Affitto di ramo d’azienda e accesso al F.I.S. da parte della impresa cessionaria

 


In materia di accesso al F.I.S. a seguito di affitto d’azienda, nel computo del tetto aziendale si deve tener conto della sola contribuzione dovuta dall’azienda cessionaria che richiede la prestazione a carico del Fondo di integrazione salariale, a nulla rilevando la contribuzione precedentemente dovuta dall’azienda cedente (Interpello Ministero lavoro n. 3/2017).


Il chiarimento del Ministero del lavoro giunge in seguito al dubbio sollevato riguardo la possibilità o meno di consentire, nell’attuale quadro normativo, che in caso di operazioni societarie di affitto di ramo d’azienda, laddove sia fatta richiesta di accesso alle prestazioni erogate dal F.I.S. da parte della impresa cessionaria, vi sia il riconoscimento della contribuzione già versata dall’impresa cedente, in analogia con quanto avviene con riguardo al requisito dell’anzianità lavorativa, in tutti i casi di trasferimento di ramo d’azienda – cui per costante interpretazione giurisprudenziale è assimilato l’affitto di ramo d’azienda – e accesso agli ammortizzatori sociali da parte dell’azienda cessionaria, nel rispetto del principio generale dettato dall’articolo 2112 c.c. volto a garantire il mantenimento dei diritti dei lavoratori.
In via preliminare, si ricorda che il Fondo di integrazione salariale è stato istituito con il decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148, recante disposizioni in materia di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro. Il precedente Fondo residuale, istituito dalla legge Fornero ha infatti assunto – a decorrere dal 1° gennaio 2016 – la denominazione di Fondo di integrazione salariale e risulta ora disciplinato dagli articoli 28 e seguenti del citato decreto legislativo. Il Fondo è rivolto a quei datori di lavoro che occupano più di 5 dipendenti appartenenti a settori, tipologie e classi dimensionali non rientranti nell’ambito di applicazione della CIGS e della CIGO, e che non abbiano costituito fondi di solidarietà bilaterali o fondi di solidarietà alternativi.
L’articolo 1 del D.Lgs. n. 148/2015 stabilisce in via di principio che, per poter beneficiare dell’integrazione salariale, i lavoratori siano in possesso – alla data di presentazione della domanda di concessione del trattamento di integrazione salariale – di un’anzianità di almeno 90 giorni di effettivo lavoro presso l’unità produttiva per la quale è stata presentata la domanda.  In ordine ai requisiti che devono possedere i destinatari del Fondo, la circolare INPS n. 176/2016 al punto 3 precisa che: “In caso di trasferimento d’azienda ai sensi dell’articolo 2112 c.c. ai fini della verifica della sussistenza del requisito dell’anzianità di effettivo lavoro dei 90 giorni, si terrà conto anche del periodo trascorso presso l’imprenditore alienante.”
L’articolo 29, comma 4, del decreto legislativo citato prevede il cosiddetto tetto aziendale, inteso quale meccanismo secondo cui ciascun datore di lavoro può accedere alla prestazioni in proporzione alla contribuzione dovuta in un determinato arco temporale. Tale articolo stabilisce che “[…] le prestazioni sono determinate in misura non superiore a 4 volte l’ammontare dei contributi ordinari dovuti dal medesimo datore di lavoro, tenuto conto delle prestazioni già deliberate a qualunque titolo in favore dello stesso”. L’interpretazione più coerente con la logica dell’impianto normativo introdotto dal decreto legislativo n. 148/2015 induce a ritenere che le prestazioni già deliberate a qualunque titolo a favore del singolo datore di lavoro e che devono essere scomputate dal c.d. tetto aziendale siano quelle fruite dal medesimo datore di lavoro nel biennio mobile. In proposito l’INPS, cui è demandata la gestione del Fondo di integrazione salariale, ha specificato che, in caso di aziende interessate da operazioni societarie, la contribuzione dell’azienda cedente per i lavoratori transitati nell’azienda cessionaria è computata ai fini del tetto aziendale esclusivamente nelle ipotesi di fusioni/incorporazioni totali, ossia nelle ipotesi in cui l’azienda istante abbia acquisito la totalità dei lavoratori dell’azienda cedente. Qualora invece si tratti di un’operazione societaria nella quale l’azienda di origine resta in essere e trasferisce parte dei suoi dipendenti ad una o più aziende già esistenti o nuove (come, ad esempio, nel caso di scissioni parziali o di cessioni di ramo d’azienda) nel computo del tetto aziendale si tiene conto della sola contribuzione dovuta dall’azienda istante (nonché cessionaria), a nulla rilevando la contribuzione precedentemente dovuta dalle aziende cedenti.
Ciò premesso, quanto alla possibilità che il Fondo eroghi prestazioni anche in favore dell’azienda cessionaria di lavoratori a seguito di affitto d’azienda, anche sulla base di contributi dovuti da parte dell’azienda cedente, si ritiene che nel computo del tetto aziendale si debba tener conto della sola contribuzione dovuta dall’azienda (cessionaria) che richiede la prestazione a carico del F.I.S., a nulla rilevando la contribuzione precedentemente dovuta dall’azienda cedente.