Prova analitica per la presunzione dell’accertamento sui conti bancari

 


In tema di redditometro, in caso di accertamento del Fisco sui conti bancari, spetta al contribuente dimostrare la provenienza e la destinazione di ogni singolo pagamento (Corte di Cassazione – Ordinanza del 2 febbraio 2018, n. 2649).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la decisione della CTR, con la quale, confermando la pronunzia di primo grado, è stato ritenuto illegittimo l’accertamento emesso a carico del contribuente per la ripresa a tassazione di IRPEF sulla base di accertamenti bancari.
Secondo l’Agenzia ricorrente, la CTR avrebbe fondato la decisione su una previsione normativa errata, non vertendosi in tema di redditometro, tralasciando di applicare i principi giurisprudenziali più volte espressi dalla Corte in tema di prova specifica necessaria per superare la presunzione posta a carico del contribuente.
Per la Corte il motivo è fondato: la presunzione legale “juris tantum”, può essere vinta dal contribuente soltanto se offre la prova liberatoria che dei movimenti sui conti bancari egli ha tenuto conto nelle dichiarazioni, o che gli accrediti e gli addebiti registrati sui conti non si riferiscono ad operazioni imponibili, occorrendo all’uopo che vengano indicati e dimostrati dal contribuente la provenienza e la destinazione dei singoli pagamenti con riferimento tanto ai termini soggettivi dei singoli rapporti attivi e passivi, quanto alle diverse cause giustificative degli accrediti e dei prelievi.
Ne consegue che il contribuente è tenuto a fornire non una prova generica, ma una prova analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle singole operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili, dovendo poi il giudice verificare in modo rigoroso l’efficacia dimostrativa delle prove fornite a giustificazione di ogni singola movimentazione accertata, rifuggendo da qualsiasi valutazione di irragionevolezza ed inverosimiglianza dei risultati restituiti dal riscontro delle movimentazioni bancarie.
La CTR non si è affatto conformata ai suddetti principi, in quanto, invece di verificare se il contribuente, per superare la presunzione, avesse fornito in concreto la prova specifica idonea a giustificare i movimenti bancari sui quali si era fondato l’accertamento, si è limitata ad indicare la prospettazione del contribuente in ordine alla provenienza delle somme ed alla circostanza che le stesse erano già state sottoposte ad imposizione. Così facendo, il giudice di appello ha valorizzato elementi irrilevanti – quali la provenienza delle somme – ed invece omesso di compiere la verifica in ordine a quanto dedotto dal contribuente che avrebbe invece richiesto una prova specifica dell’estraneità delle movimentazioni a fatti imponibili. Né la valorizzazione della natura non reddituale dei flussi finanziari, allegati e non contestati dall’Ufficio, avrebbe potuto sortire un effetto favorevole al contribuente, in assenza di una chiara indicazione degli specifici elementi indicati dal contribuente per giustificare le movimentazioni anzidette.