Legittimo riscuotere in dieci anni ce la sentenza passa in giudicato

 


La Corte di Cassazione, con ordinanza dell’11 gennaio 2018, n. 462, ha ribadito che si applica il termine di prescrizione decennale in caso di notifica di cartella esattoriale fondata su una pronuncia passata in giudicato, relativa a un atto impositivo.

La contribuente ricorre per cassazione, avverso la decisione della CTR cha ha accolto l’appello dell’Agenzia delle Entrate confermando la cartella di pagamento a titolo di Irpef e sanzioni notificatale, in qualità di responsabile solidale con l’ex coniuge al quale erano stati notificati due avvisi di accertamento relativi alla dichiarazione congiunta dei redditi presentata dai coniugi stessi.
La Suprema Corte ha affermato il principio che il diritto alla riscossione di un’imposta, azionato mediante emissione di cartella di pagamento fondata su un accertamento che sia divenuto definitivo a seguito di sentenza passata in giudicato, non è più assoggettato ai termini che scandiscono i tempi del procedimento amministrativo-tributario, quali il termine di decadenza per la notificazione della cartella previsto (o il termine di decadenza per l’iscrizione a ruolo previsto), bensì unicamente al termine generale di prescrizione decennale per l’azione diretta alla esecuzione di una sentenza passata in giudicato.
Nel caso di specie la riscossione è pacificamente riferibile all’accertamento derivante da sentenza passata in giudicato, con la conseguenza che nessuna decadenza poteva ritenersi operante con riguardo alla notificazione della cartella esattoriale, essendo l’azione di riscossione soggetta al solo termine prescrizionale decennale, rispettato dal concessionario della riscossione.
In relazione al secondo motivo di ricorso, la Corte sottolinea che in tema di dichiarazione congiunta dei redditi da parte dei coniugi, la moglie codichiarante è legittimata ad impugnare autonomamente l’avviso di accertamento notificato al marito, ancorché divenuto definitivo (anche a seguito di giudicato) nei confronti di quest’ultimo, o, comunque, a contestare la pretesa tributaria su di esso fondata, proponendo ricorso avverso la cartella di pagamento a lei notificata. La previsione normativa della responsabilità solidale dei coniugi per un debito di imposta accertato con avviso di rettifica della dichiarazione congiunta eseguita nei confronti del solo marito, non può precludere alla moglie la tutela giurisdizionale dei propri diritti mediante impugnazione della cartella, costituente il primo atto con il quale abbia legale conoscenza della pretesa tributaria, anche per ragioni attinenti al merito della pretesa impositiva.
Deve pertanto ritenersi errata in diritto l’affermazione della Commissione tributaria regionale nella parte in cui ha escluso che, in sede di impugnazione della cartella di pagamento la moglie non sia legittimata a contestare anche il merito della pretesa impositiva contenuta negli avvisi di accertamento notificati solo al marito.
Infine, la Cassazione sottolinea che la cartella di pagamento deve essere compilata in conformità al modello ministeriale che non prevede la sottoscrizione dell’esattore ma solo la intestazione della cartella. La cartella non deve contenere l’indicazione del soggetto che ha agito in nome e per conto dell’ente concessionario, bensì l’indicazione del responsabile del procedimento, ma solo in riferimento alle cartelle relative ai ruoli consegnati all’agente della riscossione a decorrere dal 1 giugno 2008.
Pertanto, è accolto solo il secondo motivo di ricorso, rigettati gli altri due.