CCNL, l’inderogabilità dei minimi retributivi sotto il profilo previdenziale

 

Ai fini contributivi, la base imponibile è rappresentata dalla retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva di settore per tipologia di rapporto, essendo invece irrilevante l’entità della retribuzione effettivamente corrisposta in considerazione delle sospensioni dal lavoro concordate tra datore di lavoro e lavoratore.

La vicenda riguarda l’opposizione di un datore di lavoro ad un verbale ispettivo Inps, con il quale erano state accertate omissioni contributive in relazione al mancato versamento dei contributi sulla retribuzione dovuta in applicazione del CCNL. In sede di appello, il giudice aveva riformato la sentenza di primo grado e rigettato l’opposizione. Ricorre così in Cassazione il datore di lavoro, lamentando che la Corte di appello aveva attribuito al verbale ispettivo una valenza probatoria privilegiata ed erroneamente interpretato la norma sul minimale contributivo. La Suprema Corte ritiene infondati entrambi i motivi.
In primis, il verbale ispettivo, quando esprime gli elementi da cui trae origine, è attendibile fino a prova contraria ed è liberamente valutabile dal giudice. Quanto al secondo motivo, parimenti infondato, l’impugnata sentenza si è uniformata al principio per cui l’importo della retribuzione quale base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all’importo di quella che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale. Il principio ha esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale e non riceve limitazioni dall’applicazione dei criterio costituzionale di “giusta retribuzione”, per cui “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa”, che invece influenza il distinto rapporto di lavoro.