente rinunciato al TFM accantonato dalla società negli esercizi precedenti, gli effetti fiscali derivanti da tale fattispecie tanto in capo alla società quanto in capo agli amministratori (soci e non soci) sono i seguenti:
1. Ai sensi del comma 4-bis dell’articolo 88 del TUIR la rinuncia dei soci ai crediti si considera sopravvenienza attiva per la parte che eccede il relativo valore fiscale. A tal fine, il socio, con dichiarazione sostitutiva di atto notorio, comunica alla partecipata tale valore; in assenza di tale comunicazione, il valore fiscale del credito è assunto pari a zero.
Con riferimento al caso di specie, appare evidente la volontà degli amministratori soci di apportare, attraverso la rinuncia alle quote di TFM accantonate dalla società, nuove risorse al patrimonio della partecipata, con il conseguente aumento del costo della partecipazione da essi detenuta.
Tuttavia, dal momento che si è in presenza di crediti per il TFM dovuto a persone fisiche non esercenti un’attività di impresa e che non è pertanto ravvisabile alcuna differenza tra il valore fiscale dei crediti rinunciati e il loro valore nominale, la società partecipata non dovrà tassare alcuna sopravvenienza attiva.
Allo stesso modo, non si ritiene necessaria la comunicazione alla società partecipata del valore fiscale dei crediti oggetto di rinuncia, non potendosi verificare quelle distorsioni – dovute appunto alla mancata coincidenza tra il valore nominale dei crediti e il loro valore fiscale (ad esempio, per effetto di svalutazione) – che il legislatore ha inteso scongiurare e che sono ravvisabili soltanto in presenza di un’attività di impresa.
2. Dal momento che il comma 4-bis dell’articolo 88 del TUIR fa riferimento in modo esplicito alla qualifica di socio, la norma in questione non potrà trovare applicazione con riferimento alla rinuncia al TFM operata dagli amministratori non soci. In tal caso, troverà applicazione il comma 1 dell’articolo 88 del TUIR secondo cui “si considerano sopravvenienze attive i ricavi o altri proventi conseguiti a fronte di spese, perdite od oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio in precedenti esercizi e i ricavi o altri proventi conseguiti per ammontare superiore a quello che ha concorso a formare il reddito in precedenti esercizi, nonché la sopravvenuta insussistenza di spese, perdite ed oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio o in precedenti esercizi”.
Pertanto, a seguito della rinuncia degli amministratori non soci, se la società ha dedotto le quote di TFM accantonate, dovrà assoggettare a tassazione una sopravvenienza attiva. In caso contrario, la rinuncia non avrà effetto fiscale.
3. Per quanto concerne la rilevanza reddituale in capo agli amministratori (soci e non soci) della rinuncia al TFM, si rappresentano le seguenti considerazioni. Il trattamento di fine mandato derivante dall’ufficio di amministratore è riconducibile ai redditi assimilati di lavoro dipendente sempreché gli uffici non rientrino nell’oggetto dell’arte o professione, concernente redditi di lavoro autonomo, esercitate dal contribuente. Laddove, viceversa, i compensi derivanti dall’ufficio di amministratore rientrino nell’oggetto tipico dell’attività di lavoro autonomo esercitata dal contribuente, detti compensi sono assoggettati alle disposizioni fiscali dettate per i redditi di natura professionale.
In entrambi i casi la tassazione del TFM, sia come reddito assimilato al lavoro dipendente sia come reddito professionale, segue il criterio di cassa, con imposizione al momento della percezione.
Ciò posto, l’Amministrazione finanziaria, dopo aver confermato che tutti i crediti ai quali il socio rinuncia vanno portati ad aumento del costo della partecipazione senza generare una sopravvenienza attiva per la società partecipata, ha chiarito che la rinuncia ai crediti correlati a redditi che vanno acquisiti a tassazione per cassa (quali, ad esempio, i compensi spettanti agli amministratori e gli interessi relativi a finanziamenti dei soci) presuppone l’avvenuto incasso giuridico del credito e quindi l’obbligo di sottoporre a tassazione il loro ammontare, anche mediante applicazione della ritenuta di imposta.
Tanto premesso, nel caso di specie, in cui gli amministratori soci hanno rinunciato alle quote di TFM accantonate dalla società patrimonializzando la stessa, i crediti rinunciati, che si intendono giuridicamente incassati, dovranno essere assoggettati a tassazione in capo ai soci persone fisiche non imprenditori, con conseguente obbligo di effettuazione della ritenuta alla fonte da parte della società.
Con riferimento, invece, alla rinuncia operata dagli amministratori non soci, non trovando applicazione, il comma 4-bis dell’articolo 88 del TUIR, sarà la società ad assoggettare a tassazione la sopravvenienza attiva derivante dalla rinuncia al TFM nei limiti in cui abbia dedotto gli accantonamenti effettuati in passato.
Per gli amministratori non soci, in assenza di una contropartita e non potendo incrementare il valore della partecipazione, il principio del c.d. incasso giuridico non si applica ed essi non saranno assoggettati ad alcuna imposizione fiscale.