Doppia attività: l’indennità di maternità può essere erogata da un solo ente

 


L’avvocata, che è anche insegnante scolastico di ruolo part-time, non ha diritto a beneficiare della prestazione di maternità erogata dalla Cassa Forense, se tale indennità è già stata erogata da altro ente previdenziale.


Un’avvocata, iscritta all’Albo degli avvocati ed anche insegnante scolastico di ruolo part-time, lamentava avanti il Giudice del lavoro, il rigetto della domanda di corresponsione da parte della Cassa forense dell’indennità di maternità a seguito del parto, motivato dalla circostanza che tale indennità era già stata erogata dall’INPDAP in virtù del rapporto di lavoro con il M.I.U.R.
Il Tribunale accoglieva integralmente la domanda e la Corte d’appello di Firenze accoglieva l’appello proposto dalla Cassa limitatamente alla condanna al pagamento degli accessori sul credito mediante il cumulo di interessi e rivalutazione. La Corte territoriale rilevava che il D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 71 nel richiedere all’iscritta alla Cassa di dichiarare l’inesistenza di altro trattamento per maternità non intendeva di certo escludere la possibilità di un cumulo delle prestazioni o che la prestazione non dovesse essere concessa alla lavoratrice che avesse percepito il trattamento da parte di altro Ente in virtù di altro rapporto di lavoro autonomo o dipendente.
Per la cassazione di tale decisione la Cassa propone ricorso con unico motivo: gli articoli 70 e 71 del citato decreto, ad avviso della Cassa ricorrente, implicano necessariamente il divieto di cumulo tra prestazioni, come dimostrano sia l’obbligo di autocertificare il non godimento di altro trattamento per lo stesso titolo, che la peculiare modalità di calcolo dell’indennità prevista per le libere professioniste con la previsione di una soglia minima e massima non compatibile con la contemporanea erogazione di ulteriori prestazioni di maternità e l’insussistenza di una garanzia costituzionale spinta sino al mantenimento dell’intero reddito durante il periodo di astensione obbligatoria. Pertanto, l’interpretazione offerta dalla Corte territoriale non sarebbe coerente con le indicazioni della Corte di Cassazione e della Corte delle leggi.
La formulazione della norma appare – secondo la Cassazione – del tutto chiara ed univoca e non consente una interpretazione diversa dall’impossibilità di godere del trattamento previsto dall’art. 70 nel caso in cui la richiedente goda già di una prestazione di altro ente in quanto, diversamente opinando, la disposizione non avrebbe alcuna utilità.
Inoltre, non possono condividersi i dubbi di legittimità costituzionale della norma in discorso, una volta interpretata alla luce del suo univoco significato letterale e sistematico, posto che la giurisprudenza costituzionale ha precisato che l’indennità di maternità “serve ad assicurare alla madre lavoratrice la possibilità di vivere questa fase della sua esistenza senza una radicale riduzione del tenore di vita che il suo lavoro le ha consentito di raggiungere e ad evitare che alla maternità si ricolleghi una stato di bisogno economico”, ma che l’orientamento della Corte delle leggi così come ricostruito nello stesso provvedimento impugnato parla di una “radicale” riduzione del tenore dello vita, nonché di uno stato di bisogno, situazioni che quindi certamente non coincidono automaticamente con una determinazione dell’indennità in una misura ridotta rispetto alla precedente retribuzione goduta prima dello stato di gravidanza. Lo stesso concetto di “tenore di vita” non è sovrapponibile a quello di livello retributivo goduto in senso stretto, essendo valutabile nel suo complesso e tenuto conto di plurimi elementi di giudizio.
La Corte di Cassazione, in relazione proprio all’indennità di maternità dovuta alle libere professioniste, ha già in passato osservato che la determinazione del sistema indennitario “rientra nella discrezionalità del legislatore che è libero di modulare diversamente nel tempo e a seconda delle categorie di lavoratrici madri, il livello di tutela della maternità con misure di sostegno legate a fattori di variabilità incidenti ora sulla salvaguardia del livello di reddito delle fruitrici dell’indennità ora ad esigenze di bilancio, tenuto conto dell’incidenza quantitativa delle erogazioni che, per quanto riguarda la professione legale, è mutata rispetto ai primi anni di applicazione della legge”.
Infine, la considerazione per cui la lavoratrice in concreto abbia subito una riduzione molto sensibile del tenore di vita precedentemente goduto in quanto ha ottenuto la sola prestazione a carico dell’INPDAP in relazione ad un rapporto part-time, non appare risolutiva per decidere la controversia in quanto ciò è avvenuto per scelta della stessa ricorrente che non ha optato per il trattamento offerto dalla Cassa, ma per quello dell’ente di previdenza pubblico, senza quindi usufruire degli ingenti (secondo la difesa della lavoratrice) contributi professionali versati. Ma questa conseguenza è stato il frutto di una decisione della stessa lavoratrice che – secondo la decisione impugnata – ha presentato domanda alla Cassa dopo aver già ottenuto il trattamento INPDAP e quindi senza una preventiva informazione sulla normativa del settore che avrebbe, con ogni probabilità, evitato questa penalizzante soluzione.
E’ stato quindi accolto il ricorso, cassata la s
entenza impugnata e, decidendo nel merito, rigettata la domanda.


(Cassazione, sentenza n. 27224/2017).