Dal “redditometro” è escluso il possesso di cavalli da passeggio

 


Ai fini del redditometro non costituisce indice di particolare capacità contributiva il possesso di cavalli qualificati come “fattrici adibiti a passeggiate”. È quanto afferma la Corte di cassazione con l’ordinanza del 26 settembre 2017, n. 22386.

Nella fattispecie esaminata dalla Suprema Corte, l’Agenzia della entrate ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza resa dalla CTR Liguria che, confermando la decisione di primo grado, ha annullato l’avviso di accertamento fondato su redditometro per l’anno 2006.
Con il primo motivo di ricorso, con il quale si prospetta la violazione dell’art. 38 dPR n. 600/73 e dell’art. 2 dPR n. 600/73 nonché dell’art. 2697 c.c., è manifestamente infondato. Questa Corte ha già ritenuto che in tema di accertamento tributario ai sensi dell’art. 38, comma 4, del d.P.R. n. 600 del 1973, costituisce indice di particolare capacità contributiva, ai sensi del d.m. 10 settembre 1992, non il generico possesso di cavalli, ma solo di quelli “da equitazione” (categoria in cui sono compresi sia i cavalli da concorso ippico sia quelli da maneggio) o “da corsa”, in ragione della particolare cura ed addestramento che gli stessi richiedono. Sulla base di tale principio, si è escluso che costituisca indice di particolare capacità contributiva il possesso di cavalli qualificati come “fattrici adibiti a passeggiate”.
La sentenza della CTR risulta conforme al superiore indirizzo, avendo escluso la valenza, ai fini degli indici redditometrici di cui all’art. 38 dPR n. 600/73, di una cavalla da passeggio non rientrante, secondo l’accertamento in fatto compiuto dal giudice di appello, nella categoria dei cavalli di razza o di equitazione.
Il secondo motivo, con il quale si prospetta la violazione del medesimo parametro normativo per avere la CTR considerato un finanziamento garantito dal padre come idoneo a giustificare gli acquisti di quote societarie e di un’autovettura, è manifestamente fondato.
Ed invero la CTR, rilevando unicamente l’esistenza di un finanziamento senza alcuna collocazione temporale dello stesso rispetto agli acquisti, non si è uniformata al principio, ormai consolidato presso questa Corte, secondo il quale in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dall’art. 38, sesto comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.
Sulla base di tali considerazioni il ricorso, in accoglimento del secondo motivo, disatteso il primo, viene accolto e la sentenza impugnata viene cassata.